“Uno di loro”. Storia di montagna, di uomini, di amicizia.
(Fassa News, agosto 2006)

Da molti anni resto un fedele frequentatore di quella affascinante valle compresa tra i gruppi montuosi della Marmolada, Sella, Sassolungo, Catinaccio e Latemar, denominata Val di Fassa. All’inizio i miei rapporti con alcune eccezionali persone, validissimi abitanti di questi luoghi, sono stati rapporti “professionali”, di fiducia; ma via via, con grande soddisfazione e forse anche una punta di meraviglia si è passati alla stima e simpatia reciproca e infine a una vera e propria amicizia.

Tra gli autentici valligiani il primo che ho conosciuto è stato l’indimenticabile Renzo Favé, guida alpina, capo del soccorso alpino, presidente della locale sezione CAI-SAT; poi è venuta la sempre più assidua frequentazione di Paolo Riz, alpinista e membro del soccorso alpino, nonché dirigente dell’Atesina Viaggi e anche per questo sostegno prezioso di chi come me ha una spiccata inettitudine a organizzare partenze, arrivi e soggiorni.


 

Anno dopo anno il cerchio delle conoscenze si è allargato: il proprietario di un grande albergo, il medico bravo anche nel guarire i danni provocati dallo sci, per non parlare degli incontri sempre più cordiali, benché ovviamente occasionali, con gestori e proprietari di impervi rifugi… E intanto con Renzo e Paolo l’amicizia si è consolidata fino al punto che non sembri azzardato definirla affettuosa.

In effetti già dai primi soggiorni in Fassa avevo con una certa facilità suscitato intorno a me simpatia e apprezzamento in virtù del genuino entusiasmo con cui io, nato in una città di mare, del meridione d’Italia, e non più giovanissimo, mi accostavo alle “loro” montagne; e tuttavia era evidente che questa “corrispondenza di amorosi sensi” non comprendeva la pratica dell’alpinismo, e infatti nell’andar per monti si ristabilivano i ruoli: io cliente, Renzo guida.

Questa, che allora avvertivo “solo” come una sottovalutazione delle mie doti alpinistiche mi corrucciava non poco. Ma, nato sotto il segno del Leone, con ascendente Leone e da madre anch’essa Leone, l’orgoglio, di per sé carattere tipico di questo segno, ma nel mio caso elevato alla terza potenza, non mi avrebbe mai consentito di far trapelare questo corruccio.

La situazione di “stallo” che ora ho descritto, si risolse inaspettatamente e nel migliore dei modi, in occasione di una gita, una delle più belle che abbia fatto nelle Dolomiti, come passo ora a raccontare, aderendo al gentile invito della signora Virna Pierobom.

Nel settembre dell’ormai non più vicino 1992, al termine di una delle tante scalate compiute alla corda di Renzo, il mio mentore forse perché contentissimo per aver superato ben due cordate con me al “rimorchio”, mi propose di partecipare alla gita sociale della nostra sezione SAT prevista per il sabato seguente, il 19 settembre. L’escursione in programma consisteva nella traversata dal rifugio Alpi di Tires a quello d’Antermoia lungo la cresta del Milignon, da poco attrezzata mediante la via ferrata Laurenzi.


Di buon ora ci trovammo nella piazzetta di Canazei. Renzo, Rosa, la consorte di Paolo e indiscusso capo dei Riz, con l’allora giovanissimo figlio Christian, Paola Margoni, esperta escursionista, Sergio Valentini già affermatissimo alpinista e Diego Riz, fratello di Paolo.

In jeep raggiungemmo comodamente il rifugio Alpe di Tires dove ci rifocillammo rapidamente e alle 10 ci incamminammo verso la vicina ferrata. Giunti all’attacco, dopo esserci preparati, Renzo mi porse la corda e, come se nulla fosse, mi disse: «ciola-ite la femenes e chel-bez» (cioè: porta tu le donne e il ragazzo) e con passo deciso raggiunse il cavo di sicurezza. Non senza una certa emozione legai la signora Riz e il pargolo, mentre Paola sdegnosamente rifiutò. La ferrata Laurenzi si svolge, come dicevo, lungo la cresta del Molignon, con visioni molto suggestive della Val Duron, della stretta Val del Ciamin e dell’Alpe di Siusi. Le difficoltà non sono eccessive ma il percorso richiede attenzione. Forse è superfluo sottolineare quale sia stata la prudenza con cui ho assolto il compito affidatomi da Renzo: non è esagerato paragonarla a quella richiesta a una cordata che percorresse il celebre traverso della Micheluzzi al Ciavaces. Tuttavia riuscivo a godere delle bellezze paesistiche offerta da questa bella ma severa montagna, così ricca di torri, pinnacoli e guglie. Proprio su una di queste vidi con la coda dell’occhio un qualcosa che si muoveva velocissimo: che fosse un camoscio? No, apparteneva alla nostra specie, la più cattiva, ma in questo caso l’esemplare era un’eccezione, trattandosi di una delle persone più buone che abbia mai conosciuto, Sergio, che, spinto da non so quale curiosità, in un baleno aveva scalato l’appuntita guglia.


Sulla cima del Molignon assistemmo a un raro spettacolo: tre o quattro “gialina de mont”, cioè pernici bianche, si alzarono in volo dall’anfratto di roccia dove s’erano acquattate.

Proseguimmo scendendo velocemente verso l’Antemoia.

Al temine della ferrata ci sciogliemmo e, dopo la rituale stretta di mano, c’incamminammo verso il rifugio pregustando birra e speck. Il sentiero passava vicino al laghetto d’Antemoia con le sue acque smeraldine ove si rispecchiano i monti che racchiudono questa conca così suggestiva.

Qui, un po’ l’euforia per aver ben assolto il mio primo compito di capocordata, un po’ il caldo, e certamente le mie “audacie” balneari nel mare “invernale” di Capri, mi indussero a compiere una “guapparia” degna della peggiore tradizione napoletana. Ingiunsi agli amici di precedermi al rifugioperché desideravo fare un “tuffo ristoratore”. Alcuni sguardi perplessi, in particolare quello di Rosa, avrebbero dovuto farmi desistere da tanta sconsideratezza, ma l’orgoglio del Leone…

Entrare nelle acque di quel laghetto così accattivante, e sentirmi pervadere da un gelo tremendo che, partendo dall’estremità degli arti, rapidamente si diffondeva per tutto il corpo, mirando dritto al cuore, il quale era, ahime!, sul punto di bloccarsi in quella morsa di ghiaccio, fu un tutt’uno. Schizzai fuori e, utilizzando la camicia di flanella per asciugarmi alla meglio, mi vestii con tuto quello che avevo nello zaino: gilet, maglione di lana, giacca a vento, berretto e perfino il passamontagna di seta. Entrato nel rifugio, segni allarmanti dovevano apparire sul mio volto tanto da indurre Rosa a porgermi il suo bel duvet azzurro di piume d’oca e Sergio a portarmi un pantagruelico krügel di birra insieme a un’abbondante porzione di Steinhäger. Queste gentili quanto energiche premure sortirono rapidamente un benefico effetto.

Almo Giambisi, ben noto per le sue imprese alpinistiche e per la generosa ospitalità all’albergo Col di Lana, famosissimo punto di ritrovo degli alpinisti negli anni ’70, e che gestiva già da un paio d’anni il rifugio che ci accoglieva, aveva fatto imbandire una tavola degna della Villa di Lucullo.

Intanto ci avevano raggiunto, salendo da Gardeccia, Paolo con l’altro figlio Manuel, anche lui giovanissimo, che poi… molto dopo, grazie al suo talento artistico, è divenuto un prezioso collaboratore della nostra rivista “L’Appennino Meridionale”.

Mangiando e soprattutto bevendo – va per inteso noi uomini, perché le donne furono molto parche almeno nel bere – la conversazione si animò e tutti parteciparono allegramente raccontando ricordi, aneddoti e facezie varie. Renzo ci rese edotti della differenza che lo distingueva da Dante (quello della Divina Commedia, per intenderci): questi aveva scritto versi divini, mentre lui aveva bevuto vini diversi.

All’approssimarsi della sera, la comitiva si sciolse; con Paola e Sergio scesi per la Val di Dona e la Val Udai a Mazzin e poi, in auto, a Canazei.

Il giorno seguente ero già a Napoli, di nuovo nel frastuono della città, ma confortato dal vivo ricordo di quella gita così bella e gratificante, e soprattutto consapevole che il rapporto con i miei amici della montagna era cambiato, si era arricchito: ero stato finalmente accolto a far parte del loro ambiente alpinistico e così, in una certa misura, ero diventato “uno di loro”.

 

 

Foto 1 Verso l'attacco della Ferrata da sin. Paola, Renzo,Christian, Diego, Rosa e Sergio

Foto 2 Sulla Ferrata con Christian

Foto 3 In cima al Molignon da sin. Diego, Paola, Francesco, Christian, Sergio, Renzo e Rosa

Foto 4 Scendendo verso il Rifugio Antermoia con Christian e Rosa 

 

 

 

   
© Vin Cen