Sulla cima del Molignon assistemmo a un raro spettacolo: tre o quattro “gialina de mont”, cioè pernici bianche, si alzarono in volo dall’anfratto di roccia dove s’erano acquattate.

Proseguimmo scendendo velocemente verso l’Antemoia.

Al temine della ferrata ci sciogliemmo e, dopo la rituale stretta di mano, c’incamminammo verso il rifugio pregustando birra e speck. Il sentiero passava vicino al laghetto d’Antemoia con le sue acque smeraldine ove si rispecchiano i monti che racchiudono questa conca così suggestiva.

Qui, un po’ l’euforia per aver ben assolto il mio primo compito di capocordata, un po’ il caldo, e certamente le mie “audacie” balneari nel mare “invernale” di Capri, mi indussero a compiere una “guapparia” degna della peggiore tradizione napoletana. Ingiunsi agli amici di precedermi al rifugioperché desideravo fare un “tuffo ristoratore”. Alcuni sguardi perplessi, in particolare quello di Rosa, avrebbero dovuto farmi desistere da tanta sconsideratezza, ma l’orgoglio del Leone…

Entrare nelle acque di quel laghetto così accattivante, e sentirmi pervadere da un gelo tremendo che, partendo dall’estremità degli arti, rapidamente si diffondeva per tutto il corpo, mirando dritto al cuore, il quale era, ahime!, sul punto di bloccarsi in quella morsa di ghiaccio, fu un tutt’uno. Schizzai fuori e, utilizzando la camicia di flanella per asciugarmi alla meglio, mi vestii con tuto quello che avevo nello zaino: gilet, maglione di lana, giacca a vento, berretto e perfino il passamontagna di seta. Entrato nel rifugio, segni allarmanti dovevano apparire sul mio volto tanto da indurre Rosa a porgermi il suo bel duvet azzurro di piume d’oca e Sergio a portarmi un pantagruelico krügel di birra insieme a un’abbondante porzione di Steinhäger. Queste gentili quanto energiche premure sortirono rapidamente un benefico effetto.

Almo Giambisi, ben noto per le sue imprese alpinistiche e per la generosa ospitalità all’albergo Col di Lana, famosissimo punto di ritrovo degli alpinisti negli anni ’70, e che gestiva già da un paio d’anni il rifugio che ci accoglieva, aveva fatto imbandire una tavola degna della Villa di Lucullo.

Intanto ci avevano raggiunto, salendo da Gardeccia, Paolo con l’altro figlio Manuel, anche lui giovanissimo, che poi… molto dopo, grazie al suo talento artistico, è divenuto un prezioso collaboratore della nostra rivista “L’Appennino Meridionale”.

Mangiando e soprattutto bevendo – va per inteso noi uomini, perché le donne furono molto parche almeno nel bere – la conversazione si animò e tutti parteciparono allegramente raccontando ricordi, aneddoti e facezie varie. Renzo ci rese edotti della differenza che lo distingueva da Dante (quello della Divina Commedia, per intenderci): questi aveva scritto versi divini, mentre lui aveva bevuto vini diversi.

All’approssimarsi della sera, la comitiva si sciolse; con Paola e Sergio scesi per la Val di Dona e la Val Udai a Mazzin e poi, in auto, a Canazei.

Il giorno seguente ero già a Napoli, di nuovo nel frastuono della città, ma confortato dal vivo ricordo di quella gita così bella e gratificante, e soprattutto consapevole che il rapporto con i miei amici della montagna era cambiato, si era arricchito: ero stato finalmente accolto a far parte del loro ambiente alpinistico e così, in una certa misura, ero diventato “uno di loro”.

 

 

Foto 1 Verso l'attacco della Ferrata da sin. Paola, Renzo,Christian, Diego, Rosa e Sergio

Foto 2 Sulla Ferrata con Christian

Foto 3 In cima al Molignon da sin. Diego, Paola, Francesco, Christian, Sergio, Renzo e Rosa

Foto 4 Scendendo verso il Rifugio Antermoia con Christian e Rosa 

 

 

 

   
© Vin Cen