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Una scalata sul Molare tra le nuvole
(Sentiero degli Dei, CAI-Napoli, 2001)

Si sa che fare alpinismo a Napoli non è proprio facile: le montagne sono lontanucce! E’ ben vero che c’è Capri, la “palestrina di arrampicamento” inventata dai mitici personaggi degli anni ‘40 ma le difficoltà di quelle vie sono non proprio elementari e mediocre è la qualità della roccia sicché il luogo non si presta. Dove allora portare i giovani aspiranti alpinisti che ormai in numero non esiguo scalpitano nella nostra sede (provvisoria), desiderosi di apprendere la sublime arte del “muoversi nel vuoto”? L’interrogativo ha procurato non pochi grattacapi a Giovanni Schmid e Luigi Ferranti che, generosamente, si sono assunti il compito di dirigere il corso di alpinismo classico promosso dalla nostra sezione sotto il patronato di Onofrio presidente.

Ma gratta e rigratta la soluzione per le prime uscite è sempre la stessa: il Faito. Questa bella montagna di casa nostra, la cui storia anche sotto il profilo alpinistico è stata molto ben ricostruita da Pierroberto Scaramella La montagna sul mare (Paparo Edizioni), offre tre vie di roccia che, con vari gradi di difficoltà, sono indicate per i nostri scopi. La più facile è la cresta della Conocchia; segue lo spigolo sud del Molare via di IV aperta all’inizio degli anni ’20 da Cesare Capuis; infine lo spigolo nord-ovest sempre del Molare che presenta passaggi fino al V +. Ignoro quali siano stati i primi salitori di questa via; ho solo notizia di una scalata compiuta da Adolfo Ruffini e Francesco Castellano il 1 luglio 1947.

Giovanni e Luigi scelgono la via di media difficoltà, lo spigolo sud del Molare quale meta per una “gita sociale alpinistica” da effettuarsi il 16 settembre. Alla gita viene invitata anche la quasi veterana cordata “Del Franco – Girace” i quali ben volentieri colgono l’occasione per obliare le rispettive date di nascita ed aggregarsi alla simpatica compagnia di giovani.

Il tempo non è dei migliori: un vento continuo soffia da sud-ovest convogliando sul Molare dense nuvole. Non demordiamo, e lasciate le auto nello spazio vicino alla chiesetta di S. Michele, percorriamo rapidamente il bel sentiero che porta alla sella del Molare. Qui giunti ci dividiamo: maestri ed allievi vanno verso lo spigolo sud, i “veci” (Lelio ed io ) con Giuseppe, che ha già compiuto con noi diverse scalate, attacchiamo lo spigolo nord-ovest, che oggi ci appare particolarmente severo.

Si sa che i molari, soprattutto con l’umidità, possono dare dolori e oggi di umidità ce ne è molta! Infatti al primo strapiombo mi “parte” un piede per fortuna senza conseguenze. Vinto lo strapiombo, bisogna traversare cinque-sei m. a destra, traversata delicata senza protezioni, e raggiungere un difficile diedrino liscio liscio, passaggio chiave valutato V+.

I molari che dolgono (in questo punto il dolore può essere acuto) vengono curati anche facendo ricorso al trapano, ma noi teniamo in dispregio questi metodi sleali e, tempo addietro, quando riattrezzammo la via, curammo il passaggio piantando un tradizionalissimo chiodo Cassin.


Giunto a questo chiodo mi concedo una breve sosta; nel riprendere fiato cerco di ricordare quanti anni sono trascorsi da quando con Lello richiodammo questa via. Più conto gli anni, più lo sguardo indugia sul chiodo Cassin fino a che nel mio cervello si fa strada un sinistro pensiero: perché non tenermi al chiodo e vincere con questo aiuto il difficile passaggio? In fondo si tratta di trasformare un V+ in Ao, quelle sottise! E poi chi mi avrebbe visto avvolti come siamo in queste dense nuvole? La mano già si allunga, come mossa da motu proprio,verso il chiodo tentatore, e il corpo si inclina verso destra pronto a seguire la mano...

Ma ecco giungere repentino un gran colpo di vento che squarcia le nuvole. Istintivamente volgo lo sguardo verso il sentierino e mi appare ieratica la figura di Onofrio, zaino in spalla, che naso all’ in su mi guarda e saluta. Perbacco! La mia mano si allontana veloce dal chiodo che già sfiorava e maschera la vile intenzione ricambiando il saluto. Che fare? Le nuvole impietose non si richiudono. Onofrio è sempre con il naso all’insu. Orgoglio sprona... Fiducioso nella collaudata bravura di Lello che mi fa sicura, affronto con decisione il passaggio e neanche con eccessiva goffaggine riesco a saltar su. Respiro di sollievo (forse anche di Onofrio). Grandi saluti al presidente che ricambia e poi prosegue verso lo spigolo sud.

Attrezzo la sosta, ignorando un osceno quanto inutile spit piantato sull’ottimo spuntone che da sempre è utilizzato per la sosta, e faccio venire Giuseppe che con disinvoltura mi raggiunge. Bravo. Poi viene, con la sua flemmatica sicurezza, Lello: stretta di mano, tutti contenti!

Giù per il sentiero a raggiungere i nostri amici, che sono ancora impegnati a fare scuola, e Onofrio che, da buon alpinista quale egli è, elargisce complimenti a tutti.

La bella giornata, malgrado il tempo che è stato sempre brutto, viene immortalata da una fotografia scattata da Giuseppe.