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Guida alpina e capo del Soccorso Alpino Alta val di Fassa

(CAI- Napoli 1993 – Testo rivisto e ampliato gennaio 2014)

La mia passione per la montagna ha origini imprevedibili.

In famiglia solo un mio zio, fratello di mia madre, Filippo Milone, per qualche anno arrampicò con le guide di Cortina. Ma la sua prematura scomparsa non mi diede il piacere di conoscerlo. Né i miei genitori, né altri parenti e neppure gli amici frequentavano la montagna essendo tutti, come me, appassionati marinai. Anzi, la passione per il mare mi fece detestare la montagna quando, per alcuni anni, i medici consigliarono i miei genitori di farmi trascorrere una parte dell’estate in montagna.
Ancora oggi non amo le passeggiate nei boschi di mezza montagna, alla ricerca di lamponi, more, mirtilli e altri frutti, per me sempre diabolicamente nascosti…
Il cambiamento del mio rapporto con l’Alpe avvenne per circostanza, come dicevo, imprevedibili, legate al mestiere di editore. Avendo deciso di pubblicare la traduzione in italiano di un libro di un matematico tedesco, presi contatto con la professoressa Barbara Veit dell’Università di Roma.
La nostra collaborazione professionale ben presto divenne intensa amicizia, così nell’agosto ’83, terminato il lavoro, Barbara propose un viaggio nelle Dolomiti fassane, luoghi a lei cari per averli frequentati giovanetta con il padre. Pur non scalando percorrevamo sentieri in quota, a volte impervi, in ambiente in qualche misura pure avventuroso e ciò mi affascinò. L’asperità dei luoghi, la loro solitudine, il contatto con la natura nel suo aspetto immediatamente selvaggio, erano esperienze che amavo già dalla frequentazione del mare di altura. Quell’estate non facemmo granché ma il seme era gettato…

 

Qualche anno dopo, nell’estate ’86, la mia amica Teresa Volpe accettò di accompagnarmi per una breve vacanza in montagna. Questa  volta essendo io ‘l’esperto’scelsi un luogo decisamente di alta montagna, la Marmolada.  Prendemmo alloggio al Dolomia vicino al lago di Fedaia, un modesto alberghetto che alla sera non offriva alcun intrattenimento, così dopo cena eravamo soliti trasferirci al vicino rifugio Castiglione, famoso punto d’incontro di alpinisti, gestito da un grande personaggio della montagna, Willi Platter. Questi, un vero signore di antico stampo, ci riceveva nella bella sala riservata alle guide, suggestivo ambiente arredato tutto in legno pregiato, ove ci intrattenevamo fino a notte fonda, in palese contravvenzione alla regola del rifugio, catturati dalle affabulanti narrazioni di Willi, sia tratte dai suoi ricordi, sia dalle sue frequentazioni alpinistiche. Ascoltando la sua descrizione dell’escursione a Punta Penia, la vetta più alta delle Dolomiti, all’improvviso mi assalì il desiderio irrefrenabile di compiere quest’ascensione. Interruppi l’amico e gli chiesi di procurarci subito una guida per accompagnarci in questa salita. Preso dall’entusiasmo per questa improvvisa e audace decisione non prestai grande attenzione all’espressione di perplessa meraviglia dipinta sul volta di Teresa che però non fece obiezioni.

L’indomani a prima ora giunse la guida alpina, un uomo di non alta statura ma robusto, che senza preamboli si presentò: «Sono Renzo Favé, vi mostro gli attrezzi».
La salita a Punta Penia per la Cresta Ovest, attrezzata durante la Grande Guerra come via ferrata, mi piacque moltissimo e nel percorrerla mi fu evidente quanto le vie di roccia, l’esposizione al vuoto, la dimensione verticale, fossero per me fonti di grande piacere. Tutto preso dalla scalata non prestai grande attenzione a Teresa, solo uno sguardo, di tanto in tanto, per assicurarmi che ci seguisse tranquilla, ma giunti in vetta mi colpì il suo aspetto: Teresa era stanca e furiosa. Ignorando la mia mano tesa per il saluto di rito, si rivolse a Renzo con queste dure parole: «Che Francesco fosse uno sconsiderato lo sapevo, ma Lei, guida alpina, come si è permesso di portarmi quassù?» Renzo rimase a bocca aperta, riavutosi dalla sorpresa farfugliò:« Ma, signora, questa è la montagna!»
Da questa prima gita, per sette anni, con Renzo ho scalato più di cinquanta vie, la maggior parte di media difficoltà, ma alcune anche impegnative come il Pilastro Piaz al Sass Pordoi o, per la sua lunghezza, la Via Fedele con uscita Dibona. Ogni gita con Renzo è stata per me ricca di insegnamenti sulla tecnica di scalata, nello stile classico di appoggio e appiglio, e in generale sul corretto comportamento da seguire in ambiente alpino, ma erano anche, forse soprattutto, l’occasione per trascorrere una piacevole giornata in compagnia di un amico di gran cuore, sensibile, intelligente e spiritoso. Infatti, dietro una facciata burbera, Renzo era un gran simpaticone, pronto alla battuta ironica, umoristica, mai volgare. Alcuni esempi: «La differenza tra me e Dante: Dante ha scritto versi divini, io bevo vini diversi»; ancora: «Sono entrato nell’era dei metalli: ho i capelli d’argento, i denti d’oro e … l’uccello di piombo».
A Renzo piaceva molto organizzare gite alpinistiche con gruppi numerosi di amici con annesso allegro incontro conviviale (vedi il racconto «Uno di noi»). Una di queste gite riuscì particolarmente bene e merita essere ricordata. Nel settembre 1990 organizzammo una gita al rifugio Contrin traversando la Forcella Marmolada, un percorso alpinistico. Il gruppo era formato da circa dieci amici, tra questi la mia iniziatrice alla montagna, Barbara, con i suoi figli Laura e il piccolo Luca, Paolo e Rosa Riz, grandi amici sia di Renzo che miei, con i figli Manuel e Cristian e, naturalmente, Anna, l’amata moglie di Renzo. Il tempo è splendido e tutti sono di buon umore con un gran desiderio di divertirsi.
Giunti di buon’ora in forcella, Renzo e chi scrive ci separiamo dal gruppo e di corsa, vera corsa, raggiungemmo la vicina cima del Piccolo Vernel; sostammo qualche minuto di ammirare così da vicino la mastodontica struttura del Gran Vernel (la cui vetta già allora concupivo di conquistare) poi, sempre di corsa, raggiungemmo i nostri amici al Contrin. Qui è festa grande: tavola imbandita, musica dal vivo, bandiere ladine (e anche italiane) al vento… La giornata di festa è riuscitissima e tra pranzo, balli, canti e abbondanti bevute giungemmo facilmente alla sera. Stanchi e completamente appagati ci ritirammo presto, Renzo ed io già col pensiero rivolto all’impegnativa scalata che ci attendeva l’indomani: la Via Bettega-Thomason alla Parete Sud della Marmolada. Alle cinque del mattino siamo già sul sentiero che conduce al passo Ombretta che raggiungemmo in breve tempo, la cordata Favé-del Franco era veloce sia in roccia che su sentiero, tanto che dovemmo aspettare il sole perché scaldasse un po’ la roccia. Alle otto attaccammo; la prima metà della scalata si svolge lungo non facili camini ed  è abbastanza faticosa. Giunti sulla cengia, momento di riposo, mi rivolgo con un certo imbarazzo a Renzo e gli confido: «Renzo, oggi non so che ho, ma non sono in gran forma, forse non è il caso di continuare…». Lui mi lancia uno sguardo che ancora mi brucia la pelle e con voce ironica: « So bene io che hai, sciagurato… ieri hai bevuto ventinove birre… grandi!» Le aveva contate tutto il giorno!


Ovviamente completammo la scalata, una tra le più belle delle classiche che ho percorso. Dopo la sosta a Capanna Fassa con obbligatoria bevuta, la discesa per il ghiacciaio con sosta al Rifugio Pian de Fiacconi, altra obbligatoria bevuta, festeggiammo con gli amici all’albergo Croce Bianca ove concludemmo questa memorabile giornata con un’altra obbligatoria bevuta!

 

***

Renzo, si è addormentato la notte tra l’11 e il 12 agosto 1993 senza più destarsi. Il suo generoso cuore si è fermato durante il sonno e la morte è stata con lui benevola cogliendolo senza che se ne accorgesse, delicatezza che dovrebbe concedere a ogni uomo buono.
Renzo avrebbe compiuto, nello stesso mese di agosto, cinquantotto anni, in gran parte spesi in montagna: guida alpina e maestro di sci, per moltissimi anni capo del soccorso alpino dell’Alta Val di Fassa, volontario dei vigili del fuoco di Campitello. Se le belle vie che Renzo ha aperto insieme al suo amico Luciano Ploner sulla parete Nord-Ovest del Sass de la undes nel settore della Marmolada o la conquista della cime del Menthosa, nall’Himalaya, testimoniano, nell’ambito dell’alpinismo classico, la sua bravura, va detto che al gravoso compito di capo del soccorso alpino Renzo ha dedicato la maggior parte del suo tempo e delle sue energie. A distanza di 30 anni è ancora vivo il ricordo di alcuni interventi compiuti da Renzo sul ghiacciaio della Marmolada e sulle difficili vie della parete Sud di questa montagna, sulla Fedele a Sas Pordoi e su alcune vie ancora più impegnative del Piz Ciavazes.
Renzo era uomo della montagna nel senso più completo: legatissimo alla cultura ladina sempre raccomandava ai più giovani di mantenere vive le tradizioni patrie, di studiare la storia dell’alpinismo e la toponomastica dei monti, nella convinzione che l’alpinismo non sia solo uno sport ma anche un’importante componente della cultura.
La notizia mi giunse come una folgore al Rifugio Alimonta. I funerali di Renzo sono stati un evidente testimonianza di quanto egli fosse stimato e benvoluto: non solo erano presenti i sindaci e autorità della valle con in testa il sindaco di Campitello Franz Kofler, le delegazioni del CAI-SAT, i Ciamorces de Fasha e il corpo dei vigili del fuoco di Campitello, ma numerosissima è stata la partecipazione spontanea degli uomini della montagna: I Cartores di Gherdena, gli Scoiattoli di Cortina, le guide alpine di Campiglio e di San Martino di Castrozza si sono stretti intorno al feretro con una commozione non usuale per queste persone, né è mancata una consistente presenza dei suoi affezionati clienti e amici.
I soci della nostra sezione, che conservano ancora vivo il ricordo della visita degli amici fassani e della simpatica cerimonia di gemellaggio tra le nostre due sezioni (v. Un gemellaggio e un incontro), esprimono le più sentite condoglianze alla moglie di Renzo, Signora Anna, e alle figlie Licia, Lorenza e Marika per la scomparsa di questo grande personaggio della Val di Fassa che alla famiglia fu sempre legatissimo.

 

Foto 1 Renzo al belvedere del Faito

Foto 2  Alla Forcella Marmolada da sin. Francesco, Laura, Rosa, Luca, Paolo, Anna e Barbara

Foto 3 Al Rifugio Contrin da sin. Rosa, Christian, Paolo, Anna, Renzo e Barbara 

Foto 4 in vetta a Punta Penia