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Antonio Berti. Cantore delle Crode
(App. Me. 2007, p. 204)

La Fondazione Antonio Berti delle Sezioni Trivenete del CAI ha promosso la pubblicazione di un interessantissimo libro, che rende il dovuto omaggio a quel grande alpinista e uomo di cultura che è stato Antonio Berti.

Il volume si apre, dopo la Prefazione del presidente Annibale Salsa e la Presentazione di Luigi Brusadin, presidente della Fondazione, con una breve ma incisiva nota biografica, che mette in luce la poliedrica personalità di Berti: alpinista, medico, scrittore, ufficiale al fronte durante la Prima Guerra mondiale. Nato a Venezia il 17 gennaio 1882, da agiata famiglia, morì a Padova l’8 dicembre 1956. Apprendiamo, tra l’altro, da queste pagine così dense, che dal 1899, data della prima ascensione, all’ultima del 1936, Antonio Berti ha compiuto ben 130 importanti salite, di cui oltre 50 per aprire vie nuove. I meriti del Berti medico non sono inferiori a quelli dell’alpinista: ottimo diagnostico, fu anche un pioniere della radiologia. Ma l’arte in cui eccelse e a cui resta durevolmente legato il suo nome è quella di scrittore; scrittore tout court perché i suoi libri, anche se i più noti appartengono alla categoria “minore” delle guide di montagna, vanno considerati pregevoli dal punto di vista letterario e dunque come tali vanno letti, anche quando, sotto il profilo strettamente tecnico, non risultassero più aggiornati. Tuttavia le sue doti di ottimo scrittore in effetti emergono con piena evidenza nei non pochi libri dedicati alla guerra, alcuni scritti insieme all’amico Giovanni Sala.

Le note biografiche sono seguite poi dai necrologi, quelli che, a firma di Buzzati, Casara, Canal e Rudowsky, furono pubblicati sui più prestigiosi quotidiani e riviste. La parte centrale del volume è costituita da commenti e ricordi di illustri alpinisti, suoi contemporanei e non, ma è significativo che, dei numerosi autori di queste testimonianze (Buzzati, Mazzotti, Angelini, Musatti, Dalla Porta Xydias, Pieropan, Pianetti, Sanmarchi, Sebastiani, Bressan, Rossi, Trevisan, Altamura, Zandonella, De Martin, Metzeltin, Fornari), la maggior parte rivolga l’attenzione all’opera letteraria del nostro. Nell’impossibilità di fornire al lettore un resoconto anche sommario di tutti gli interventi, ovviamente non perché non lo meritino, ci limitiamo ad alcune principali suggestioni che abbiamo recepito da questa lettura.

Dino Buzzati, sensibilissimo alla qualità dell’animo umano e maestro nella non facile arte di comunicarlo al lettore, in occasione della pubblicazione del «nuovo “Berti” ’950», ci svela la peculiare dote dell’autore nel rendere “uniche” le sue guide. A tal fine Buzzati risale al «vecchio “Berti”», la guida delle Dolomiti Orientali, pubblicata dai fratelli Treves nel 1928, e documenta come, già allora, a paragone con le altre guide dell’epoca, come sempre «aride e illeggibili per chi non si interessa di scalate», il buon “Berti” rappresentasse la classica eccezione. Chissà come, ma è un fatto che «tra riga e riga di queste nude relazioni, l’autore riesce a inserire un soffio di poesia… alle volte un solo aggettivo in più, un episodio interpolato, una breve pausa lirica in mezzo a quell’emporio di camini, cenge, colatoi, detriti, lastroni, spigoli». Passando poi a considerare la nuova edizione pubblicata dal CAI -TCI nel 1950 («È il dodicesimo volume della “ Guida dei Monti d’Italia”, ardua e pregevole impresa»), in cui l’autore doveva tener conto del mutato modo di fare alpinismo sia per le nuove tecniche che per il nuovo stile, così spregiudicatamente aperto all’uso dei mezzi artificiali, Buzzati aveva ritenuto legittimo temere che «il trionfo del “sesto grado” umiliando le imprese classiche, costringesse ad assumere un linguaggio diverso, scarno e duro… che quindi la poesia ne venisse espulsa». Ma subito si e ci rassicura: Antonio Berti «non ha rinunciato a essere se stesso, a vedere e amare le crode come quarant’anni prima» e, in proposito, azzarda: «al di là delle esigenze tecniche esaudite con uno scrupolo esemplare, il nuovo “Berti” supera anche il precedente per il suo calore umano. Le crode, descritte metro per metro, non sono pietre inanimate ma vivono di ricordi emozionanti; e “i primi salitori” non si riducono a nomi senza volto ma attraverso una infinità di discrete citazioni riappaiono, creature di carne e ossa e anima, popolando le [ben] 750 pagine» dell’opera.


In un grande letterato più che un grande alpinista, è ben comprensibile la propensione ad apprezzare qualità letterarie rispetto a quelle tecniche proprie della specifica funzione di guida alpinistica, che pure convivono nella stessa persona. Ma a fare da degno controcanto agli elogi “poetici” di Buzzati c’è Bepi Mazzotti, grande alpinista più che grande scrittore, ma assai efficace nell’illustrare icasticamente l’insostituibile valore “alpinistico” della guida “Berti” delle Dolomiti Orientali: «Qualche volta ci ha sorretto proprio in un momento critico facendoci spostare di qualche centimetro un piede e allungare quanto bastava una mano. Al momento giusto la sua guida, anzi, egli stesso, con voce tranquilla ci avvertiva che avremmo trovato un “ottimo appiglio in alto a sinistra”». Mazzotti, se ce ne fosse bisogno, si conferma anche un fine letterato (chi non ricorda il suo celebre libro La montagna presa in giro?), aggiungendo ai riconoscimenti dei meriti tecnici, questa categorica valutazione: «fin dal frontespizio, la guida del Berti citando un versetto biblico: “voci acclamanti risuonino dalle vette dei monti” si dichiara per quello che è veramente: un libro di poesia, prima che un libro di tecnica».

Su questi contenuti si sviluppano la maggior parte degli scritti presenti in questa sezione e nella successiva, la quale però raccoglie testimonianze più recenti, molte scritte proprio in occasione di questa pubblicazione. Quasi tutti i giudizi concordano sulla linea maestra tracciata da Buzzati e da Mazzotti, ma non mancano interessanti contributi specifici.

Alberto Musatti, ad esempio, penetra in profondità la personalità di Berti e pone in risalto «la severità di quest’uomo di studio e di scienza, la nuda scrittura di tecnico, nelle quali trattiene e quasi castiga la sua accesa passione». Questa sorta di rigore morale è in lui il presupposto per «la comprensione di tutti gli aspetti della montagna»: da quello geologico e geografico a quello toponomastico, linguistico e storico, ed è per questo che Berti «insegna agli alpinisti un amore umanistico e totale della montagna, e reagisce a quell’egoismo tutto muscolare e ginnastico, di un certo alpinismo, il quale non vede nella montagna che un grande attrezzo e nell’ascensione porta soltanto l’impegno di un esercizio di palestra».

Sulla natura “etica” dell’insegnamento del Berti insiste fortemente anche Federico Bressan: «All’Antonio Berti alpinista va, però, attribuito un ben più grande merito: quello di aver infuso nella sua opera un patrimonio morale che ha elevato a dignità altissima i valori dell’alpinismo». È in quest’ottica che Berti si impegna in un’assidua ricerca di monti, valli, valichi ancora in larga misura poco noti o addirittura inesplorati, e volentieri si avvale della collaborazione di molti giovani alpinisti ai quali è prodigo di suggerimenti, consigli e incoraggiamenti, come appunto nel caso dello stesso Bressan. Questi aveva scritto al Berti offrendo un proprio eventuale contributo, in previsione della pubblicazione del secondo volume della “guida” dedicata all’Agordino-Zoldano, limitatamente al sottogruppo del Monte Cavallo. «Il prof. Berti mi rispose subito cominciò così uno scambio di corrispondenza… Ma presto mi coinvolse nel lavoro di revisione dell’intero Gruppo del Col Nudo-Cavallo». Il lavoro col Berti va avanti e giunto alla fase conclusiva, scrive Bressan: «iniziò una lunga serie di incontri di lavoro… mi faceva accomodare accanto a lui, mi metteva a mio agio e andavamo avanti discutendo su relazioni, foto, itinerari tracciati con puntini sulle foto o su carta lucida».


Altri due validi collaboratori del Berti furono il tedesco Wolfgang Herberg e Vincenzo Altamura, che contribuirono in modo sostanziale, come racconta lo stesso Altamura, alla compilazione di quello che può dirsi il terzo volume del “Berti”. Altamura e Herberg si erano incontrati nel 1951 al Rifugio Padova e avevano iniziato la sistematica esplorazione del Gruppo del Monfalcone: «Negli anni successivi cominciò la nostra corrispondenza con Antonio Berti: gli mandavamo le relazioni delle nuove ascensioni. Una volta gli mandai molte fotografie con qualche itinerario tracciato con l’inchiostro di china. Herberg fece alcune osservazioni importanti sulle quote e l’errata attribuzione dei nomi ad alcune di esse. Berti ed Herberg si incontrarono a Padova ed insieme proposero di assegnare il nome “Dolomiti d’Oltrepiave” a quelle montagne».

Ma le “guide Berti” finirono, con il passare degli anni, per porre qualche problema non banale a chi aveva l’ufficio di soprintendere alla pubblicazione della collana “Monti d’Italia”. Ne parla con schiettezza Silvia Metzeltin, moglie di quel nobile alpinista e sensibile uomo di cultura che fu Gino Buscaini. Pur riconoscendo di essersi lei stessa avvalsa a volte delle indicazioni del Berti, scrive: «Ma le relazioni dovevano fatalmente cambiare con l’evolversi della pratica alpinistica. Così anche nella conduzione delle "Guide dei Monti d’Italia" Gino Buscarini si è trovato spesso in un certo intimo disagio nei riguardi delle “guide Berti”. Negli anni Sessanta i progressi tecnici dell’alpinismo erano stati notevoli e avevano influenzato sia il modo di stendere relazioni sia le aspettative degli alpinisti. Rispetto e affettuosa considerazione per l’opera del passato si scontravano con l’esigenza di uniformare i volumi della Collana, di renderli più aderenti alle richieste dei frequentatori delle Dolomiti Orientali. Come in altri casi, l’eccellenza di un’opera è risultata un freno per il suo rinnovamento».

È stato riportato per intero il punto di vista della Metzeltin perché focalizza un problema di fondo non solo a riguardo delle “guide Berti” ma per molti dei volumi della collana. È il problema dell’ “aggiornamento”, che è di più o meno difficile soluzione, a seconda della quantità di integrazioni da apportare, ma, ed è questa l’opinione di chi scrive, deve comunque tener conto della natura del testo: se questo è un’opera letteraria di elevato valore artistico, allora può essere aggiornata solo a condizione di non pregiudicarlo. D’altra parte, nessuno impedisce all’alpinista che lo ritiene opportuno, o per suo gusto o perché semplicemente le vie che vuole percorrere non sono riportate, di consultare, caso mai, parallelamente alla vecchia guida, qualcuna di quelle “guide scelte” che ormai a pile, come sentenzia la Metzeltin «stanno seppellendo le “Dolomiti Orientali”», ma, proprio perché tante e tanto tra loro uguali, queste guide recenti non potranno mai sostituire il “vecchio” Berti, pena espungere dall’alpinismo la storia, la poesia e in fondo la vita stessa.

Antonio Berti è stato anche l’artefice di una pubblicazione che, anche a parere di più di un autore della raccolta di cui ci stiamo occupando, è degna della più attenta considerazione. Anche Silvia Metzeltin, così poco incline a indulgere ai contenuti letterari presenti nelle guide, racconta: «con i miei primi guadagni comprai Parlano i monti… questa deliziosa antologia della montagna mi ha accompagnato da allora».


È uno strano libro, che lo stesso Dino Buzzati non sa come definire: «Breviario? Antologia? Florilegio? Libro dei mille savi alpino? Non c’è un termine adatto». Parlano i monti non contiene un rigo scritto da Berti, ad eccezione della commossa dedica al figlio Alessandro «scomparso a trent’anni in terra lontana 18 aprile 1945 vittima della Gestapo…», raccoglie nelle 550 pagine oltre 400 voci sulla montagna, ordinate alfabeticamente, tratte da opere di ogni genere: «versi, descrizioni, detti memorabili, brani polemici, pagine di diario, episodi strani, avventure agghiaccianti… e per ciascuno poche righe, al massimo un paio di pagine». Qui Buzzati si chiede quale sia stato il criterio di giudizio nella scelta delle citazioni, e risponde: «col sentimento primo di ogni altra cosa. E nel coloratissimo mosaico – come avviene nella guida – le cento e cento voci di ogni tempo si confondono in una voce sola, nobile, umana, familiare. Parlano Aristofane, Zsigmondy, Victor Hugo, Cassin, Tolstoi, Giacosa; ma Berti, senza una linea di commento, li ha combinati in modo che s’incastrino per incanto l’uno nell’altro con straordinario effetto. Non sono che citazioni eppure è come leggere un romanzo».

Tra gli autori che hanno conosciuto il Berti e qui ne danno testimonianza, Spiro Dalla Porta Xydias aveva scritto nel ’58 un commosso ricordo pubblicato ne “Le Alpi Venete”: «Conobbi Antonio Berti a Vicenza. Andai a trovarlo nel suo studio, pieno di libri, riviste, foto di montagna. Mi colpì il suo sguardo vivo, penetrante, che non abbandonava un momento i miei occhi mentre parlavo, quasi volesse giungere sino al fondo del pensiero. L’impressione di quel primo incontro fu così forte, che, a ogni occasione mi fermavo a Vicenza o a Padova per andarlo a trovare». Dopo quest’incontro, Dalla Porta concepisce un pensiero bizzarro: quello di associare la figura di Berti, che egli ha ben conosciuto, a quella di Emilio Comici, conosciuto unicamente attraverso racconti di amici comuni, letture, e le ripetizioni delle molte vie di roccia aperte da Comici. Egli stesso non sa trovare al momento una spiegazione per questa associazione: «non vedevo il nesso tra quelle due figure egualmente grandi per il nostro alpinismo ma in modo tanto diverso», fino a che, durante l’ultimo incontro con Berti, avvenuto nello studio di questi alla luce del tramonto, a conclusione di un discorso di cui non ricorda l’inizio, Berti si era chiesto: «Perché gli uomini non riescono a dimenticare la cattiveria almeno sui monti? Perché non ascoltano il messaggio di bontà che li spinge a salire sulla cima?». Queste meste parole, lo sguardo «triste e dolce», furono per lui una rivelazione: «capii cosa avevo cercato anch’io in parete. Cosa rappresentava per me Emilio Comici, cosa era lui, Antonio Berti. E cosa accomunava lo studioso della montagna con lo scalatore scomparso? La bontà». Quella bontà che non è frutto dell’educazione, né un atto sporadico: «la bontà era la loro stessa natura».

Questa profonda intuizione dell’animo di Antonio Berti è sottesa in tutti gli interventi che ne rievocano la figura. Così Gianni Pieropan, collaboratore per molti anni di Antonio e del figlio Camillo, racconta come, a partire dal modesto notiziario sezionale “Piccole Dolomiti”, nascesse per volere del Berti quella grande rivista “Le Alpi Venete”, «il cui compito – scriveva Berti – vuole essere quello di cementare l’unione fra le Sezioni sorelle, di seguire, propagandarne, fomentarne l’espansione in ogni possibile campo». Il primo fascicolo uscì nel 1947 e fu subito un grande successo «tanto aveva potuto il suo nome, il suo fascino, la castità del suo animo e della sua opera!», commenta Pieropan.

Nel 1962 venne inaugurato dalla sezione di Padova del CAI, all’inizio del Vallon Popena, il rifugio “Antonio Berti”, dove, il 21 settembre 1986, Danilo Pianetti ebbe a commemorare la figura di Berti, pur non avendolo conosciuto personalmente. Egli dunque ne ricostruisce i momenti significativi della vita solo in base ai racconti e testimonianze di persone che gli furono amiche. In particolare Pianetti dedica un ampio spazio alle vicende di guerra di cui il Berti fu protagonista, in qualità di ufficiale medico, avendo scelto di andare in prima linea sul fronte di Lavaredo. Qui riportiamo un solo caso emblematico dei molti citati: «Nel corso dei primi mesi di guerra Berti fu testimone di uno dei più straordinari, toccanti episodi: il combattimento Innerkofler-De Luca conclusosi con la morte del primo». Nella notte del 4 luglio 1915 Innerkofler risale il camino Oppel del monte Paterno, con l’intento di sorprendere il presidio italiano, ma dopo una breve scaramuccia, l’alpino Piero De Luca scaglia un grosso masso che colpisce appieno l’austriaco facendolo precipitare alla base del camino. Berti assiste, come egli stesso narra, a questo leggendario duello e comprende subito che il prode austriaco dovesse essere Innerkofler. Medicato il De Luca, fa recuperare la salma dello Schutze e la tumula in vetta al Paterno con gli onori militari: «Cavalleria di altri tempi» commenta il Pianetti.


Invece, conobbe bene il Berti Toni Sanmarchi, che lo frequentò assiduamente dal ’42 fino all’ultimo. Egli ci racconta, con molto garbo, il primo incontro “improvvisato” dall’amico comune Arturo Fanton e come Antonio Berti lo mettesse subito a suo agio, e poi gli abbia chiesto «Ma lei è alpinista?» e alla risposta ispirata dalla modestia: «Ho fatto diverse salite ma facili… niente di speciale», il Berti, fattosi per un momento serio, precisava: «Vede non conta quello che si fa in montagna, è come lo si fa». In seguito a questo incontro iniziava la loro collaborazione, in previsione della nuova edizione (1950) della “Guida” per il gruppo della Marmarole. Affettuosissimi sono poi i rapporti con la famiglia di Sanmarchi, con la giovane moglie e poi con il figlio appena nato, tanto che Berti suggerisce al padre di dargli il soprannome “el salvanel”, cioè quello del diavoletto delle Marmarole.

Antonio Berti divenne socio del Club Alpino Accademico nel 1909, a soli cinque anni dalla fondazione di questa associazione, e fu uno tra i primissimi “orientalisti” a essere accolto nell’eletta schiera. Giovanni Rossi scrive del Berti Accademico, e pone in luce quanto il rapporto di Berti e dei suoi amici della sezione veneta con il CAAI sia stato reciprocamente proficuo. Infatti, da una parte, i primi portano nell’ “Accademico” la loro formazione ispirata alla cultura alpinistica mittel-europea dei “senza-guida” (Zsigmondy, Winkler, Purtscheller, Hans Schmitt, Von Glanvell…); dall’altra, Berti vi trova l’ambiente più adatto alla diffusione delle proprie idee; lo provano anche gli interventi del presidente Ettore Canzio nei primi “annuari”, in cui insiste «sull’impegno alla formazione della coscienza alpinistica dei giovani e sullo studio esplorativo delle zone meno note delle Alpi».

«Si può amare un libro?» A questa domanda forse un po’ retorica, Italo Zandonella Callegher risponde candidamente che fu la lettura della “Guida” a rivelargli questa possibilità in quanto, secondo lui, da ogni pagina di Berti prorompe così impetuosamente la sua personalità che sembra di vederselo accanto, in carne e ossa, e più che con un libro ci convinciamo di avere a che fare con qualcosa che va ben oltre: qualcosa di vivo e vibrante.

Roberto De Martin propone la rilettura del discorso pronunciato dal presidente Bartolomeo Figari il 30 settembre 1951, al momento di conferire a Berti e al conte Luigi Cibrario, decano degli alpinisti piemontesi, il significativo riconoscimento di socio onorario. La risposta di ringraziamento del Berti per l’ onore ricevuto, riportata integralmente nella sezione Documenti del nostro volume, è del più grande interesse per la storia dell’alpinismo dolomitico. Qui ci limitiamo a riferire solo le considerazioni di Berti sull’alpinismo degli anni ’40-’50.

Dopo un breve excursus sulle tappe più significative dell’alpinismo dall’inizio del secolo, e dopo essersi definito, con la sua solita modestia, «archivista appassionato», Berti constata come la presenza degli italiani in qualità di “alpinisti senza guide” fosse limitata a pochi nomi e pochissime fossero le vie nuove da questi aperte. Ma è anche testimone del lento e continuo progresso del nostro alpinismo: fino a «quando, verso il 1930 sono sorti all’orizzonte e avanzati rapidamente in proscenio i giganti della tecnica, mi sono sentito, in un primo momento, alquanto confuso; il mio classicismo congenito e radicalmente compenetrato, che vedeva l’inchiodatura dei monti con gli occhi di Preuss, di Kugy, di Piaz, ne è rimasto un po’ disorientato. Stavo per ritirarmi, come un rudere dei vecchi tempi, nel mio antro. Ma là sono benevolmente venuti a trovarmi, e mi è stato profondamente gradito, un Comici, un Carlesso, un Cassin, un Castiglioni, un Gilberti, un Gervassutti, e mi sono apparsi tanto amichevoli e buoni e cari e così equilibratamente e solidamente pensanti, con una spiritualità che in nulla cedeva a quella degli uomini maggiori del passato, che ho visto in loro l’innesto felice di un grande ramo frondoso nel tronco secolare della quercia piemontese; ho visto che le nuove tendenze e le antiche potevano incanalarsi insieme in un grande alveo comune verso sempre più luminosi orizzonti… Se oggi vi fosse qualcuno che battesse altra strada e fosse pervaso da sentimenti agonistici, da aspirazioni di pretto virtuosismo atletico, in verità non saprei che compiangerlo».


Il libro contiene anche un’antologia di scritti di Antonio Berti, divisi in due parti: Scritti giovanili, dedicati all’alpinismo dei primi anni e Scritti di guerra. Segue la raccolta di Documenti, che contiene tra l’altro la corrispondenza con Piaz per la prefazione di A tu per tu con le crode. In Appendice troviamo l’elenco delle ascensioni compiute da Antonio Berti (a cura di Angelo Magliani), l’elenco delle opere da lui scritte e alcune notizie sulla Fondazione a lui dedicata.

Riteniamo utile segnalare al lettore che l’edizione della “Guida” oggi in commercio (IV edizione, CAI-SAT, Milano 1971 e successive ristampe) è stata curata da Camillo Berti che si è avvalso della collaborazione di Tito Berti e di Carlo Gandini. In particolare si deve a quest’ultimo il paziente lavoro di raccolta, riordino e revisione delle innumerevoli “relazioni”, quali note private, stese ma a volte anche solo abbozzate, dagli Scoiattoli ampezzani, e da tanti altri alpinisti, dei nuovi itinerari di roccia. A completamento della IV edizione nel 1981 venne riedito anche il II volume, dedicato alle Dolomiti d’Oltre Piave (pubblicato per la prima volta nel 1961).

Forse in queste pagine siamo riusciti a dare un’idea, anche se approssimativa, di questo interessante testo, che costituisce un notevole contributo per la comprensione della figura di Antonio Berti e della storia dell’alpinismo nelle Dolomiti Orientali. Impossibile, invece, è dar minimamente conto della bellezza dell’apparato iconografico che lo correda quasi in ogni pagina. Moltissime sono le fotografie, in buona parte inedite, che ritraggono Antonio Berti da solo o in compagnia, rintracciate nei seguenti archivi: Fondazione Berti, Film Festival di Trento, Archivio Storico dell’alpinismo dolomitico, CAI Padova, Archivio Pollazon. Fondamentale, non solo dal punto di vista estetico ma per la comprensione stessa del testo sono i moltissimi schizzi a penna delle montagne, con i tracciati delle vie alpinistiche, dei gruppi montuosi, dei rifugi e dei bivacchi tratti dalle guide del Berti e qui riportati. Nell’edizione del 1928, l’artista che li eseguì, a partire quasi sempre da fotografie scattate dallo stesso Berti, fu il famoso Annibale Caffi, colui che, a detta dell’autore, «ha dato la vita a queste pagine rudi». Dopo la prematura scomparsa di questo notevole artista, si avvicendarono, in questo certosino lavoro, con pressoché uguale maestria, Mario Alfonsi e Franco Ornello.

Un meritatissimo elogio va infine all’editore Nuovi sentieri, che ha già acquisito tante benemerenze nell’ambito della letteratura di montagna, ancora una volta abile artefice della realizzazione di questa non facile pubblicazione.

 

 

AA. VV., Antonio Berti. Cantore delle crode. Prefazione di A. Salsa. Presentazione di L. Brusadin. Nuovi sentieri, Belluno 2007.

250 pp. con numerose ill. n. t.

ISBN 88-855510-37-X, Ril. E 20,00