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- Pubblicato: 09 Maggio 2013
In un grande letterato più che un grande alpinista, è ben comprensibile la propensione ad apprezzare qualità letterarie rispetto a quelle tecniche proprie della specifica funzione di guida alpinistica, che pure convivono nella stessa persona. Ma a fare da degno controcanto agli elogi “poetici” di Buzzati c’è Bepi Mazzotti, grande alpinista più che grande scrittore, ma assai efficace nell’illustrare icasticamente l’insostituibile valore “alpinistico” della guida “Berti” delle Dolomiti Orientali: «Qualche volta ci ha sorretto proprio in un momento critico facendoci spostare di qualche centimetro un piede e allungare quanto bastava una mano. Al momento giusto la sua guida, anzi, egli stesso, con voce tranquilla ci avvertiva che avremmo trovato un “ottimo appiglio in alto a sinistra”». Mazzotti, se ce ne fosse bisogno, si conferma anche un fine letterato (chi non ricorda il suo celebre libro La montagna presa in giro?), aggiungendo ai riconoscimenti dei meriti tecnici, questa categorica valutazione: «fin dal frontespizio, la guida del Berti citando un versetto biblico: “voci acclamanti risuonino dalle vette dei monti” si dichiara per quello che è veramente: un libro di poesia, prima che un libro di tecnica».
Su questi contenuti si sviluppano la maggior parte degli scritti presenti in questa sezione e nella successiva, la quale però raccoglie testimonianze più recenti, molte scritte proprio in occasione di questa pubblicazione. Quasi tutti i giudizi concordano sulla linea maestra tracciata da Buzzati e da Mazzotti, ma non mancano interessanti contributi specifici.
Alberto Musatti, ad esempio, penetra in profondità la personalità di Berti e pone in risalto «la severità di quest’uomo di studio e di scienza, la nuda scrittura di tecnico, nelle quali trattiene e quasi castiga la sua accesa passione». Questa sorta di rigore morale è in lui il presupposto per «la comprensione di tutti gli aspetti della montagna»: da quello geologico e geografico a quello toponomastico, linguistico e storico, ed è per questo che Berti «insegna agli alpinisti un amore umanistico e totale della montagna, e reagisce a quell’egoismo tutto muscolare e ginnastico, di un certo alpinismo, il quale non vede nella montagna che un grande attrezzo e nell’ascensione porta soltanto l’impegno di un esercizio di palestra».
Sulla natura “etica” dell’insegnamento del Berti insiste fortemente anche Federico Bressan: «All’Antonio Berti alpinista va, però, attribuito un ben più grande merito: quello di aver infuso nella sua opera un patrimonio morale che ha elevato a dignità altissima i valori dell’alpinismo». È in quest’ottica che Berti si impegna in un’assidua ricerca di monti, valli, valichi ancora in larga misura poco noti o addirittura inesplorati, e volentieri si avvale della collaborazione di molti giovani alpinisti ai quali è prodigo di suggerimenti, consigli e incoraggiamenti, come appunto nel caso dello stesso Bressan. Questi aveva scritto al Berti offrendo un proprio eventuale contributo, in previsione della pubblicazione del secondo volume della “guida” dedicata all’Agordino-Zoldano, limitatamente al sottogruppo del Monte Cavallo. «Il prof. Berti mi rispose subito cominciò così uno scambio di corrispondenza… Ma presto mi coinvolse nel lavoro di revisione dell’intero Gruppo del Col Nudo-Cavallo». Il lavoro col Berti va avanti e giunto alla fase conclusiva, scrive Bressan: «iniziò una lunga serie di incontri di lavoro… mi faceva accomodare accanto a lui, mi metteva a mio agio e andavamo avanti discutendo su relazioni, foto, itinerari tracciati con puntini sulle foto o su carta lucida».

