Altri due validi collaboratori del Berti furono il tedesco Wolfgang Herberg e Vincenzo Altamura, che contribuirono in modo sostanziale, come racconta lo stesso Altamura, alla compilazione di quello che può dirsi il terzo volume del “Berti”. Altamura e Herberg si erano incontrati nel 1951 al Rifugio Padova e avevano iniziato la sistematica esplorazione del Gruppo del Monfalcone: «Negli anni successivi cominciò la nostra corrispondenza con Antonio Berti: gli mandavamo le relazioni delle nuove ascensioni. Una volta gli mandai molte fotografie con qualche itinerario tracciato con l’inchiostro di china. Herberg fece alcune osservazioni importanti sulle quote e l’errata attribuzione dei nomi ad alcune di esse. Berti ed Herberg si incontrarono a Padova ed insieme proposero di assegnare il nome “Dolomiti d’Oltrepiave” a quelle montagne».

Ma le “guide Berti” finirono, con il passare degli anni, per porre qualche problema non banale a chi aveva l’ufficio di soprintendere alla pubblicazione della collana “Monti d’Italia”. Ne parla con schiettezza Silvia Metzeltin, moglie di quel nobile alpinista e sensibile uomo di cultura che fu Gino Buscaini. Pur riconoscendo di essersi lei stessa avvalsa a volte delle indicazioni del Berti, scrive: «Ma le relazioni dovevano fatalmente cambiare con l’evolversi della pratica alpinistica. Così anche nella conduzione delle "Guide dei Monti d’Italia" Gino Buscarini si è trovato spesso in un certo intimo disagio nei riguardi delle “guide Berti”. Negli anni Sessanta i progressi tecnici dell’alpinismo erano stati notevoli e avevano influenzato sia il modo di stendere relazioni sia le aspettative degli alpinisti. Rispetto e affettuosa considerazione per l’opera del passato si scontravano con l’esigenza di uniformare i volumi della Collana, di renderli più aderenti alle richieste dei frequentatori delle Dolomiti Orientali. Come in altri casi, l’eccellenza di un’opera è risultata un freno per il suo rinnovamento».

È stato riportato per intero il punto di vista della Metzeltin perché focalizza un problema di fondo non solo a riguardo delle “guide Berti” ma per molti dei volumi della collana. È il problema dell’ “aggiornamento”, che è di più o meno difficile soluzione, a seconda della quantità di integrazioni da apportare, ma, ed è questa l’opinione di chi scrive, deve comunque tener conto della natura del testo: se questo è un’opera letteraria di elevato valore artistico, allora può essere aggiornata solo a condizione di non pregiudicarlo. D’altra parte, nessuno impedisce all’alpinista che lo ritiene opportuno, o per suo gusto o perché semplicemente le vie che vuole percorrere non sono riportate, di consultare, caso mai, parallelamente alla vecchia guida, qualcuna di quelle “guide scelte” che ormai a pile, come sentenzia la Metzeltin «stanno seppellendo le “Dolomiti Orientali”», ma, proprio perché tante e tanto tra loro uguali, queste guide recenti non potranno mai sostituire il “vecchio” Berti, pena espungere dall’alpinismo la storia, la poesia e in fondo la vita stessa.

Antonio Berti è stato anche l’artefice di una pubblicazione che, anche a parere di più di un autore della raccolta di cui ci stiamo occupando, è degna della più attenta considerazione. Anche Silvia Metzeltin, così poco incline a indulgere ai contenuti letterari presenti nelle guide, racconta: «con i miei primi guadagni comprai Parlano i monti… questa deliziosa antologia della montagna mi ha accompagnato da allora».

   
© Vin Cen