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- Pubblicato: 09 Maggio 2013
È uno strano libro, che lo stesso Dino Buzzati non sa come definire: «Breviario? Antologia? Florilegio? Libro dei mille savi alpino? Non c’è un termine adatto». Parlano i monti non contiene un rigo scritto da Berti, ad eccezione della commossa dedica al figlio Alessandro «scomparso a trent’anni in terra lontana 18 aprile 1945 vittima della Gestapo…», raccoglie nelle 550 pagine oltre 400 voci sulla montagna, ordinate alfabeticamente, tratte da opere di ogni genere: «versi, descrizioni, detti memorabili, brani polemici, pagine di diario, episodi strani, avventure agghiaccianti… e per ciascuno poche righe, al massimo un paio di pagine». Qui Buzzati si chiede quale sia stato il criterio di giudizio nella scelta delle citazioni, e risponde: «col sentimento primo di ogni altra cosa. E nel coloratissimo mosaico – come avviene nella guida – le cento e cento voci di ogni tempo si confondono in una voce sola, nobile, umana, familiare. Parlano Aristofane, Zsigmondy, Victor Hugo, Cassin, Tolstoi, Giacosa; ma Berti, senza una linea di commento, li ha combinati in modo che s’incastrino per incanto l’uno nell’altro con straordinario effetto. Non sono che citazioni eppure è come leggere un romanzo».
Tra gli autori che hanno conosciuto il Berti e qui ne danno testimonianza, Spiro Dalla Porta Xydias aveva scritto nel ’58 un commosso ricordo pubblicato ne “Le Alpi Venete”: «Conobbi Antonio Berti a Vicenza. Andai a trovarlo nel suo studio, pieno di libri, riviste, foto di montagna. Mi colpì il suo sguardo vivo, penetrante, che non abbandonava un momento i miei occhi mentre parlavo, quasi volesse giungere sino al fondo del pensiero. L’impressione di quel primo incontro fu così forte, che, a ogni occasione mi fermavo a Vicenza o a Padova per andarlo a trovare». Dopo quest’incontro, Dalla Porta concepisce un pensiero bizzarro: quello di associare la figura di Berti, che egli ha ben conosciuto, a quella di Emilio Comici, conosciuto unicamente attraverso racconti di amici comuni, letture, e le ripetizioni delle molte vie di roccia aperte da Comici. Egli stesso non sa trovare al momento una spiegazione per questa associazione: «non vedevo il nesso tra quelle due figure egualmente grandi per il nostro alpinismo ma in modo tanto diverso», fino a che, durante l’ultimo incontro con Berti, avvenuto nello studio di questi alla luce del tramonto, a conclusione di un discorso di cui non ricorda l’inizio, Berti si era chiesto: «Perché gli uomini non riescono a dimenticare la cattiveria almeno sui monti? Perché non ascoltano il messaggio di bontà che li spinge a salire sulla cima?». Queste meste parole, lo sguardo «triste e dolce», furono per lui una rivelazione: «capii cosa avevo cercato anch’io in parete. Cosa rappresentava per me Emilio Comici, cosa era lui, Antonio Berti. E cosa accomunava lo studioso della montagna con lo scalatore scomparso? La bontà». Quella bontà che non è frutto dell’educazione, né un atto sporadico: «la bontà era la loro stessa natura».
Questa profonda intuizione dell’animo di Antonio Berti è sottesa in tutti gli interventi che ne rievocano la figura. Così Gianni Pieropan, collaboratore per molti anni di Antonio e del figlio Camillo, racconta come, a partire dal modesto notiziario sezionale “Piccole Dolomiti”, nascesse per volere del Berti quella grande rivista “Le Alpi Venete”, «il cui compito – scriveva Berti – vuole essere quello di cementare l’unione fra le Sezioni sorelle, di seguire, propagandarne, fomentarne l’espansione in ogni possibile campo». Il primo fascicolo uscì nel 1947 e fu subito un grande successo «tanto aveva potuto il suo nome, il suo fascino, la castità del suo animo e della sua opera!», commenta Pieropan.
Nel 1962 venne inaugurato dalla sezione di Padova del CAI, all’inizio del Vallon Popena, il rifugio “Antonio Berti”, dove, il 21 settembre 1986, Danilo Pianetti ebbe a commemorare la figura di Berti, pur non avendolo conosciuto personalmente. Egli dunque ne ricostruisce i momenti significativi della vita solo in base ai racconti e testimonianze di persone che gli furono amiche. In particolare Pianetti dedica un ampio spazio alle vicende di guerra di cui il Berti fu protagonista, in qualità di ufficiale medico, avendo scelto di andare in prima linea sul fronte di Lavaredo. Qui riportiamo un solo caso emblematico dei molti citati: «Nel corso dei primi mesi di guerra Berti fu testimone di uno dei più straordinari, toccanti episodi: il combattimento Innerkofler-De Luca conclusosi con la morte del primo». Nella notte del 4 luglio 1915 Innerkofler risale il camino Oppel del monte Paterno, con l’intento di sorprendere il presidio italiano, ma dopo una breve scaramuccia, l’alpino Piero De Luca scaglia un grosso masso che colpisce appieno l’austriaco facendolo precipitare alla base del camino. Berti assiste, come egli stesso narra, a questo leggendario duello e comprende subito che il prode austriaco dovesse essere Innerkofler. Medicato il De Luca, fa recuperare la salma dello Schutze e la tumula in vetta al Paterno con gli onori militari: «Cavalleria di altri tempi» commenta il Pianetti.

