Invece, conobbe bene il Berti Toni Sanmarchi, che lo frequentò assiduamente dal ’42 fino all’ultimo. Egli ci racconta, con molto garbo, il primo incontro “improvvisato” dall’amico comune Arturo Fanton e come Antonio Berti lo mettesse subito a suo agio, e poi gli abbia chiesto «Ma lei è alpinista?» e alla risposta ispirata dalla modestia: «Ho fatto diverse salite ma facili… niente di speciale», il Berti, fattosi per un momento serio, precisava: «Vede non conta quello che si fa in montagna, è come lo si fa». In seguito a questo incontro iniziava la loro collaborazione, in previsione della nuova edizione (1950) della “Guida” per il gruppo della Marmarole. Affettuosissimi sono poi i rapporti con la famiglia di Sanmarchi, con la giovane moglie e poi con il figlio appena nato, tanto che Berti suggerisce al padre di dargli il soprannome “el salvanel”, cioè quello del diavoletto delle Marmarole.

Antonio Berti divenne socio del Club Alpino Accademico nel 1909, a soli cinque anni dalla fondazione di questa associazione, e fu uno tra i primissimi “orientalisti” a essere accolto nell’eletta schiera. Giovanni Rossi scrive del Berti Accademico, e pone in luce quanto il rapporto di Berti e dei suoi amici della sezione veneta con il CAAI sia stato reciprocamente proficuo. Infatti, da una parte, i primi portano nell’ “Accademico” la loro formazione ispirata alla cultura alpinistica mittel-europea dei “senza-guida” (Zsigmondy, Winkler, Purtscheller, Hans Schmitt, Von Glanvell…); dall’altra, Berti vi trova l’ambiente più adatto alla diffusione delle proprie idee; lo provano anche gli interventi del presidente Ettore Canzio nei primi “annuari”, in cui insiste «sull’impegno alla formazione della coscienza alpinistica dei giovani e sullo studio esplorativo delle zone meno note delle Alpi».

«Si può amare un libro?» A questa domanda forse un po’ retorica, Italo Zandonella Callegher risponde candidamente che fu la lettura della “Guida” a rivelargli questa possibilità in quanto, secondo lui, da ogni pagina di Berti prorompe così impetuosamente la sua personalità che sembra di vederselo accanto, in carne e ossa, e più che con un libro ci convinciamo di avere a che fare con qualcosa che va ben oltre: qualcosa di vivo e vibrante.

Roberto De Martin propone la rilettura del discorso pronunciato dal presidente Bartolomeo Figari il 30 settembre 1951, al momento di conferire a Berti e al conte Luigi Cibrario, decano degli alpinisti piemontesi, il significativo riconoscimento di socio onorario. La risposta di ringraziamento del Berti per l’ onore ricevuto, riportata integralmente nella sezione Documenti del nostro volume, è del più grande interesse per la storia dell’alpinismo dolomitico. Qui ci limitiamo a riferire solo le considerazioni di Berti sull’alpinismo degli anni ’40-’50.

Dopo un breve excursus sulle tappe più significative dell’alpinismo dall’inizio del secolo, e dopo essersi definito, con la sua solita modestia, «archivista appassionato», Berti constata come la presenza degli italiani in qualità di “alpinisti senza guide” fosse limitata a pochi nomi e pochissime fossero le vie nuove da questi aperte. Ma è anche testimone del lento e continuo progresso del nostro alpinismo: fino a «quando, verso il 1930 sono sorti all’orizzonte e avanzati rapidamente in proscenio i giganti della tecnica, mi sono sentito, in un primo momento, alquanto confuso; il mio classicismo congenito e radicalmente compenetrato, che vedeva l’inchiodatura dei monti con gli occhi di Preuss, di Kugy, di Piaz, ne è rimasto un po’ disorientato. Stavo per ritirarmi, come un rudere dei vecchi tempi, nel mio antro. Ma là sono benevolmente venuti a trovarmi, e mi è stato profondamente gradito, un Comici, un Carlesso, un Cassin, un Castiglioni, un Gilberti, un Gervassutti, e mi sono apparsi tanto amichevoli e buoni e cari e così equilibratamente e solidamente pensanti, con una spiritualità che in nulla cedeva a quella degli uomini maggiori del passato, che ho visto in loro l’innesto felice di un grande ramo frondoso nel tronco secolare della quercia piemontese; ho visto che le nuove tendenze e le antiche potevano incanalarsi insieme in un grande alveo comune verso sempre più luminosi orizzonti… Se oggi vi fosse qualcuno che battesse altra strada e fosse pervaso da sentimenti agonistici, da aspirazioni di pretto virtuosismo atletico, in verità non saprei che compiangerlo».

   
© Vin Cen