L’Accademico a convegno

(App. me. 2007, p. 216)

Devo all’amico e prezioso collaboratore di questa nostra rivista, Francesco Leardi, il gentile invito a partecipare al Convegno nazionale del Club Alpino Accademico Italiano. Questa associazione, ben nota nel mondo alpinistico, venne fondata a Torino nel 1904 dai più forti alpinisti dell’epoca che nel loro “andar per monti” rigorosamente non si avvalevano delle guide professioniste. Questa condizione è ancora oggi perentoria, inoltre per far parte dell’Accademico bisogna aver dato prova di saper condurre da capo cordata numerose scalate impegnative (oggi almeno di V° e VI° grado); dunque bisogna essere più che provetti alpinisti, tanto è vero che l’associazione conta circa 300 soci, ben pochi a confronto degli oltre 300.000 iscritti al CAI.

Di fronte all’allettante opportunità che mi veniva offerta, non nascondo di avere provato un certo imbarazzo: come?! Io modestissimo alpinista “caprese”, tutt’al più dolomitico, incontrarmi con questi fuori classe che passeggiano sul VII° grado e respirano a pieni polmoni, come fossero in riva al mare, l’aria degli ottomila? Poi, vinta questa prudente perplessità, seguendo il detto di molti alpinisti “soldi e paura mai avuti”, naturalmente ho accettato con entusiasmo.

Il 6 ottobre giungo all’aeroporto di Torino dove, cortesissimo mi attende Francesco; proseguiamo con la sua auto e in breve giungiamo al forte di Bard, nei pressi di Aosta, sede del Convegno, organizzato quest’anno dal “Gruppo Occidentale”. Il forte di Bard è un monumento di notevole interesse sede anche del “Museo delle Alpi”, che vale la pena di essere visitato, come ho potuto constatare impiegando il resto della mattinata.

Ho avuto poi la piacevole sorpresa di rivedere alcune vecchie conoscenze: Beppe Tararan, compagno di cordata di Francesco, con cui ho stretto amicizia lo scorso anno nelle Dolomiti; il “magico” Marco Furlani, che ho frequentato anni fa sulle rocce Ampezzane; ed Emiliano Oliviero, del Soccorso Alpino, che ho accompagnato in alcune belle scalate a Capri, in occasione di un servizio fotografico promosso dalla rivista Alp e realizzato con effetti spettacolari da Gianluca Boetti. Naturalmente il Convegno è stato anche occasione per nuovi interessanti incontri: Massimo Giuliberti, Presidente del Gruppo Occidentale, Mauro Penasa, direttore dell’ “Annuario”, Alessandro Gogna, noto precursore del moderno alpinismo nel meridione d’Italia. Anche la luculliana cena conclusiva ha favorito, con piacevolissime conviviali conversazioni, il clima adatto a intrecciare simpatiche relazioni.

Entrando poi nel merito del Convegno, c’è da dire innanzi tutto che il tema proposto, “Apritori a confronto”, se può apparire al profano alquanto sibillino, anche per lo specialista sembra esigere una qualche spiegazione. E infatti gli organizzatori si sono preoccupati di precisarne il senso nell’invito stesso: «Come tutte le creazioni umane, anche le grandi vie sulle montagne sono nate prima nella mente dei loro apritori. Le vie sono sogni realizzati e materializzati che traducono in concreto le scelte e le idee di chi le ha firmate. Ma quali sono i criteri che devono guidare l’alpinista? Cosa è lecito e cosa non lo è? Anche il grande Mummery si fermò davanti alle placche del Dente del Gigante e lasciò il famoso biglietto “Impossible by fair means”. Il convegno di Brad, anche attraverso le testimonianze di alcuni dei migliori alpinisti, si propone di dar voce ad un dibattito sull’apertura delle vie in montagna».


E dibattito c’è stato! Dopo i saluti di Luciano Caveri, presidente della regione Val d’Aosta, le relazioni “ufficiali” di Guido Magnone, Alessandro Gogna e Ivan Guerrini, hanno stimolato i numerosissimi interventi dei soci. Si è dato così voce a una serrata e a volte accesa discussione, che si è ampliata coinvolgendo problematiche, apparentemente “lontane”, ma delicate e cruciali nel concreto, quali, ad esempio, la possibilità di limitare il rischio in montagna e il conseguente “prezzo” da pagare; il rapporto tra alpinismo e arrampicata in falesia, se questa può o non può considerarsi iniziazione al primo; le connessioni, da moltissimi ritenute essenziali, tra cultura e la pratica dell’andar per monti.

Non è compito di chi scrive tentare ora un rendiconto “ragionato” di questi contributi, che rimandiamo all’uscita degli “Atti”, augurandoci di leggerli quanto prima.

Vorrei concludere, e chiedo venia, con una parentesi del tutto personale. Ascoltavo con grande attenzione gli oratori che si alternavano al microfono a sostenere vigorosamente le loro convinzioni: vuoi sul numero di chiodi da usare in rapporto a un certo grado di difficoltà, o sulla liceità, e in quali condizioni, dei tanto discussi spit; vuoi sulla legittimità del “restauro”, ed eventualmente in quali forme, delle vie storiche di roccia… E, però, anche con un minimo di ansia, forse che le controversie che ci appassionavano non erano che lotta tra mulini a vento? Ma no! È che oggi si tende a giudicare tale ogni iniziativa culturale che sia un po’ più alta del piano terra-terra dell’immediato interesse personale, più o meno quotidiano. All’improvviso mi è parso meraviglioso vedere tanti, davvero molti (più di 100), disponibili a sognare le sfide dell’alpinismo. Che belle persone! Come sono contento di avere trascorso una giornata con loro!

 

 

   
© Vin Cen