(App. Me. 2005, p. 282)
Quali siano i cambiamenti intervenuti nei rapporti tra ambiente alpino e realtà urbana, quali siano stati nel tempo i reciproci condizionamenti tra montanari e cittadini e, soprattutto, quali ragionevoli previsioni si possano fare sulla evoluzione di questi complessi fenomeni sociali sono i non facili argomenti affrontati nel denso libro di Enrico Camanni. La rilevante attualità di questa problematica, l’acume con cui viene investigata e l’ampia documentazione offerta rendono questo studio prezioso per chiunque sia interessato a un approccio più consapevole con la montagna.
Con un sintetico excursus storico, a partire dai primi contatti dell’uomo con le Alpi, risalenti a circa centomila anni fa, l’A. ripercorre le tappe più significative di questa lunga storia: così veniamo a sapere che è nell’età del rame e in quella successiva del bronzo che «si definisce l’integrazione tra uomo e montagne e si gettano le fondamenta di quella civiltà alpina che… comincia a coincidere con l’immagine giunta fino al nostro recente passato» (p. 19). Civiltà che nei secoli ha conosciuto periodi di crisi, come durante l’alto Medioevo per l’avanzata dei ghiacciai, e periodi di prosperità, come alla fine del Medioevo, quando «l’economia alpina si dimostra salda e relativamente florida in un contesto di crisi continentale» (p. 23), fino a giungere nell’età moderna, al primo ’700, quando «quella civiltà alpina ha incominciato a impoverirsi non tanto per le difficoltà oggettive della montagna… quanto perché sono mutati gli scenari politici e le montagne hanno subito governi sempre più lontani e disinteressati» (p. 30).
Ma se il ’700 fu il secolo che imponendo la supremazia dei governi centrali sulle periferie, mise in crisi la civiltà alpina, fu anche il secolo che vide la montagna occupare un posto di rilievo nella grande cultura europea. La conquista del Monte Bianco (1786), evento che segnò l’inizio dell’alpinismo, è promossa da Bénédict de Saussure, tipico esponente della cultura illuministica ginevrina, con espliciti fini scientifici che resteranno per molti anni lo scopo “ufficiale” dell’alpinismo. Successivamente la singolare bellezza di luoghi “inaccessibili” e lo spirito d’avventura necessario per raggiungerli saranno i motivi che ispireranno i viaggiatori romantici: «fino a metà ottocento l’alpinismo può essere letto come un fragile connubio tra scienza e avventura, in cui la scienza serve a sublimare i sensi di colpa per l’avventura, ma le spinte soggettive del nuovo sport, che proprio per le sue radici romantiche non sarà mai uno sport come gli altri, alla fine prevalgono sull’alibi scientifico» (p. 40).
Ma si avvia allora anche il processo di urbanizzazione delle nostre montagne, con la conseguente loro devastazione, che va avanti in modo sempre più massiccio fino a manifestarsi nella forma più aggressiva ed eclatante negli anni che vanno dal cinquanta al settanta del secolo scorso, soprattutto a causa della diffusione a livello di massa dello sci di pista.
Su questo fenomeno, sin dal suo inizio, si apre un aspro dibattito che è proseguito ininterrotto fino ai giorni nostri: «tutto il processo urbano di “scoperta” e colonizzazione delle Alpi è accompagnato da un incessante dibattito tra conservatori e progressisti. Da un lato i colti sacerdoti dell’Alpe romantica, dall’altro i disincantati divulgatori dell’Alpe ludica» (p. 53). Qui Camanni passa in rassegna gli esponenti delle due opposte concezioni con ampie citazioni. Già il celebre storico dell’arte John Ruskin aveva lanciato l’anatema contro i profanatori dei santuari della terra: «voi avete disprezzato la natura, tutte le profonde e sacre sensazioni dello scenario naturale » (p. 54); e a lui Leslie Stephen, autore di un libro di successo come Il terreno di gioco dell’Europa, aveva risposto con spavalderia: «a mio avviso poche cose sono più pittoresche di una strada carrozzabile alpina… Andare in montagna è uno sport come il cricket e il canottaggio. Si vince quando, nonostante tutte le difficoltà, si arriva in cima; si perde quando si è obbligati a ritirarsi» (p. 55).
Dopo toni anche drammatici, la polemica diviene ironica. Nel 1885 Alphonse Daudet pubblica il suo Tartarino sulle Alpi: «Daudet ambienta il suo eroe goffo, ingenuo e baldanzoso in una Svizzera da operetta programmata per ricevere cittadini goffi, ingenui e baldanzosi, vacanzieri destinati a cadere vittime delle trappole per turisti, alpinisti pronti ad acquistare finte emozioni al prezzo delle emozioni vere… ci sono tutti gli ingredienti per una denuncia dell’alpe corrotta, mercificata, contraffatta» (p. 57).
Se la satira di Daudet, che mai è stato alpinista, è generica, puntuali arrivano gli strali dell’alpinista Samivel a trafiggere l’argomento più caro ai costruttori d’impianti: «ecco uno dei ritornelli di quest’epoca: tutti devono poter profittare in modo uguale di ogni piacere. Ma questo significa voler dimenticare che i più cari tra i piaceri non possono essere provati che individualmente». Puntuale la replica alla retorica domanda se le automobili non abbiano il merito di aver consentito a molti la visione d’albe idilliache che altrimenti mai avrebbero godute: «e chi dice che essi ne profittino? Io sostengo il contrario… e dichiaro che le montagne hanno porte invisibili che le folle non valicheranno mai. L’alba è la stessa, d’accordo ma sono gli spettatori a non essere gli stessi» (p. 60). Camanni commenta: «è l’incolmabile contrapposizione tra la vocazione elitaria del viaggio interiore e l’infinita riproducibilità del gesto turistico» (p. 61).
Il dibattito non può che coinvolgere direttamente anche il mondo proprio dell’alpinismo “militante”: «per gli alpinisti i confini della questione sono esattamente gli stessi, ma con una variabile in più: il rischio; e un oggetto simbolico che dà corpo al dibattito: il chiodo da roccia» (p. 61). Qui, a mio parere, l’autore pecca di un certo schematismo identificando la natura delle due polemiche, quella tra conservatori e progressisti, da una parte e, dall’altra, quella tra alpinisti quali Paul Preuss, inflessibile sostenitore dell’arrampicata libera, e Tita Piaz, aperto all’innovazione e all’uso di mezzi artificiali, non perché si introduce il rischio e i mezzi per cautelarsene, bensì perché i personaggi sono del tutto diversi: autentici alpinisti questi, più letterati e turisti quelli, come diversissimo è l’oggetto delle due polemiche: la prima sull’ambiente montano e le sue trasformazioni, specifica sull’alpinismo e i modi di praticarlo la seconda. Ciò detto, fa bene Camanni a denunciare l’uso degli spit come “la fine” dell’alpinismo perché «permettono di salire a scendere dappertutto» (p. 78), ma data l’importanza di questa tematica sarebbe stato opportuno dedicarle un più ampio spazio.
Ritornando al tema centrale del libro, l’A. giunge alla conclusione che «l’ideologia “tradizionalista” e la spinta “modernista” si sono trovate entrambe disarmate di fronte alla crisi culturale delle Alpi» (p. 81). La prima è sfociata nella “museificazione” della montagna, la seconda l’ha degradata a “surrogato” della città. È dunque necessario trovare una “terza via” che va individuata proprio nella crisi del modello consumistico: «il vero segnale di svolta non è giunto né da un sussulto dell’antica sobrietà montanara né da un ripensamento etico della città. È stata l’economia a ripensare se stessa» (p. 88).
Per seguire questo segnale l’autore prende in esame numerosi documenti, il testo di alcuni di questi è pubblicato nell’appendice. Si parte dall’Agenda 21, che elabora l’idea dell’economista Herman Daly di “sviluppo sostenibile”, cioè «quello sviluppo che soddisfa le esigenze delle generazioni di oggi senza impedire alle generazioni di domani di soddisfare le loro». La Convenzione delle Alpi è invece un trattato internazionale che propone un’opportuna pianificazione dello sfruttamento delle risorse in conformità al paradigma dello “sviluppo sostenibile”, nonché la tutela del paesaggio mediante l’istituzione di parchi. Sebbene sia discutibile la concezione di un programma di tutela soltanto di una zona limitata, anziché di tutto l’arco alpino, si è dovuto tuttavia prendere atto che laddove non si sono imposti vincoli istituendo parchi e riserve naturali si è verificato uno sviluppo incontrollato e selvaggio che ha devastato il territorio. I parchi sono anche dei poli di richiamo per quei turisti, sempre più numerosi, che desiderano osservare “direttamente” lo svolgersi dei processi naturali senza che questi siano condizionati dall’intervento umano.
Alla fine della sua analisi l’A. individua «tre priorità, tre snodi cruciali: agricoltura, turismo, e trasporti… indissolubilmente interconnessi», e prende in considerazione i sistemi più opportuni per uno sviluppo economico che sia in armonia con l’ambiente alpino e le sue specifiche risorse.
In questa Nuova vita delle Alpi le due figure di maggior rilievo, il montanaro e il turista, vanno ampiamente riconsiderate. La vecchia qualifica di “montanaro” attribuita a chi è nato in montagna non è più adeguata: troppi sono i giovani che benché nati e stabilmente residenti in montagna, del montanaro non hanno proprio più nulla, essendo stati “educati” ai più logori cliché del consumismo. Il “montanaro consapevole” è colui che, ovunque sia nato, decida di vivere in montagna « spinto da una forte motivazione etica ed ecologica… che sogna di tentare nuove vie: l’agricoltura biologica, l’allevamento a misura d’uomo e di animale, la sobrietà dei costumi, la qualità dell’abitare, una felicità “sostenibile”… Penso a donne e uomini sufficientemente colti e creativi per unire tradizione e innovazione, esperienza di ieri e tecnologia di domani, gusto per il bello che è stato e per il bello che sarà. Perché vivere sulle Alpi nel terzo millennio sarà anche una questione estetica e una scelta di stile» (p. 131).
Come il montanaro, così il turista deve essere consapevole che la sua scelta di andare in montagna comporta il contatto con una realtà ben diversa dalla città: «lasciare la città vuol dire anche questo: accettare che una parte del mondo contemporaneo possa risiedere altrove, lontano dai centri tradizionali fuori dalle rotte del mercato globale. Accettare l’alterità come ricchezza insostituibile e scoprire finalmente che esiste qualcosa che non si può comprare nei grandi magazzini» (p. 138).
L’ultimo capitolo prende in considerazione dieci realtà, presenti lungo tutto l’arco alpino, emblematiche di come nella pratica siano state affrontate alcune delle problematiche prese in considerazione in questo libro. Un’appendice di documenti e una bibliografia scelta chiudono il volume.
Dopo questa ampia esposizione necessaria per la molteplicità dei temi trattati, si impongono alcuni interrogativi al margine.
Innanzitutto sarà davvero possibile un radicale cambiamento “guidato” dall’economia, senza che si verifichi una così grave crisi generale dell’economia stessa, tale da provocare una significativa caduta della frequentazione di massa della montagna? Lo “sviluppo sostenibile” si dimostrerà un concetto capace di produrre una nuova visione dell’economia o si rivelerà solo l’ennesimo slogan di belle speranze utopiche?
Personalmente ritengo più plausibile puntare su un cambiamento di prospettiva nell’ambito della formazione culturale. Senza un buon livello di saperi e competenze, ampiamente diffusi, che cosa può rendere possibile l’incremento di “montanari consapevoli”, spinti da una forte motivazione etica, e di “turisti responsabili” disposti a lasciare la città in favore di un’alterità intesa come impagabile ricchezza? Se è vero che la scelta di vivere nelle Alpi sarà anche una questione estetica cioè di stile, quale sarà il bagaglio culturale adeguato per renderla preferibile? E chi o che cosa potrà fornirglielo?
Certo non basterà quella cultura di massa dequalificata che, anche a parere di molti addetti ai lavori, inquina ormai l’insegnamento scolastico compreso quello universitario, e va per la maggiore grazie ai mezzi di informazione, dalla televisione alla stampa, a Internet, mortificando ogni stimolo alla ricerca approfondita, all’intelligenza e creatività personale. Ma tant’è; a proposito: quanti, sia pure nell’ambiente specifico di assidui frequentatori della montagna, leggeranno, ma leggeranno davvero questo bel libro così ricco di problematiche di loro sicuro interesse?
Enrico Camanni, La nuova vita delle Alpi
pp. 228, Bollati Boringhieri, Torino 2002
ISBN 88-339-1402-X, br. € 13