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- Pubblicato: 09 Maggio 2013
(App. Me. 2005, p.79)
È ben noto che il Faraglione di Terra, con le sue guglie svettanti, gli aguzzi pinnacoli, le pareti policrome adorne di lussureggiante vegetazione, ha sedotto numerosi personaggi che non hanno saputo resistere alla tentazione e hanno affrontato, più o meno coscientemente, la non facile e perigliosa ascensione.

In questa schiera di ardimentosi sono ampiamente rappresentati pressoché tutti i mestieri: dai pescatori ai cuochi, dai meccanici agli elettrotecnici; numerosi sono anche i professionisti: avvocati, ingegneri, medici, banchieri e bancari… Né è assente la categoria degli imprenditori sia edili che dell’illuminazione (elettrica). Puranco la classe degli intellettuali “puri” annovera quali audaci salitori esimii studiosi di scienze fisiche e matematiche, letterati, artisti, storici e cronisti. Unici latitanti… i filosofi. Perbacco! Mancanza grave perché da decenni chi scrive non solo ha intrattenuto con parecchi di loro assidui rapporti di lavoro, naturalmente quale “umile amanuense”, ma anche di cordiale amicizia, e tuttavia ogni suo tentativo di persuaderli, con affabulanti racconti, con mirabolanti esaltazioni delle bellezze nascoste in questo luogo, a goderne in prima persona, seguendolo sulle orme del grande Steger, è miseramente fallito. Tutto inutile. I saggi filosofi ascoltavano con educato interesse, ma poi scuotevano il capo adducendo, per declinare l’invito, i più diversi motivi di timore (le famose vertigini) e di scrupolo (l’età non più verde per simili exploit), in verità poco credibili in personaggi avvezzi a cimentarsi spavaldamente nella ben più impegnativa arte della scalata alla cattedra accademica.

A lungo andare il perdurare di questi dinieghi ha cominciato a incuriosirmi non poco: perché proprio i filosofi resistevano così accanitamente alla tentazione di porre le mani, e anche i piedi, su queste splendide rocce, tentazione a cui intere moltitudini, provenienti dai più diversi campi delle umane attività, cedevano immediatamente, senza alcun pudore?
Forse quelle menti educate alla profonda riflessione filosofica sul mondo e sull’uomo, per seguire il socratico insegnamento “conosci te stesso” nutrivano la convinzione che le scalate fossero inutili a questo fine, anzi perniciose perché fuorviavano l’indagine verso un “se stesso” soltanto effimero e ludico? Tormentato da questi dubbi ero sul punto di cambiare i programmi estivi sacrificando (aimè!) qualcuna delle abituali scalate dolomitiche con una intensa ripresa di quei testi filosofici da lungo tempo abbandonati, quand’ecco avviene il fortunato imprevisto.
Un mio giovane amico (invero figliuolo di un mio amico) Matteo Vegetti, molto promettente studioso di filosofia, come testimonia un suo dotto, ma soprattutto intelligente libro, testé pubblicato da una pessima casa editrice per di più napoletana, mi chiede timidamente se lo condurrei sulla cima del mitico Faraglione. Con un non facile sforzo nascondo l’emozione e con sussiego rispondo: «Beh, forse, vedremo…». Poi abbandonato ogni ritegno: «Ma potremmo andarci proprio domani che non ho impegni», come se ci fossero impegni capaci di farmi desistere da una scalata!
Matteo è d’accordo, così mi precipito al telefono e chiamo il mio amico Lello Girace per chiedere di accompagnarci (per la scalata al Faraglione con un principiante è necessaria la presenza di due esperti), e qui una nuova sorpresa: c’è una giovanissima socia Chiara Del Gaudio, la cui bella foto adorna la copertina di questo fascicolo, della sottosezione di Castellamare che vorrebbe anche lei compiere questa salita.
Il giorno dopo, il 29 marzo, io e Matteo, Lello e Chiara, di buon’ora, siamo ai piedi di Sua Maestà il Faraglione. La salita si svolge lungo la via Steger che presenta, proprio all’attacco, un passaggio molto difficile, brillantemente superato sia da Chiara che da Matteo. Procediamo veloci e in meno di due ore siamo in vetta. Dopo la rituale stretta di mano, aver annotato i nostri nomi sul libro, scattate le solite fotografie, iniziamo la discesa. Questa richiede alcune calate a corda doppia e solo qui Matteo mostra un po’ di incertezza, d’altra parte ben giustificata da chi usa per la prima volta questa tecnica, ma prontamente superata. Dopo due ore siamo di nuovo alla base: nuova stretta di mano e sincere congratulazioni dei capicordata ai secondi che così brillantemente hanno sostenuto questo non facile battesimo con la roccia. Veloci risaliamo il sentierino, guadagniamo il primo bar e saccheggiamo il deposito di birra; anche in questa prova Chiara ma più ancora Matteo danno prova della loro valenza.
Vinta la sete, pongo a Matteo la domanda che da tempo mi assilla: «Dimmi un po’, tu che sei del mestiere, ritieni che scalare possa essere fuorviante alla vera conoscenza di se stessi?». Pronta arriva la risposta, che se l’avesse data Chiara, l’avrei abbracciata e baciata con effusione: «Certamente no! Anzi sono convinto che le scalate costituiscono un ottimo mezzo per approfondire questa conoscenza, forse paragonabile alla lettura dei migliori testi dei filosofi antichi e moderni, certamente di quelli contemporanei, alcuni di questi sì fuorvianti!»

