Matteo è d’accordo, così mi precipito al telefono e chiamo il mio amico Lello Girace per chiedere di accompagnarci (per la scalata al Faraglione con un principiante è necessaria la presenza di due esperti), e qui una nuova sorpresa: c’è una giovanissima socia Chiara Del Gaudio, la cui bella foto adorna la copertina di questo fascicolo, della sottosezione di Castellamare che vorrebbe anche lei compiere questa salita.

 

Il giorno dopo, il 29 marzo, io e Matteo, Lello e Chiara, di buon’ora, siamo ai piedi di Sua Maestà il Faraglione. La salita si svolge lungo la via Steger che presenta, proprio all’attacco, un passaggio molto difficile, brillantemente superato sia da Chiara che da Matteo. Procediamo veloci e in meno di due ore siamo in vetta. Dopo la rituale stretta di mano, aver annotato i nostri nomi sul libro, scattate le solite fotografie, iniziamo la discesa. Questa richiede alcune calate a corda doppia e solo qui Matteo mostra un po’ di incertezza, d’altra parte ben giustificata da chi usa per la prima volta questa tecnica, ma prontamente superata. Dopo due ore  siamo di nuovo alla base: nuova stretta di mano e sincere congratulazioni dei capicordata ai secondi che così brillantemente hanno sostenuto questo non facile battesimo con la roccia. Veloci risaliamo il sentierino, guadagniamo il primo bar e saccheggiamo il deposito di birra; anche in questa prova Chiara ma più ancora Matteo danno prova della loro valenza. 

Vinta la sete, pongo a Matteo la domanda che da tempo mi assilla: «Dimmi un po’, tu che sei del mestiere, ritieni che scalare possa essere fuorviante alla vera conoscenza di se stessi?». Pronta arriva la risposta, che se l’avesse data Chiara, l’avrei abbracciata e baciata con effusione: «Certamente no! Anzi sono convinto che le scalate costituiscono un ottimo mezzo per approfondire questa conoscenza, forse paragonabile alla lettura dei migliori testi dei filosofi antichi e moderni, certamente di quelli contemporanei, alcuni di questi sì fuorvianti!»  

 

 

 

   
© Vin Cen