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Rosa Riz

Vacanze capresi: una burrasca e una scalata

(App. Me. 2004, p. 181)

Prologo tragicomico

Una volta deciso che per quest’anno la nostra breve vacanza primaverile doveva svolgersi in quel di Napoli era logico, visti “gli appoggi in zona”, che una scalata ai Faraglioni non poteva mancare, si trattava di una tappa praticamente “obbligatoria”.

L’ amico Francesco del Franco, nostra “guida storica”,  aveva decantato tanto spesso e con tanta enfasi la bellezza di questi luoghi ameni e al tempo stesso impervi, che la nostra curiosità non poteva non essere soddisfatta.

Così giunti a Napoli il primo sabato di maggio, ci imbarcammo velocemente sull’aliscafo per Capri senza neanche degnare di uno sguardo il mare.

Errore! Errore grave soprattutto per noi che, pur dominando vette aguzze, orridi dirupi, insondabili crepacci, con il mare abbiamo ben poca dimestichezza.  Così all’uscita dal porto ci rendiamo ben presto conto che il mare del golfo di Napoli, pur non paragonabile a quello tempestoso di Scilla e Cariddi, responsabile di molte leggende e di qualche naufragio, può anche gonfiarsi ed accavallare onde impetuose che, sbatacchiando con rolli e beccheggi la nostra minuscola imbarcazione, non impiegarono molto per porre a soqquadro  le nostre teste…

La situazione precipitò velocemente quando ci accorgemmo che i passeggeri intorno a noi (forse anche loro non lupi di mare) iniziarono ad impallidire e ad aggrapparsi nervosamente ai sedili (è noto che il mal di mare è fortemente contagioso!). Paolo mi testimoniava tutto il suo disappunto con uno sguardo che non saprei definire se comico o drammatico.

Ogni cosa però, bella o brutta che sia, ha fine. Così, come Dio volle, giungemmo nel piccolo porto di Capri e, appena i marinai ammainarono la passerella (anche io ho imparato qualche termine marinaresco), senza neanche rivolgere uno sguardo alla bellissima “Marina grande” ci precipitammo sulla banchina e poco mancò che non ci inginocchiassimo e, novelli Colombo, baciassimo la terra.

Dopo una obbligatoria (e qui il termine è senza virgolette) sosta per riprendere fiato ed equilibrio dal famoso Bonocore, imboccammo la via per Punta Tragara e scendemmo al “porto di Tragara” ove, dal ristorante “Luigi”  ci fu possibile ammirare il Faraglione di Terra in tutta la sua verticalità che con pareti strapiombanti incombe sul piccolo istmo che lo collega all’isola.

E di questo per quel giorno ci dovemmo accontentare!

Lo sconsolato rientro a Napoli fu per fortuna più tranquillo, ma la delusione per la mancata scalata pesava non poco sui nostri cuori.

 


Relazione (quasi) tecnica della scalata

Il giorno successivo, come se nulla fosse accaduto, il sole sembrava splendere solo per noi. Una quiete, un tepore, una calma che avevano dell’incredibile se confrontati con le terribili ore passate sull’aliscafo il giorno prima.

Personalmente avevo un altro programma, perché di cose belle a Napoli ce ne sono tantissime, ma quando ho sentito il rumore dei moschettoni, mentre Paolo si preparava, non ho resistito ed ho fatto alcune considerazioni personali:

I) una guida come Francesco del Franco, con il quale già sulle Dolomiti avevamo avuto il piacere di accompagnarci, era un’occasione senza dubbio unica

II) un aiuto guida come Lello Girace, piacevole compagno di escursioni dolomitiche, senza dubbio faceva parte del momento magico.

III) il tempo sembrava dire: “la giornata è tutta vostra”.

Per cui, preparazione veloce, appuntamento a piazza Vittoria, pullman per il porto, imbarco. Questa volta l’attraversata è stata molto piacevole, e dopo una breve sosta presso la sede di “Capri outdoors” per il controllo dell’attrezzatura, finalmente si parte.

All’arrivo alla base del Faraglione, ci si prepara con attenzione per la scalata e si inizia senza indugi. Il primo tiro è tosto, ma con due esperti accompagnatori nulla può preoccupare. La salita a tratti è molto impegnativa ma l’occhio è abbondantemente ripagato dalla piacevole vista su di un incantevole mare azzurro. I gabbiani tentano amichevolmente di difendere la loro privacy ed anche questo fa parte dello spettacolo.

Arrivati in cima, dopo circa due ore e mezza, ci si trova su di un pianoro abbastanza spazioso. Dopo la doverosa firma sul libro di vetta e le foto di rito, inizia la discesa che comporta tre tiri di corda doppia. I primi due brevi, ma il terzo in pieno strapiombo sul mare, è una esperienza unica.

Personalmente poi, essendo l’unica donna della cordata, ho avuto l’onore  e il privilegio di essere accolta con un applauso da Luigi e da tutti gli ospiti presenti sul terrazzo del suo ristorante; la cosa mi ha letteralmente riempito il cuore (non tento neppure di nascondere la mia prorompente vanità).

Dopo una bella mangiata di pesce, ed un tuffo in mare da parte della nostra guida del Franco, abbiamo avuto – ciliegina sulla torta di questa giornata incantevole – il privilegio di rientrare al porto con la barca di Luigi, potendo così ammirare, da altre angolazioni, i Faraglioni ed una bella parte di questa meravigliosa costa caprese.

Epilogo birroso

Preso al volo il traghetto, giungemmo felicemente a Napoli ove al ristorante “Umberto” ci attendevano gli amici Walter, Bianca, Pia e gli “scoiattoli” di Cortina Paolo Bellodis, Paolo Da Pozzo, Stefano Picogliori, Roberto Casanova, venuti a Napoli per un lavoro di disgaggio.

Ancora molto eccitati per l’impresa compiuta, io che ero addirittura euforica per questa mia prima vera scalata, iniziai subito a raccontarla in tutti i più minuti particolari. Figuriamoci il mio Paolo – dico “mio” solo per distinguerlo dagli altri “Paolo” presenti – che è ben noto essere molto più chiacchierone di me! Mentre noi ci infervoraramo nella conversazione, Francesco provvedeva a rifornirci di pantagruelici boccali di birra, che venivano scrupolosamente svuotati in poco tempo. Trascorsero così parecchie altre ore molto piacevoli finché a notte inoltrata chiudemmo questa avventura che rimarrà a lungo nel nostro ricordo: un naufragio mancato e una scalata riuscita.