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- Pubblicato: 15 Gennaio 2011
I primi cinquant’anni del rifugio Pomedes
(App. Me. 2006, p. 197)
Il sole in quest’estate appena trascorsa non è stato molto generoso, spesso celato dietro fitte nebbie e nubi minacciose ha suscitato, perfino negli alpinisti più freddi, non poche apprensioni.
Così non è stato il 30 luglio. Sin dalle prime ore, la nostra stella si è mostrata in tutto il fulgido splendore quasi lo avesse riservato per le grandi occasioni, come quella da celebrare in questa data: l’anniversario dei primi 50 anni del rifugio Pomedes! Voluto da Luigi (Bibi) Ghedina, che lo fece sorgere in uno dei siti più belli dell’Ampezzano, a ridosso di Punta Anna e dei Torrioni del Pomedes, si affaccia sulla conca di Cortina offrendo, dalla sua ampia terrazza, una splendida visione delle montagne che ne delimitano il versante meridionale.
Nel costruire il suo rifugio, all’inizio piccolo, quasi un vero nido d’aquila, poi a varie riprese ampliato, Bibi si è avvalso di tutta la sua esperienza, derivante anche dall’assidua frequentazione dei rifugi sparsi su tutto l’arco alpino, per adottare le soluzioni migliori per una costruzione in appropriato stile alpinistico. L’arredo interno, così attraente e confortevole, è dovuto alle cure della consorte di Bibi, l’indimenticabile Lucilla, prematuramente sottratta da una sorte avversa all’amore della sua famiglia e ai tanti amici legati a questa splendida persona da sentimenti di profonda stima e affetto.
Data la sua posizione strategica, il rifugio costituì subito un punto di riferimento per l’alpinismo in Tofana, per divenire poi, grazie ai giochi olimpici del 1956 e all’ampliamento della seggiovia di Piè Tofana fino al rifugio, anche un’importantissima struttura per la stagione invernale. Così, col tempo, anche i figli di Bibi e Lucilla, Adriana, Katia, Ruggero e Renata hanno hanno partecipato di buon grado alla gestione del rifugio apportando ognuno il proprio contributo di idee e di proposte d’innovazione.
La storia di questi primi cinquant’anni del rifugio è stata tracciata, in un agile opuscolo, da Ernesto Majoni, pubblicista e storico dell’Ampezzano e che abbiamo il piacere di annoverare tra i collaboratori della nostra rivista.
Qui ci limitiamo a testimoniare il grande successo della festa che la famiglia Ghedina ha voluto offrirci per l’occasione. Numerosissimi sono stati gli amici, alpinisti, sciatori o comuni escursionisti, che sono confluiti per le vie più diverse, al rifugio. Così, per esempio, Toio (Vittorio Da Poz) dal rifugio Giussani – di cui è signore assoluto – disdegnando il facile collegamento del sentiero Astaldi, ha salito la Punta Anna, discendendo veloce lungo la ferrata realizzata da Bibi nel 1972; Carlo Gandini, la memoria storica dell’alpinismo ampezzano, lasciata l’auto al sottostante rifugio Dibona, si è inerpicato per il ripido sentiero che collega i due rifugi; inopinatamente, poi, il maestro di sci Elio Alverà, al quale sono legato da profonda amicizia, disattendendo il nostro appuntamento, mi ha preceduto usando la comoda seggiovia di Piè Tofana. Anche Napoli era egregiamente rappresentata dal forte sciatore e, ma non altrettanto forte, alpinista Marino Corona, inappuntabile nel suo classico pantalone alla zuava, scortato dal suo fedele maggiordomo Pelajo: un autentoco cliché del migliore alpinismo d’epoca! A ogni modo, tutti presenti i tanti e grandi amici di Bibi da Lino Lacedelli, a Claudione (Claudio Zardini), a Bortolin (Bortolo Pompanin), Lorenzo Lorenzi e Ugo Pompanin. In queste circostanze suona sempre una nota malinconica: come non ricordare tra gli amici che non ci sono più almeno i carissimi Micia, Mescolin e Boni?
Dopo il rito della messa e il saluto del sindaco di Cortina, l’avvocato Giacomo Giacobbi, Ernesto Majoni ha intrattenuto amabilmente il pubblico ricordando alcuni aneddoti legati alla storia del Pomedes. Infine, Ruggero Ghedina ha ringraziato gli intervenuti e, non senza emozione, i suoi genitori, riconoscendo quanto si siano sempre prodigati anche per la serenità e il benessere di tutta la famiglia.
Poi la festa esplode: solo la penna di Rabelais sarebbe adeguata a descrivere la varietà, la bontà e la quantità delle pietanze imbandite, dei fiumi di vino, birra, grappe e liquori scorsi. Ciò, naturalmente, ha contribuito non poco a sciogliere le lingue, anche quelle più riservate, in animatissime conversazioni e tema privilegiato è stato – c’è da dubitarne? – l’alpinismo, con racconti di scalate memorabili, di mirabolanti avventure vissute dai protagonisti, di epici interventi di soccorso,
resoconti di affascinanti, esotiche spedizioni alla conquista di grandi montagne
extraeuropee…
Intanto sulla terrazza si fa musica: un affiatato complesso alterna motivi di classici canti di montagna con moderni brani di jazz e qui Bibi ci sorprende tutti, quando insieme al suo amico Bortolin si impossessa del microfono e intonano La montanara.
In questa piacevole atmosfera, le ore passano veloci e a pomeriggio inoltrato Bibi taglia un’imponente torta adorna di 50 candeline che ha preparato con le sue mani secondo la migliore tradizione della pasticceria ampezzana.
Il sole, che non ci ha mai abbandonato, volge al tramonto e pian piano anche la compagnia si scioglie.
Non pochi di noi, nel prendere la via del ritorno, credo abbiano provato un’intima soddisfazione per aver festeggiato un personaggio che rappresenta un fulgido esempio di come vada vissuto l’alpinismo e la montagna, ma è stata anche la festa di ognuno di noi, nella misura in cui, cogliendo quest’occasione per riflettere su quelle che sono state le nostre scelte di vita, ci siamo riconosciuti uomini della montagna, la cui vita non può ormai prescindere dai valori, dai piaceri e dalle abitudini acquisiti con l’assidua frequentazione di questa.
La consapevolezza che una parte almeno di noi stessi è così determinata, può essere motivo di sicurezza nell’affrontare il prossimo futuro.
Anche per questo: grazie Bibi.

