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(App. Me. 2006, p. 149)

Luigi Ghedina ha moltissimi amici che gli sono profondamente affezionati. Lo chiamano tutti “Bibi”, ma questo nomignolo suona diverso a seconda di chi lo pronuncia: se si tratta degli amici “alpinisti” squilla quasi fosse il grido di “vetta”, se invece è pronunciato dagli amici di tutti i giorni assume un tono più sommesso, quello con cui si interpella una persona particolarmente cara.


Non è difficile dare ragione di questa differenza “musicale”: infatti per gli alpinisti, quelli “classici” beninteso, cioè coloro che usano esclusivamente chiodi e martello, l’agile bisillabo, col suo duplice veloce alternarsi, foneticamente perfetto, di vocale e consonante, non può che evocare un mitico personaggio a cui ci si sente debitori di intensi sentimenti, fantasie e avventure. Ne sono testimoni i numerosi libri di storia dell’alpinismo in cui sono ben raccontate le imprese e le esperienze vissute sotto la guida e l’ispirazione di un grande conoscitore della montagna come lui (non senza il viatico di qualche sosta nei bar di Cortina!).
C’è anche una buona parte della vita di Bibi, non strettamente legata all’alpinismo, illuminata dal suo grande amore per la moglie Lucilla, dall’affetto premuroso per i suoi figli, impegnata in un intenso lavoro di cui è frutto eloquente il suo rifugio Pomedes: ma si tratta per l’appunto della sua vita privata, ed è diritto del solo Bibi di raccontarla.
Mi pare invece lecito menzionare un altro aspetto poco noto, e certamente meno impegnativo, ma emblematico del Bibi alpinista, anche perché mi riguarda personalmente: è quello che potremmo dire legato alla didattica, da non confondere naturalmente con il ben noto ruolo di guida che Bibi ha svolto per tanti anni, aprendo numerose vie spesso insieme a clienti importanti e ancora più spesso insieme a signore di grande fascino. Mi riferisco all’attività della Scuola di roccia – Scoiattoli di Cortina, che faceva capo al rifugio Pomedes e aveva come unico maestro, appunto, Bibi. Chi scrive, dunque, è stato forse cronologicamente l’ultimo allievo di questa alta scuola, e di tale prima esperienza alpinistica, malgrado il non poco tempo trascorso, conserva il più vivido, gradito ricordo.


Dopo una breve spiegazione sui rudimenti essenziali della tecnica di scalata, messa a punto su alcuni massi in prossimità del rifugio, Bibi conduceva l’allievo direttamente in roccia, cioè non in palestra, ma su una vera e propria via (spesso alla Gusella di Passo Giau), ovviamente con passaggi facili (II e III), ma pur sempre una via di più tiri, in ambiente severo com’è di per sé quello della montagna, in modo da consentire anche al neofita di saggiare le proprie inclinazioni, sperimentando le emozioni assolutamente inedite di una scalata vera e propria. Insomma a volte più che una lezione, poteva essere un’irresistibile seduzione. Non mancavano poi i saggi consigli sul vestiario a cipolla, sull’alimentazione: quasi niente da mangiare, e addirittura niente bere su vie inferiori ai 300 metri, e per rinfrescarsi ammesse solo le caramelle Polo, quelle col buco, divenute per antonomasia le mentine di Bibi. Con l’allievo così promettente da esser degno di fare capocordata, Bibi diventava perentorio: «vietato volare».
Luigi Ghedina non ha scritto libri sulla sua intensa attività di alpinista, che comunque entra motu proprio a far parte della storia dell’alpinismo: le vie aperte (oltre 40), le prime ripetizioni (tra queste, memorabile la Bonatti – Ghigo al Gran Capucin, senza bivacco), gli innumerevoli soccorsi, contribuirono a valergli l’ambito riconoscimento di Accademico del GHM (Guide de Haute Montagne), la sua partecipazione alla fondazione, nel 1939, della Società Rocciatori e Sciatori Scoiattolo, costituiscono ben più che semplici spunti per giustificare più di un volume.
E che questa sorta di discrezione autobiografica derivi da una carenza di talento letterario, è proprio quello che viene smentito dal racconto che ora, per sua gentile concessione, ripubblichiamo, e che narra della scalata alla Cima Scotoni per la via Ghedina-Lacedelli-Lorenzi con piglio e stile invero pregevole. Del resto la sua riservatezza personale è ben nota a chi ha frequentato con qualche assiduità il suo rifugio, dove rare sono le sue apparizioni negli spazi comuni della sala o della terrazza e ancor più limitate le occasioni d’incontrarlo con un ospite al bancone sorseggiando una birretta.
Sicuramente l’interesse fondamentale di Bibi è sempre stato quello di ricercare e vivere l’azione, piuttosto che attardarsi a riviverla raccontandola, e per questa ragione è di per sé raro il testo che presentiamo, ma lo è ancora di più per il suo contenuto: l’efficace resoconto della scalata si sposa con una penetrante interpretazione dell’anima dell’alpinismo classico, all’insegna dello spirito di avventura con rischi e pericoli che ne sono ineliminabili corollari, e di un pronunciato gusto estetico per la purezza del tracciato della scalata, il tutto però commisurato a una convinta coerenza ai propri principi, anche a costo di scottanti rinunce. Più che un racconto, quindi, una lucida espressione di quell’alpinismo che si riconosce e legittima, non come aleatoria pratica sportiva, ma come stile di vita.