I Quaderni del CAAI
(App. Me. 2006, p. 108)
Il terzo quaderno dell’Annuario del CAAI, pervenuto alla nostra redazione grazie alla gentilezza dell’accademico Francesco Leardi, ottimamente curato da Giovanni Rossi e Carlo Ramella, raccoglie non pochi documenti di grande interesse storico, alcuni tradotti per la prima volta in italiano, concernenti significative imprese dell’alpinismo classico, compiute nell’arco di tempo che va dal 1882 al 1939, sia nel settore occidentale che in quello orientale.
I curatori hanno corredato i documenti con brevi ma significative introduzioni storiche (da cui sono tratte le citazioni riportate tra virgolette) e di alcune note esplicative. Ragguardevole, sia per l’importanza storica che per la qualità estetica è l’apparato iconografico che arricchisce l’opera.
Apre il volume la relazione di Alessandro Sella della prima ascensione con i suoi fratelli Corradino e Alfonso e il cugino Gaudenzio, al Dente del Gigante, ascensione che suscitò accese polemiche perché era stata già tentata dal grande Mummery che però, giunto sotto una parete molto difficile, e giudicandola non scalabile «con mezzi leali», aveva preferito ritirarsi. I Sella, giovandosi come guide dei fratelli Maquignaz, superarono detta difficoltà adoperando come scalini dei pioli di ferro che infissero nella roccia praticandovi dei fori.
I fratelli Sella sono autori anche delle due successive relazioni: "Ascensione invernale del Cervino" e "La prima traversata in invernale del Monte Bianco". Invece si deve a Paul Güssfeldt la descrizione della prima salita della Cresta di Peutérey (1893), una delle più grandi imprese alpinistiche del XIX secolo. Tre scritti che costituiscono una viva testimonianza dell’alpinismo cosiddetto “eroico”.
Altra scalata notevole per la storia dell’alpinismo è quella che portò la conquista del Campanile Basso, ammirevolmente descritta da Otto Ampferer, primo salitore. Anche in questa salita vennero adoperati “mezzi sleali”, in questo caso una lunga pertica. A questa relazione i curatori hanno aggiunto una dettagliata notizia storica concernente la famosa variante aperta da Paul Preus in solitaria e le ripetizioni di questa via, tra cui il tragico tentativo di Raffaello Prati e Giuseppe Bianchi. Lo scritto è impreziosito dalla riproduzione dell’Annotazione di Preuss sul libro di vetta.
La narrazione di Geoffrey Winthrop Young dell’ascensione alla parete S del Täschhorn, non solo è di grande interesse per la storia dell’alpinismo, ma anche di pregevolissima qualità letteraria, come lo è tutto il libro da cui è tratta (G.W. Young, On High Hills, New York 1928). Questa scalata era giudicata tra le più difficili dell’epoca (1906), e del resto ancora oggi la guida delle Alpi del Vallese la classifica TD+. Nella nota introduttiva i curatori scrivono: «L’ascensione della parete sud del Täschhorn, e in particolare il superamento del passaggio chiave da parte di Franz Lochmatter, hanno assunto nel tempo, come pochissime altre, il significato simbolico di impresa limite dell’alpinismo classico nella sua forma originaria che escludeva totalmente l’uso di mezzi artificiali».
Seguono: il racconto di Francesco Ravelli e compagni della scalata alle Grandes Jorasses per la cresta des Hirondelles, accompagnato da una pagina del diario di Rey, impresa che segna «un passo fondamentale nella storia dell’alpinismo, perché corrisponde all’avvento del sesto grado nelle Alpi Occidentali»; la relazione di Thomas Graham Brown della salita al Bianco lungo la Via Major, per la prima volta tradotta in italiano; la testimonianza di Walter Stösser della prima ripetizione al Pilastro S della Marmolada, con la relazione originale di Micheluzzi: mitica ascesa data la severità dell’ambiente, la mediocre qualità della roccia, i pochi chiodi e la lunghezza dell’itinerario, ma anche perché apriva la seconda via sulla parete S, ben venti anni dopo la classica Bettega-Tomasson.
Ancora altri racconti: quello di Karl Brendel per la cresta S dell’ Aiguille Noire, che «rappresentò l’avvento dell’arrampicata estrema nelle Alpi Occidentali»; quello di Rudolf Peters, per la prima volta tradotto in italiano, della scalata alla parete N delle Grandes Jorasses, seguito dalla relazione di Martin Meier e il giudizio di Renato Chabod, che in cordata con Gervasutti compì la prima ripetizione; quello di Lucine Devies della scalata all’Ailefroid, ben paragonabile per difficoltà alla salita precedente.
Chiude in bellezza il volume un avvincente resoconto di Franco Bertoldi, secondo di cordata di Umberto Conforto, della prima scalata alla Marmolada d’Ombretta. La via si caratterizza per lo stile dell’arrampicata in libera e pertanto «ha acquisito la funzione storica di rappresentare l’autentico sesto grado classico, ossia il limite del possibile per chi si attiene ai principi della purità dello stile e della semplicità dei mezzi». L’estrema difficoltà e pericolosità della via viene testimoniata dai venticinque anni che bisognò attendere per la prima ripetizione.
In conclusione ci appare del tutto appropriato il commento dei curatori: «Questi testi, alcuni dei quali sono anche di notevole pregio letterario, offrono un ampio quadro dell’evoluzione dell’alpinismo nelle sue forme classiche, che sono quelle meno legate alle innovazioni tecnologiche…».
AA.VV., Prime di Prima. Imprese storiche sulle Alpi (1882-1939) nei documenti originali. A cura di Giovanni Rossi e Carlo Ramella.
pp. 160 con molte ill. n.t., CAAI, Torino 2005
Edizione fuori commercio di 1000 copie numerate, br.