(App. Me. 2004, p. 209)
Più autori hanno sostenuto, anche dalle pagine di questa rivista, che l’alpinismo propriamente inteso, ossia non ridotto a mero sport, al conseguimento di primati di scalate in concatenazione – magari con l’ausilio dell’elicottero – a imprese di trapanazione degne di esperti fabbri su vie dove si è sempre passati semplicemente con un po’ di attenzione, sia intrinsecamente legato per molti versi al mondo della cultura. È proprio questo stretto legame che lo distingue dalle altre forme di alpinismo oggi di moda.
Anche chi non condivide questo punto di vista e ritiene che l’alpinismo altro non sia che pura prestazione atletica e che la sua “storia” si riduca alla cronaca di conquiste di vette e archiviazione di difficoltà, non può negare che moltissimi siano gli uomini di cultura, sia umanistica che scientifica, e gli artisti che all’alpinismo si sono appassionati fino a praticarlo ad altissimo livello. È questo il caso ad esempio anche di quel gruppo di fisici che, a partire dal 1927, si raccolsero intorno a Enrico Fermi e divennero famosi come i “Ragazzi di via Panisperna”.
Giovanni Battimelli, noto studioso di storia della fisica del Novecento, curatore con Michelangelo De Maria dell’importante libro di Amaldi, Da via Panisperna all’America (Editori Riuniti 1997), ha pubblicato di recente una ricchissima documentazione fotografica, concernente personaggi e avvenimenti della fisica italiana dal ’27 al ’59 tratta dall’archivio di Edoardo Amaldi.
È un’opera importante per le numerosissime fotografie “storiche”, molte qui pubblicate per la prima volta, per l’attento e ricco commento che le accompagna e per le molte informazioni su avvenimenti politici occorsi in quegli anni così cruciali.
Ad esempio pochi sanno, e i moltissimi che sapevano hanno dimenticato, che nel 1931 il fascismo impose ai professori universitari, pena il decadimento dalla cattedra, il giuramento di fedeltà al “Regime Fascista”, e che «su oltre mille docenti solo dodici rifiutarono di piegarsi ad accettare questa forma di controllo politico sugli intellettuali».
Non è questo il luogo per parlare dei meriti di questo importante lavoro, di cui consigliamo la lettura non solo agli studiosi di scienze ma a chiunque voglia documentarsi in modo appropriato sulla recente storia d’Italia. Ci limitiamo a brevi considerazioni sulla parte di questo libro dedicata alla passione per l’alpinismo comune a molti dei “Ragazzi di via Panisperna”.
Da Battimelli apprendiamo che «la villeggiatura estiva in Dolomiti era, fin dalla fine dell’Ottocento, una tradizione nell’ambiente scientifico romano… Era un piccolo circolo molto unito anche al di là delle mura accademiche: si ritrovavano spesso insieme a Cortina, Dobbiaco, Selva, personaggi come Tullio Levi-Civita, Federigo Enriques, Ugo Amaldi». Per legami di parentela o di amicizia il gruppo di via Panisperna si collega a questa tradizione e a questa lega anche i giovani, tra cui Emilio Segrè, Giulio Racah, Mario Salvadori, che al gruppo si erano avvicinati successivamente.
L’estate veniva trascorsa nelle Dolomiti o nelle Alpi Occidentali o nelle Apuane, d’inverno si allenavano sulle palestre del Monte Morra, o sulle severe pareti del Gran Sasso.
Alcuni di loro divennero buoni scalatori come Amaldi che da capocordata affrontava il IV grado (ricordiamoci che siamo negli anni venti), o Salvadori che divenne Accademico.
Nello scorrere le non molte fotografie, circa una quindicina, che ritraggono questi personaggi a contatto delle rocce o nei rifugi, non possiamo non commuoverci e riflettere sul misterioso fascino che esercita la montagna, capace di conquistare anche menti dedite all’astrazione e alla complessa costruzione teorica.
Un altro personaggio di spicco nell’ambiente scientifico italiano di quegli anni e appassionato rocciatore fu Mario Salvadori che già aveva stretto amicizia con Amaldi al tempo in cui entrambi frequentavano a Roma il corso d’ingegneria, e rimasero molto legati anche quando Amaldi abbandonò l’ingegneria per la fisica, mentre Salvadori si laureò prima in ingegneria e poi in matematica pura. Nel ’38, in seguito alle leggi razziali, si trasferì negli Stati Uniti ove insegnò per cinquant’anni ingegneria civile e architettura.
Egli scrisse, presumibilmente all’inizio degli anni ’80, i suoi ricordi di alpinismo che dovevano costituire, come apprendo dall’amico Battimelli, una parte della sua autobiografia. Questa non vide mai la luce, ma quell’unico scritto, venne tradotto dall’americano e dapprima pubblicato in tre puntate su “Le Dolomiti Bellunesi” (1986-1987) e ora in volume nella collana “I Licheni” a cura di Italo Zandonella Callegher con il titolo Addio alle Crode.
È un raffinato e gustoso affresco di personaggi e luoghi di montagna dal 1926 al 1932.
Dopo un Preludio che descrive una Cortina che purtroppo non c’è più e il ricordo dei primi approcci alle pareti compiuti con il fratello Giorgio e con l’aiuto di una guida, Salvadori si appassiona all’arrampicata al punto di scalare con Giorgio una via da primo. Al termine di questa sua prima esperienza da capocordata così commenta: «Quel giorno seppi che l’arrampicata era diventata per me non soltanto una passione ma, dopo il controllo del panico, un modo di vita».
Rotto il ghiaccio, assistiamo ad un rapido progresso nella sua tecnica di roccia, anche per merito di Amaldi, che, come sappiamo, era già un buon capocordata. Con Amaldi i fratelli Salvadori compiono delle scalate, per l’epoca di un certo impegno, quali la Parete di Punta Fiammes e il Campanile di Col Rosà.
Decisivo sarà l’incontro con Severino Casara, con cui stringe subito amicizia, non solo perché, avvalendosi della maggiore esperienza di questi, migliorerà la sua tecnica di roccia e compirà alla corda di Severino la sua prima via nuova, ma soprattutto perché lo introdurrà nell’ambiente ristretto del grande alpinismo dolomitico.
Così conosce e diviene amico di Antonio Berti, che da poco aveva terminato la stesura di quella Guida delle Dolomiti Orientali, che doveva divenire la Bibbia di quei luoghi ancora oggi insuperata. Conosce Emilio Comici, Bruno Fabjan ed Emmy Hartwich, figura mitica in quegli anni per aver arrampicato con Preuss. Si incontrano tutti, compreso Casara, al rifugio Vandelli, nel gruppo del Sorapis, proprio nei giorni in cui Comici e Fabjan avevano aperto la prima via italiana di VI grado nel sottogruppo delle Tre Sorelle, e tutti insieme scalano una guglia vergine presso il Dito di Dio, che dedicano alla signora battezzandola “Punta Emmy”.
Salvadori incontra pure quell’ingegner Cesare Capuis, a noi ben noto per aver frequentato la nostra sezione dal 1920 al 1926 e per essere stato il primo alpinista a scalare il Faraglione di Terra a Capri (cfr. il numero 1 di questa rivista), con cui stringe amicizia e compie un tentativo di via nuova sul Pelmo.
In seguito a questa intensa e qualificata attività alpinistica Salvadori viene nominato nel 1931 membro dell’Accademico. Ma la sua intelligenza lo portava a confessare: «non meritavo di essere considerato uno dei migliori scalatori d’Italia e sospettai che il mio buon amico Berti, per puro affetto, avesse usato la sua influenza per farmi entrare di straforo nel CAAI…».
Purtroppo, l’anno dopo, il cedimento di un appiglio faceva volare Salvadori per 15 m fino alla base della parete. Sebbene le ferite riportate non fossero gravi, in seguito a questo incidente, abbandonò completamente l’alpinismo: non solo non pose più mano sulla roccia, ma troncò tutte le amicizie legate in qualche modo all’alpinismo.
Perché ? Il perché che racconta Salvadori nell’ultimo interessante capitolo del libro è profondo e merita un’attenta lettura. Egli parte proprio dall’inizio della sua passione per le crode: «le attività intellettuali mi hanno fin da subito attratto più di quelle fisiche…ne era conseguito un certo squilibrio tra la mente e il corpo che specialmente a quell’età era dannoso».
«La mia improvvisa scoperta delle Dolomiti aveva ristabilito in me un sano equilibrio, oltre a dare alla mia vita una direzione essenziale».
«Avevo portato nell’alpinismo tutto il mio bagaglio culturale ma ne ero stato profondamente cambiato. La montagna mi aveva reso più forte e sprezzante del pericolo e mi aveva aperto a quei piaceri dello sforzo e della fatica che fino ad allora mi erano sconosciuti…La mia vita era piena e gioiosa fisicamente e psicologicamente».
La caduta e il conseguente abbandono dell’alpinismo spezzano quest’equilibrio e cancellano questa felicità, facendolo ripiombare in quella stessa angosciosa chiusura su se stesso dalla quale si era tirato fuori proprio grazie all’alpinismo.
Perché allora non riprendere la frequentazione della montagna? Salvadori cercò varie risposte a questa domanda, ma nessuna lo convinse. Finalmente, dopo molti anni, nello scrivere queste memorie, gli sembra di trovare la spiegazione giusta:
«Con il passare del tempo il mio amore per le montagne si era trasformato in un complesso sentimento di amore e di odio. Man mano che la mia tecnica migliorava, le mie ambizioni erano cresciute ed avevo sfidato difficoltà sempre più grandi. Impaziente di raggiungere successi sempre più elevati, spinto da un orgoglio che nulla aveva a che fare con la carica spirituale che mi aveva portato sulla roccia, le mie ultime salite erano state più una tortura che una gioia. Stretto in un circolo vizioso che mi spingeva ad osare di più quanto più osavo, avevo finito per tentare di provare a me stesso che avrei potuto vincere difficoltà superiori a quelle che ero consapevole di poter affrontare. Questa era una corsa al suicidio, non al trionfo: non poteva finire che con la più amara sconfitta, la quale per puro miracolo non fu la causa della mia morte».
Ho riportato per intero questo lungo brano perché raramente ho letto una così efficace formulazione di come la pratica dell’alpinismo possa contribuire a una più profonda conoscenza di sé e, al tempo stesso, come una distorta interpretazione di cosa debba intendersi per alpinismo possa condurre in un cul de sac.
Questo breve ma notevole libro include in appendice un saggio di Gianni Battimelli che ripercorre la storia legata all’alpinismo, ma non solo, dei “Ragazzi di via Panisperna” fino alla morte di Enrico Fermi.
Giovanni Battimelli, Storia fotografica dal 1927 al 1959 dagli Archivi di Edoardo Amaldi.
pp. 220, con moltissime ill. n.t. Editori Riuniti, Roma 2003
ISBN 88-359-5428-2 br., z 18
Mario Salvadori, Addio alle Crode. In appendice: Giovanni Battimelli, Gli Alpinisti di via Panisperna. A cura di Italo Zandonella Callegher. Traduzione dall’americano di Keith Buck e Gabriele Arrigoni.
pp.120 con XXVI tav. f.t. CDA e Vivalda Editori, Torino 2004
ISBN 88-7480-048-7 br., z 12