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- Pubblicato: 21 Maggio 2013
Su questo fenomeno, sin dal suo inizio, si apre un aspro dibattito che è proseguito ininterrotto fino ai giorni nostri: «tutto il processo urbano di “scoperta” e colonizzazione delle Alpi è accompagnato da un incessante dibattito tra conservatori e progressisti. Da un lato i colti sacerdoti dell’Alpe romantica, dall’altro i disincantati divulgatori dell’Alpe ludica» (p. 53). Qui Camanni passa in rassegna gli esponenti delle due opposte concezioni con ampie citazioni. Già il celebre storico dell’arte John Ruskin aveva lanciato l’anatema contro i profanatori dei santuari della terra: «voi avete disprezzato la natura, tutte le profonde e sacre sensazioni dello scenario naturale » (p. 54); e a lui Leslie Stephen, autore di un libro di successo come Il terreno di gioco dell’Europa, aveva risposto con spavalderia: «a mio avviso poche cose sono più pittoresche di una strada carrozzabile alpina… Andare in montagna è uno sport come il cricket e il canottaggio. Si vince quando, nonostante tutte le difficoltà, si arriva in cima; si perde quando si è obbligati a ritirarsi» (p. 55).
Dopo toni anche drammatici, la polemica diviene ironica. Nel 1885 Alphonse Daudet pubblica il suo Tartarino sulle Alpi: «Daudet ambienta il suo eroe goffo, ingenuo e baldanzoso in una Svizzera da operetta programmata per ricevere cittadini goffi, ingenui e baldanzosi, vacanzieri destinati a cadere vittime delle trappole per turisti, alpinisti pronti ad acquistare finte emozioni al prezzo delle emozioni vere… ci sono tutti gli ingredienti per una denuncia dell’alpe corrotta, mercificata, contraffatta» (p. 57).
Se la satira di Daudet, che mai è stato alpinista, è generica, puntuali arrivano gli strali dell’alpinista Samivel a trafiggere l’argomento più caro ai costruttori d’impianti: «ecco uno dei ritornelli di quest’epoca: tutti devono poter profittare in modo uguale di ogni piacere. Ma questo significa voler dimenticare che i più cari tra i piaceri non possono essere provati che individualmente». Puntuale la replica alla retorica domanda se le automobili non abbiano il merito di aver consentito a molti la visione d’albe idilliache che altrimenti mai avrebbero godute: «e chi dice che essi ne profittino? Io sostengo il contrario… e dichiaro che le montagne hanno porte invisibili che le folle non valicheranno mai. L’alba è la stessa, d’accordo ma sono gli spettatori a non essere gli stessi» (p. 60). Camanni commenta: «è l’incolmabile contrapposizione tra la vocazione elitaria del viaggio interiore e l’infinita riproducibilità del gesto turistico» (p. 61).
Il dibattito non può che coinvolgere direttamente anche il mondo proprio dell’alpinismo “militante”: «per gli alpinisti i confini della questione sono esattamente gli stessi, ma con una variabile in più: il rischio; e un oggetto simbolico che dà corpo al dibattito: il chiodo da roccia» (p. 61). Qui, a mio parere, l’autore pecca di un certo schematismo identificando la natura delle due polemiche, quella tra conservatori e progressisti, da una parte e, dall’altra, quella tra alpinisti quali Paul Preuss, inflessibile sostenitore dell’arrampicata libera, e Tita Piaz, aperto all’innovazione e all’uso di mezzi artificiali, non perché si introduce il rischio e i mezzi per cautelarsene, bensì perché i personaggi sono del tutto diversi: autentici alpinisti questi, più letterati e turisti quelli, come diversissimo è l’oggetto delle due polemiche: la prima sull’ambiente montano e le sue trasformazioni, specifica sull’alpinismo e i modi di praticarlo la seconda. Ciò detto, fa bene Camanni a denunciare l’uso degli spit come “la fine” dell’alpinismo perché «permettono di salire a scendere dappertutto» (p. 78), ma data l’importanza di questa tematica sarebbe stato opportuno dedicarle un più ampio spazio.

