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- Pubblicato: 21 Maggio 2013
Ritornando al tema centrale del libro, l’A. giunge alla conclusione che «l’ideologia “tradizionalista” e la spinta “modernista” si sono trovate entrambe disarmate di fronte alla crisi culturale delle Alpi» (p. 81). La prima è sfociata nella “museificazione” della montagna, la seconda l’ha degradata a “surrogato” della città. È dunque necessario trovare una “terza via” che va individuata proprio nella crisi del modello consumistico: «il vero segnale di svolta non è giunto né da un sussulto dell’antica sobrietà montanara né da un ripensamento etico della città. È stata l’economia a ripensare se stessa» (p. 88).
Per seguire questo segnale l’autore prende in esame numerosi documenti, il testo di alcuni di questi è pubblicato nell’appendice. Si parte dall’Agenda 21, che elabora l’idea dell’economista Herman Daly di “sviluppo sostenibile”, cioè «quello sviluppo che soddisfa le esigenze delle generazioni di oggi senza impedire alle generazioni di domani di soddisfare le loro». La Convenzione delle Alpi è invece un trattato internazionale che propone un’opportuna pianificazione dello sfruttamento delle risorse in conformità al paradigma dello “sviluppo sostenibile”, nonché la tutela del paesaggio mediante l’istituzione di parchi. Sebbene sia discutibile la concezione di un programma di tutela soltanto di una zona limitata, anziché di tutto l’arco alpino, si è dovuto tuttavia prendere atto che laddove non si sono imposti vincoli istituendo parchi e riserve naturali si è verificato uno sviluppo incontrollato e selvaggio che ha devastato il territorio. I parchi sono anche dei poli di richiamo per quei turisti, sempre più numerosi, che desiderano osservare “direttamente” lo svolgersi dei processi naturali senza che questi siano condizionati dall’intervento umano.
Alla fine della sua analisi l’A. individua «tre priorità, tre snodi cruciali: agricoltura, turismo, e trasporti… indissolubilmente interconnessi», e prende in considerazione i sistemi più opportuni per uno sviluppo economico che sia in armonia con l’ambiente alpino e le sue specifiche risorse.
In questa Nuova vita delle Alpi le due figure di maggior rilievo, il montanaro e il turista, vanno ampiamente riconsiderate. La vecchia qualifica di “montanaro” attribuita a chi è nato in montagna non è più adeguata: troppi sono i giovani che benché nati e stabilmente residenti in montagna, del montanaro non hanno proprio più nulla, essendo stati “educati” ai più logori cliché del consumismo. Il “montanaro consapevole” è colui che, ovunque sia nato, decida di vivere in montagna « spinto da una forte motivazione etica ed ecologica… che sogna di tentare nuove vie: l’agricoltura biologica, l’allevamento a misura d’uomo e di animale, la sobrietà dei costumi, la qualità dell’abitare, una felicità “sostenibile”… Penso a donne e uomini sufficientemente colti e creativi per unire tradizione e innovazione, esperienza di ieri e tecnologia di domani, gusto per il bello che è stato e per il bello che sarà. Perché vivere sulle Alpi nel terzo millennio sarà anche una questione estetica e una scelta di stile» (p. 131).

