App. Me. 2004, p. 15. (Testo rivisto e ampliato in occasione della Conferenza tenuta nella sede del CAI di Napoli il 27 aprile 2012)
Vorrei iniziare dedicando qualche parola alla storia dell’alpinismo e ciò per due buone ragioni: perché essa inizia proprio con quella forma dell’andar per monti alla quale appartiene l’alpinismo classico, poi perché, come asseriva Severino Casara: «L’alpinismo privo della sua storia è come un corpo senza anima».
Comunemente si fa coincidere la nascita dell’alpinismo con la conquista del Monte Bianco (Fig. 1) compiuta l’ 8 agosto 1786, da Michel Gabriel Paccard di Chamonix, naturalista e medico condotto del suo paese, insieme al cercatore di cristalli e cacciatore di camosci Jacques Balmat (Fig. 6).
Ogni storia che si rispetti ha una preistoria, e quella relativa all’alpinismo è di particolare interesse per il nostro discorso in quanto mostra come sin dalle primissime esperienze dell’andar per monti gli uomini abbiano provato quelle emozioni e acquisito quei valori che saranno riconosciuti propri dell’alpinismo classico e presenti in tutta la sua storia.
Nel mondo antico e pagano le montagne erano viste come luoghi riservati agli dei: il monte Olimpo, sede del padre Zeus era il più alto della Grecia; l’Ararat e il Sinai, sono nomi ricorrenti nella Bibbia. In seguito le montagne vennero declassate a barriere naturali, ma tutt’altro che invalicabili, e nel medioevo cristianizzato vennero vissute e immaginate dalle popolazioni locali come luoghi inospitali e orridi, dimore degne solo di mostri, spiriti maligni e insomma di poco amichevoli esseri sovrannaturali.
Un primo documento che testimonia un modo diverso di vedere la montagna, non mitologico né leggendario ma più realistico si registra giàalla fine del Medioevo: nel 1336, Francesco Petrarca compie l’ascensione, per l’epoca non facile, al Monte Ventoso, in Provenza. Descrivendo questo viaggio compiuto in compagnia del fratello minore Gherardo, il poeta che era stato «spinto soltanto dal desiderio di visitare un luogo famoso per la sua altezza», scopre tutto il fascino della montagna.. All’inizio dell’ascensione i Petrarca incontrano un pastore che cerca di dissuaderli, narrando la triste esperienza di questa stessa salita da lui compiuta da giovinetto dalla quale: «né altro riportonne che il pentimento della dura fatica, e le carni e le vesti dagli spini e dai ronchi strappate e lacerate», ma, confessa il poeta: «dal divieto sentimmo imfiammarcisi il desiderio». La conquista della vetta per Petrarca è faticosa anche per i numerosi errori da lui commessi nell’individuare il percorso corretto, tentato da soluzioni apparentemente più facili, ma infine pienamente gratificante: «Commosso in sulle prime da quel vasto spettacolo e da non so quale inusitata leggerezza dell’aria incantato, come stupefatto vi stetti, guardai: e mi vidi le nuvole sotto i piedi». Ma queste e poche altre, sono le osservazioni di Petrarca inerenti alla configurazione fisica della montagna, il resto della descrizione(1) di questa salita privilegia riflessioni sulla sua vita e indugia sui pensieri suscitati in lui da questa eccezionale esperienza. La montagna per Petrarca, come in seguito accadrà per molti altri, ha in sostanza il ruolo di generare una profonda introspezione del soggetto.
Un’attenta, esauriente e molto apprezzabile indagine storica su come fosse intesa la montagna alla fine del Medioevo e soprattutto nel Rinascimento è stata compiuta da Piero Scaramella e pubblicata nel primo numero della nostra rivista «L’Appennino Meridionale».
A parte qualche eccezione, come la felice testimonianza del Petrarca, la montagna però si tramanda nell’immaginario popolare della tradizione orale della fiaba come mondo fantastico, misterioso estremo rifugio delle viziose divinità pagane (Venusberg), teatro di riti blasfemi di diavoli e streghe come quelli dei sabba e della notte di Valpurga, e segreto nascondiglio di animali spaventosi e mitici draghi.
Tuttavia già alla fine del '600 la rivoluzione scientifica determina la crescita esponenziale delle conoscenze in campo naturalistico grazie alla scoperta di nuovi territori e alle indagini rivolte a luoghi non remotissimi ma finora ritenuti marginali, per la loro natura selvaggia e inospitale, in primis le montagne. La mappatura del territorio esplorato di persona, nonché lo studio geologico, appena agli inizi, determinano una diversa visione dell’ambiente montano: non più montes horribiles, ma luoghi da perlustrare e indagare scientificamente anche per risolvere problemi che hanno risvolti filosofici e religiosi, ad esempio la spiegazione della natura dei fossili. Questo nuovo interesse per la montagna trova un interprete di eccezione in Johann Jakob Scheuchzer (1672-1733), nato a Zurigo, studioso di scienze naturali, di fisica e medico, autore di un primo importante libro dal titolo Οὐ ρεσιφοίτης Helveticus, sive Itinera per Helvetiae alpinas regiones (Londini, 1708, pubblicato dalla Royal Society con l’imprimatur nientemeno che di Isaac Newton), in cui raccoglie le sue vastissime osservazioni “sul campo” relative a diversi aspetti della storia “naturale” e “culturale” elvetica e concernenti meteorologia, flora, fauna, le rocce e cristalli, e soprattutto fossili, ma anche la documentazione su strumenti di lavoro, utensili , alimentazione e stili di vita degli abitanti (Figg. 2 e 3).
La cosa per noi interessante, oltre la parola greca del titolo, che è tutto un programma in quanto significa “colui che frequenta i monti”, cioè il nostro “andar per monti”, è che l’autore applica per le sue indagini il metodo “baconiano”, il metodo induttivo consistente nel risalire da osservazioni di fatti particolari a principi via via più generali, determinando così una svolta decisiva nell’approccio scientifico alla montagna (1a). Sulla eventuale esistenza di draghi Scheuchzer non si pronuncia, e tuttavia ritiene opportuno riportare, anche iconograficamente, i resoconti di sedicenti testimoni oculari (Figg. 4 e 5).
Ho accennato a questi aspetti della “nostra” preistoria per porre in evidenza quanto la esplorazione vigile dell’ignoto, l’avventurarsi in ambienti anche ostili e pericolosi alla scoperta di paesaggi spettacolari e inconsueti e il gusto per la vertigine dell’orrido, ma anche l’interesse scientifico, siano da sempre motivo determinante della passione per la montagna.
D’altra parte la scelta di datare la nascita dell’alpinismo alla conquista del Monte Bianco sta proprio a sottolineare la componente scientifica ed esplorativa dell’alpinismo classico, che sarà poi incoraggiata dall’ambiente culturale dell’illuminismo di stampo ginevrino dominante in quegli anni e in quei luoghi.
Da questo punto di vista, il principale merito di questa impresa, ritenuta giustamente audacissima, spetta a Horace-Bénédict de Saussure (Fig. 7), che la promosse con un’assidua propaganda, tra i montanari di Chamonix e anche tra i “forestieri” escursionisti che vi soggiornavano, con conferenze e scritti, fino al punto di promettere un generoso premio a chi ne avesse per primo raggiunto la vetta. De Saussure era un brillante studioso di scienze, di famiglia nobile e facoltosa, di piacevole aspetto, sposo di una bella e ricca fanciulla, con un matrimonio d’amore, non previsto all’epoca soprattutto tra gli aristocratici: una vita serena e felice. Ma questa vita di De Saussure cosi “tonda” ha una stranezza, o meglio si completa con una stranezza: un amore appassionato per la montagna. «Ardo dal desiderio di vedere da vicino le alte alpi», scrive al suo amico Albrecht von Haller, alla partenza del suo primo viaggio per Chamonix e in seguito non perderà occasione per tornarvi. Da allora salirà molte cime e i ghiacciai inferiori, e infine, vincendo timori e rassegnandosi a sopportare disagi e privazioni a cui non poteva certo essere abituato, il 3 agosto del 1787 giungerà sulla cima del Bianco al comando di ben 18 guide e seguito dal suo cameriere personale. In questa spedizione le guide trasportarono un bagaglio di proporzioni smisurate, comprendente oltre gli strumenti scientifici, all’epoca di dimensioni molto ingombranti, materassi, tende, scrittoi, alcuni libri, vino e cibi in quantità pantagruelica (Figg. 8 e 9).
Potrebbe sembrare l’esibizione di un eccentrico megalomane, ma così non è: De Saussure è un grande uomo di scienza. A soli 19 anni consegue la laurea, a 22 anni ottiene la cattedra di filosofia naturale presso l’Académie di Ginevra, è autore di numerose importanti pubblicazioni in fisica e di una monumentale opera in quattro volumi Voyages dans les Alpes; egli non sale il Monte Bianco come spocchioso titolare di una cattedra prestigiosa, alla quale infatti aveva rinunziato nel 1785 proprio per organizzare questa salita: lo scienziato De Saussure, come l’umanista Petrarca, scala il Monte Bianco soggiogato soprattutto dal fascino per la montagna. D’altra parte non si possono sottovalutare le sue grandi aspettative scientifiche per questa spedizione: «Il mio scopo non era soltanto quello di raggiungere il punto più elevato. Era anche necessario condurre al termine lassù quelle osservazioni e quelle esperienze che, sole, avrebbero giustificato il viaggio» scriveva nella sua Rélation(2).
L’importanza della montagna come laboratorio scientifico privilegiato non ha però vita lunga: già nel 1826 un viaggiatore in procinto di salire il Bianco rifiuta il barometro che gli offriva Paccard e, nel 1861, durante una cena all’Alpine Club, un grande montanaro Leslie Stephen, noto scrittore e padre di Virginia Woolf, rivolge battute ironiche al connazionale, fisico sperimentale, John Tyndall per il valore da questi attribuito alle proprie osservazioni scientifiche svolte in alta montagna.
La conquista del Bianco cattura l’attenzione di un pubblico sempre più ampio: dapprima aveva affascinato gli appartenenti al mondo aristocratico ed élite culturali, poi anche l’alta borghesia abituata al viaggio “turistico”, infine un gran numero di semplici fans. Si moltiplicano le pubblicazioni, si afferma, prima della “oggettiva” fotografia, una pittura di paesaggi montanari descritti “soggettivamente”, sia come ameni, incontaminati ultimi paradisi per godere elevate e rasserenanti emozioni, che come perturbanti scenari della terribile strapotenza e magnificenza della natura e della effimera fragilità degli umani, che tuttavia pretendono di sfidarla e sottometterla (Figg. 10 e 11).
Per gestire questo successo si ritiene opportuno dare vita a un’associazione, con lo scopo di «creare una buona intesa tra alpinisti, di sviluppare l’alpinismo nel mondo intero, di promuovere la conoscenza della montagna grazie alla letteratura, alla scienza, alle arti» nasce così l’ Alpine Club (1856). Il club si doterà qualche anno dopo (1863) di una rivista, Alpine Journal, che reca il significativo sottotitolo «Una raccolta di avventure di montagna e di osservazioni scientifiche»: la scienza è sempre presente ma evidentemente sta ormai cedendo il posto al gusto più romantico dell’avventura.
Nello stesso anno John Ball, presidente dell’ Alpine Club ma anche editore, inizia la pubblicazione di Guide vademecum testi che descrivono con molta accuratezza e nei minimi dettagli gli itinerari sia facili che difficili, montagna per montagna. (Figg. 12 e 13)
Ancora uno stimolo di grande importanza viene dato all’ alpinismo ad alta quota dalla costruzione di “rifugi”, situati in punti strategici delle montagne più impegnative; i primi furono realizzati utilizzando strutture naturali, ad esempio per uno dei più antichi la sezione di Agordo del CAI nel 1877, adattò una grotta (dimensioni 3,20 x 4,30 x 2,70 m ) nella roccia di Punta Penia adiacente al ghiacciaio: da notare che oggi questa grotta si trova a buoni 20m al di sopra del ghiacciaio! (Figg. 15, 16 e 17)
Tutto ciò agevola enormemente la diffusione dell’alpinismo e un pubblico sempre più numeroso osa avventurarsi su un terreno difficile. Alla fine dell’Ottocento tutte le vette principali delle Alpi erano state salite, naturalmente seguendo le vie più facili (normali). Così l’attenzione degli alpinisti si rivolge a vie di salita alternative che presentano maggiori difficoltà. Altra importante novità che si verifica in questa fase sono le scalate compiute dagli alpinisti senza aiuto della guida: tra questi pionieri ricordiamo Albert Frederick Mummery che nel 1889 scala il Täschhorn con la moglie. (Figg. 18 e 19) Questi comportamenti “più liberi”, aumentando i rischi, determinarono la necessità di elaborare una procedura per una maggior tutela della vita degli scalatori. Pian piano viene sviluppata una tecnica detta “progressione in sicurezza” nella quale l’uso sistematico della corda è fondamentale, ma via via si adottano anche altri supporti quali chiodi (Hans Fiechtl, 1900) e moschettoni (Otto Herzog, 1906). Tutti questi strumenti e molti altri ancora vengono detti “mezzi artificiali”. Si avverte anche l’esigenza di fornire nelle guide informazioni sempre più dettagliate sulle vie di scalata, e a questo scopo si cerca di stabilire una scala dei gradi di difficoltà, questione che presentò notevoli problemi e la cui soluzione proposta nel 1925 da Willo Welzenbach non sarà esente da dubbi, critiche e cambiamenti. La prima guida ove venne proposta una scala delle difficoltà alpinistiche è quella di Bennesch (Raxalpe, 1896) che assegna il numero 1 alla difficoltà massima e i numeri crescenti a difficoltà decrescenti. Qui non tratteremo questo interessante argomento rinviando chi voglia approfondirlo al mio scritto pubblicato su L’Appennino meridionale (2006, fasc. 1).
Ci occuperemo, invece, della problematica legata ai mezzi artificiali perché strettamente connessa a quella dell’alpinismo classico: infatti, come vedremo più avanti, il loro impiego o meno, la scelta di quali di essi eventualmente usare e il modo di adoperarli verranno a caratterizzare i vari tipi di alpinismo. La decisione di utilizzare questi mezzi è fondamentale, soprattutto per il capocordata, dal momento che questi consentono non solo di progredire con meno pericoli, ma anche di superare delle difficoltà particolarmente impegnative (Fig. 20).
Tra i primi a criticare apertamente e severamente l’uso dei mezzi artificiali è un giovane ma già famoso alpinista, Paul Preuss (Figg. 21 e 22). Nel fascicolo dell’agosto 1911 della prestigiosa rivista «Deutsche Alpenzeitung» scrisse: «Un’assicurazione mediante chiodi e qualsiasi mezzo di sicurezza nonché le discese a corda doppia e tutti gli altri sistemi di assicurarsi con la corda, che tanto spesso rendono possibile una salita o comunque vengono usati durante la stessa sono mezzi artificiali e perciò per il vero alpinista inaccettabili, mentre l’arrampicatore in artificiale li trova giustificabilissimi». E più avanti: «Dove non si è capaci di scendere con i propri mezzi è meglio non salire».
Questo scritto di Preuss provocò un vero e proprio scompiglio tra gli alpinisti dell’epoca; soprattutto le guide, temendo compromesso il loro stesso mestiere, reagirono animosamente: uno di essi, il famoso Tita Piaz, (Figg. 23 e 24) il “diavolo delle Dolomiti”, pubblicò sulla stessa rivista una dura e ironica risposta, giungendo ad accusare Preuss di spingere gli alpinisti verso la morte! La risposta di Preuss a Piaz non si fece attendere. Sempre sulla stessa rivista, nello stesso anno, egli propose di precisare il suo punto di vista «in una forma schematica che non lasci più adito a dubbi. 1) non basta essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano ma bisogna essere loro nettamente superiori; 2) il grado di difficoltà che l’arrampicatore potrà superare in discesa sicuro e cosciente di non oltrepassare le sue possibilità deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che può affrontare in salita; 3) la giustificazione dell’impiego di mezzi artificiali nasce soltanto nei casi di immediato pericolo; 4) il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità, ma non deve essere il fondamento di una tecnica speciale; 5) la corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per rendere possibile la salita. Ammetto volentieri: 6) su tutto deve dominare il principio della sicurezza, ma non l’assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali in condizioni di evidente pericolo, ma quell’assicurazione preventiva che per ogni alpinista deve basarsi sul giusto apprezzamento delle proprie forze». E poi aggiunse: «Negli ultimi anni molti sono morti precipitando proprio nel superare punti difficili. Ma sarebbe forse morto anche uno solo di loro se il loro sentimento morale e sportivo fosse stato guidato dalla massima: “nessun passo avanti dove non puoi ridiscendere”?». La polemica ebbe una conclusione per così dire all’insegna delle buone maniere: nella sezione di Bayerland di Monaco la sera del 31 gennaio 1912 sotto la presidenza di Oertl si riunirono numerosi eminenti alpinisti. Dülfer (Figg. 25 e 26) stese il verbale che sanciva un sostanziale accordo tra i presenti nell’accettazione dei 6 principi di Preuss. Sebbene di fatto pochi fossero gli alpinisti che seguivano le regole di Preuss pur tuttavia per molti anni l’uso dei chiodi restò molto limitato: ad esempio Dülfer impiegò solo 3 chiodi nell’aprire la sua via sul Catinaccio d’ Antermoia, oggi valutata VI-. (Fig. 27)
Preuss, a mio avviso, aveva ragione nel sostenere che la sicurezza va ricercata in se stessi e non all’esterno con l’utilizzo di mezzi artificiali, ma sbagliava nel non tenere in debito conto l’imprevisto, il cedimento di un appiglio, la caduta di sassi, un improvviso malore e altro ancora, e proprio per cautelarsi dall’imprevisto la progressione in sicurezza diviene indispensabile.
Il dibattito sull’utilizzo dei mezzi artificiali fu di grande importanza teorica, in quanto chiarì che l’alpinismo poteva praticarsi in modi diversi in relazione ai mezzi adoperati: la scalata in libera assoluta (Fig. 28) richiede l’eventuale uso della corda solo per la sicurezza del secondo di cordata; la scalata in libera (Fig. 29) consente l’uso della corda e dei chiodi unicamente per la sicurezza; la scalata in artificiale (Figg. 30 e 31) permette l’uso dei chiodi e di altri mezzi artificiali non solo per la sicurezza ma anche per la progressione. Quest’ultimo tipo di arrampicata riscosse un grande successo dalla seconda metà degli anni trenta, dovuto anche alla moda delle vie direttissime, dette anche “a goccia d’acqua”, cioè quelle che seguirebbero il tracciato ideale compiuto da una goccia che cadesse dalla cima alla base.
La realizzazione di queste vie richiedeva molto spesso l’uso di un nuovo mezzo artificiale, il chiodo a pressione, un tipo di chiodo che non viene infisso nella roccia utilizzando le fessure naturali ma in fori preventivamente praticati mediante un punteruolo nella roccia. Attrezzi analoghi erano stati utilizzati alcune volte anche nell’Ottocento. Ad esempio Jean-Joseph Maquignaz, con i fratelli Sella, nel 1882 utilizzò i “fittoni”per vincere al Dente del Gigante la Plaque Burgener (Fig. 32), che due anni prima aveva respinto il grande Mummery, che aveva lasciato scritto su un biglietto: «Assolutamente impossibile con mezzi leali (by fair means)»; Cesare Tomé (Fig. 33) nel 1897 alla Cesora della Marmolada (Fig. 34) supera una difficile paretina (4+) utilizzando “cavicchi” (tondini di ferro) infissi in buchi praticati artificialmente nella roccia.
È l’apoteosi dell’arrampicata in artificiale! Questa tecnica con l’utilizzo dei chiodi a pressione, che si possono infiggere nella roccia dove e quando si vuole, vanifica il termine di “via impossibile”. (Fig. 35)
Sebbene l’arrampicata artificiale con l’impiego dei chiodi a pressione fosse largamente praticata, l’etica del “purismo” – il rifiuto di utilizzare questo tipo di chiodo - ha avuto sempre convinti seguaci. Una memorabile testimonianza della fedeltà a quest’etica intransigente si riflette nel comportamento della cordata Ghedina – Lacedelli durante il primo tentativo (1951) di scalare la parete SO (direttissima) della cima Scotoni. I due fortissimi alpinisti, giunti a circa metà della parete, dopo aver superato difficoltà all’epoca ritenute estreme, sono fermati da un «muretto liscio come il marmo» sicché – prosegue il resoconto di Bibi Ghedina-: «non ci sarebbe che un sistema per passare: preparare artificialmente dei buchi mediante l’apposito trapano, che viene purtroppo usato, con sempre maggiore frequenza dagli arrampicatori della scuola austriaca. A tale condizione preferiamo però rinunciare a qualsiasi salita»2b.Lino e Bibi prendono la grave decisione di tornare ben consapevoli di dover affrontare una lunga discesa a corda doppia avvalendosi di chiodi insicuri e mentre imperversa il temporale.
Successivamente Bibi e Lino rendono partecipe del loro progetto il giovane ma già affermato alpinista Guido Lorenzi, così, la cordata a tre, formando una “piramide umana”, riesce a superare il muretto e a raggiungere la vetta (1952).
Ma una vera e propria inversione di tendenza rispetto all’artificiale avviene alla fine degli anni Sessanta quando Reinhold (Fig. 36) e Günther Messner aprono una via molto bella sulla Seconda Torre del Sella (Fig. 37) in arrampicata libera utilizzando solo 8 chiodi su 250 m di via con difficoltà che essi valutarono di V+, ma oggi è considerata VI-. L’influsso determinante per la ripresa dell’arrampicata libera da parte di Messner non si esplica solo mediante le numerose vie aperte, in questo stile, nelle Dolomiti, nelle Alpi e poi, con le dovute differenze, nel mondo degli 8000, ma anche mediante speculazioni teoriche sul significato e sui valori dell’alpinismo pubblicati a partire dal 1968 su riviste e libri. Non possiamo soffermarci su questi importanti contributi teorici e ci limitiamo a riportare alcune delle sue considerazioni che riteniamo particolarmente significative per le tematiche che qui trattiamo. In uno dei suoi primi scritti pubblicato nella «Rivista del CAI» del 1968, con il titolo emblematico L’assassinio dell’impossibile, Messner individua subito tra i mezzi artificiali il vero “assassino”: il chiodo a pressione! Infatti questo permette all’alpinista di salire dove vuole e realizzare la via, non seguendo le possibilità naturali offerte dalla roccia, ma a suo arbitrio, sicché «L’impossibile in montagna è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato»(3).
L’azione e le idee dei Messner suscitarono immediato consenso da parte di numerosi alpinisti anche se l’arrampicata in artificiale resterà per lungo tempo ancora largamente praticata. Ad esempio il fortissimo Claudio Barbier che ha sempre arrampicato in libera e spesso in solitaria, per farsi “perdonare” la via aperta con Dietrich Hasse e Heinz Steinkötter alla Parete Est della Cima di Ambiez (1966) criticata fortemente da Messner per l’eccessivo uso dei mezzi artificiali, con gli amici Almo Giambisi e Carlo Platter apre (1969) una bellissima via, battezzandola, con esplicito riferimento allo scritto di Messner, “Via del Drago” sul Lagazuoi Nord di 300m con difficoltà continue di V e VI- completamente in libera, utilizzando solo 9 chiodi. (Figg. 38, 39)
L’uso dei chiodi a pressione non solo vanifica il concetto stesso di via alpinistica, ma svilisce anche un altro aspetto peculiare dell’alpinismo classico: la ricerca dell’avventura, del rischio calcolato, del percorso intentato: «Purtroppo non tutti gli assalitori di vette hanno del tutto capito che bisogna difendere i fattori fondamentali dell’alpinismo che sono l’incognita della scalata, la prova di coraggio, l’accettazione del rischio. Ancora molti di essi si dichiarano d’accordo su questi punti, ma in fondo al loro zaino si trova sempre qualche chiodo a pressione» (4) che rende possibile in qualsiasi momento e da qualunque punto della scalata la discesa. Sul filo di queste considerazioni puriste viene sempre più frequentemente praticata l’arrampicata in libera e anche quando è necessario ricorrere all’artificiale si adoperano esclusivamente i chiodi tradizionali. Ad esempio nel 1970 Alessandro Gogna, Alberto Dorigatti, Almo Giambisi e Bruno Allemand aprono una via diretta lungo lo spigolo di Punta Roca, impiegando su 800 m, 101 chiodi e 4 cunei con il comune accordo di non adoperare chiodi a pressione. (Figg. 40, 41) Gogna riferendosi alla difficoltà incontrata nel passaggio chiave scrive: «Provo a passare in libera ma siccome non vorrei volare torno indietro e ritento cercando di chiodare. Classica situazione da chiodo a pressione. Senonché, guardacaso, d’accordo con i miei compagni ho avuto l’accortezza di lasciarli a casa o meglio nei negozi….»(5). Dorigatti ribadisce: «Portare con sè i chiodi a espansione per una prima salita equivale a togliere in partenza ogni valore alla salita stessa. L’espansione elimina il rischio, elimina l’incognita, elimina l’alpinismo; portarlo senza usarlo significa ugualmente praticare pseudoalpinismo».
Gli anni '70 vedono la netta ripresa dell’arrampicata in libera: è la stagione dei Cozzolino, (Fig. 42) dei Manolo, dei Casarotto; non è un caso che Casara scrive un libro su Preuss (6) e che Messner propone di prendere atto dell’avvenuto progresso dell’arrampicata in libera e di aprire la scala delle difficoltà con l’introduzione del VII grado(7). (Fig. 43)
Nel contesto della grande ripresa dell’arrampicata libera s’inserisce con forza la figura problematica di Gian Piero Motti (Figg. 44, 45 e 46): torinese, di famiglia benestante, colto, studente all’università che però presto abbandonerà, profondamente insoddisfatto della cosiddetta società di massa, s’avvicina, e ne resta profondamente influenzato, alla Weltanschauung della beat generation degli anni '60 -'70. Forte alpinista sia su ghiaccio che su roccia, socio del CAAI e del GHM, Motti sale tante vie classiche nelle Occidentali e nelle Orientali. Parallelamente all’interesse per il “classico” è affascinato dalle pareti a bassa quota, con roccia non sempre buona, come ad esempio la Parete dei Militi (Bardonecchia). Uno dei primi scritti di Motti, Storia di un diedro («Liberi cieli», 1967) narra proprio l’esperienza della difficile scalata compiuta su questa parete. Già in questo primo scritto vengono affermati alcuni degli aspetti caratteristici della sua concezione dell’alpinismo: la preferenza per la difficoltà costituita dalla scalata in se stessa rispetto al raggiungimento della vetta (a volte inesistente), una certa indifferenza per la buona qualità della roccia, la ricerca dell’arrampicata sempre più “difficile”, da compiere preferibilmente in libera, ma poi, se necessario, il ricorso all’artificiale compreso l’uso di chiodi a espansione.
Portare sempre più avanti il limite delle difficoltà da superare diventa un’ossessione: «L’importante è allenarsi, sempre e di continuo….perché ciò che conta è arrampicare, sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del “sempre più difficile”»(8). Questa sorta di implicita autocritica, che coinvolge anche tutto un certo ambiente del CAI di Torino, riflette in realtà una crisi esistenziale profonda, che si manifesta appieno nel suo scritto non a caso intitolato I falliti. (Fig. 47)
Un grande aiuto per il superamento di questo difficilissimo momento, Motti lo trovò nella nuova concezione dell’alpinismo che all’inizio degli anni ’70 si andava sviluppando in California. (Fig. 48) In un suo famoso scritto dal titolo emblematico Il nuovo mattino (9), così riassume il punto di vista di quest’importante movimento: «Gli arrampicatori californiani si sono creati una regola molto severa: la scalata libera e tirata al limite di caduta prima di ricorrere all’uso dei chiodi e, prima di forare la roccia per introdurvi un chiodo a espansione in scalata artificiale, si deve ricorrere a tutti quegli artifici tecnici che permettono di salire senza bucare la roccia. Le vie devono essere lasciate interamente schiodate in modo che i ripetitori incontrino le medesime difficoltà». Più avanti nel paragrafo intitolato Alpinismo come fuga dalla realtà scrive: «L’alpinismo in certe condizioni può essere un mezzo di fuga davanti all’angosciosa realtà esistenziale di un modo di vivere pressante e caotico. D’altronde è significativo come l’alpinismo californiano tragga grande ispirazione dalla filosofia e da alcune discipline orientali, soprattutto dallo Zen…la diretta conseguenza trasferita a livello alpinistico di questi presupposti è un esasperato individualismo che si manifesta…con la pratica all’arrampicata solitaria…intesa non tanto come espressione sportiva e competitiva, ma soprattutto come fenomeno puramente individuale e come ricerca personale di sensazioni non altrimenti raggiungibili». Una concezione così integralmente “soggettiva” dell’alpinismo mi ricorda, sebbene appartenente a un contesto molto diverso per ambiente culturale, sociale e alpinistico, in qualche modo le idee espresse da Leslie Stephen nel suo famoso The playground of Europe (10). Anche qui la montagna è vista come luogo dove l’individuo può temprarsi fisicamente e moralmente, contrapposto alla pianura ove una società degenerata e massificata porta l’individuo all’alienazione. Una certa affinità mi sembra possa riscontrarsi soprattutto nel rapporto montagna-alpinista in cui Stephen pone in primo piano non l’ “oggetto montagna” ma l’autoproiezione dell’alpinista sulla montagna: è un gioco intellettuale e psicologico carico di ambiguità, come rivela la domanda che l’autore lucidamente pone: «Dove finisce il Monte Bianco e dove comincio Io?» ( 11).
Ritorniamo a Motti, a questo personaggio di primo piano che ha influenzato profondamente l’ambiente alpinistico italiano, e non solo, degli anni '60 e '70 sia tramite la sua intensa ed estrema attività alpinistica che con i suoi numerosi scritti: questi meritano un’attenta lettura, peraltro non facile, data la complessità e la molteplicità delle tematiche trattate, e che ovviamente, proprio per questo non sono sempre suscettibili di interpretazioni univoche o chiare.
La sua intuizione delle grandi possibilità offerte all’alpinismo dalle arrampicate di fondovalle, la preparazione atletica portata fino all’esasperazione, la preferenza per l’arrampicata libera ma con la piena accettazione, all’occorrenza, dell’uso dei chiodi a pressione e dell’artificiale sono stati interpretati come i naturali presupposti del free climbing, più correttamente “arrampicata sportiva”, e pertanto alcuni hanno visto in Motti addirittura un autentico precursore, il quale in effetti affermava: «Si dica finalmente che l’alpinismo può e deve essere uno sport… completo meraviglioso e, ci tengo a sottolinearlo, per nulla tragico e rischioso» (12). Tuttavia qui Motti intendeva polemizzare con una certa visione dell’alpinismo, dominante fino agli anni ’90, ben espressa in una frase di Guido Rey: “Io credetti e credo la lotta con l’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede” frase che fino a qualche anno fa veniva stampata sul tesserino del CAI. È chiaro che questa impostazione ingenuamente edificante andava superata, ma ciò non toglie che Motti sembrava volerlo fare sposando una visione fuorviante dell’alpinismo. Dico “sembrava” perché dieci anni dopo in un importante scritto sull’alpinismo sosterrà: «Il fascino immenso del vero alpinismo sta proprio nel venire a conoscenza del limite, della paura, nel riuscire a dare voce all’inconscio»; e più avanti «Vi è oggi chi afferma che l’alpinismo è uno sport: a parer mio è un non senso. Potrebbe essere uno sport l’arrampicata se venisse privata di ogni fattore emotivo», cioè di ogni rischio, ma ciò non è possibile in montagna ove «vi è la presenza costante della morte»(13).
Intanto la tecnologia, che notoriamente fiorisce dove vige un’adeguata mancanza di scrupoli, ha prodotto un nuovo tipo di chiodo a pressione, lo spit, facilissimo da usare: basta un trapano a batteria e una chiave inglese, perciò ancora più osceno e pernicioso dal punto di vista dell’alpinista classico, ma ha inaugurato un modo di arrampicare del tutto diverso da quello sportivo, prevedendo la scalata di vie lunghe, anche di molti tiri, anche in alta montagna, aperte dal basso, rigorosamente in libera, su difficoltà molto elevate superiori al VI, utilizzando gli spit solo per la sicurezza e in numero parsimonioso. In tal modo il capocordata si trova a salire molti metri, diciamo cinque, anche dieci, su difficoltà molto spinte anche di VII e VIII senza protezioni intermedie. Nulla ha a che fare con l’arrampicata sportiva, ma neanche ritengo possa essere considerato una forma dell’alpinismo classico, non contemplando affatto la dimensione dell’avventura e in misura molto limitata quella del rischio (anche se un volo di tanti metri, a esempio venti, malgrado la sicurezza garantita dagli spit e la verticalità della parete, fa sempre una gran paura e richiede a chi pratica questo tipo di arrampicata non solo adeguate capacità tecniche ma soprattutto qualità di “testa”). Personalmente sono venuto a conoscenza di questo nuovo tipo di arrampicata nelle chiacchierate con i miei giovani amici di Cortina Massimo Da Pozzo “Mox” e Bruno Sartorelli che lo praticano assiduamente e ho ritenuto opportuno darne qui notizia ritenendolo una nuova forma di alpinismo degna di giusta attenzione.
La storia ci ha mostrato dunque come l’alpinismo, e più in generale l’ “andar per monti” sia profondamente legato alla cultura, sia quella per così dire scientifica che quella umanistica.
Da un punto di vista tecnico abbiamo definito “alpinismo classico” quella forma di alpinismo in cui non vengono utilizzati chiodi a pressione o strumenti equivalenti né per la progressione né per la sicurezza. Caratteristiche peculiari di questo tipo di alpinismo sono la ricerca dell’avventura in senso lato, del rischio calcolato, la curiosità e la disponibilità al viaggio esplorativo; in questa prospettiva la fantasia, l’intuizione, l’esperienza dell’ambiente e della roccia sono doti necessarie per una buona scelta dell’itinerario di salita che, nel limite del possibile, deve soddisfare anche esigenze squisitamente estetiche.
Fermo restando tutto ciò, ogni alpinista classico sceglierà poi, come gli ingredienti e relative quantità per un buon cocktail, i mezzi artificiali da usare. Così ci sarà chi ricorrerà più o meno alla progressione in artificiale, chi preferirà la scalata in libera, chi userà pochi chiodi o nessuno, e chi vorrà una chiodatura continua; chi vorrà tentare vie al limite delle sue possibilità e chi a questo limite vorrà tenersi prudentemente al di sotto. Infine anche chi vorrà non praticare l’alpinismo classico e usare gli spit per la sicurezza e anche per la progressione a mio avviso può ben farlo perché in montagna, almeno in montagna, sopra ogni altra considerazione deve vigere il sacrosanto principio della libertà con l’unica limitazione, imposta dal rispetto per la libertà degli altri, che nell’ambito del nostro discorso equivale ad accettare il più assoluto divieto di modificare le vie già aperte lasciando inalterato il tipo e il numero dei chiodi adoperati dai primi salitori, in modo da consentire ai ripetitori di percorrere la via così come era stata aperta in origine.
Note:
(1) F. Petrarca, Ad Dyonisium de Burgo Sancti Sepolcri ordinis sancti Augustini, in Epystolarium ad diversos liber IV, I. Tr. It. in Prose, Ricciardi, Milano-Napoli 1955. Per un lettore di Croce appare forse non casuale che sia proprio un poeta a tradurre con un preciso pensiero il sentimento provato da tanti viaggiatori nella frequentazione della montagna (cfr. B. Croce La poesia, Laterza, Bari 1935).
(1a) Cfr. S. Boscaini Leoni, La ricerca sulla montagna nel Settecento sotto nuove prospettive.
(2) H. B. de Saussure, Rélation Abregée d’un voyage à la cime du Mont Blanc en Août 1787, Barde Manget, Genève 1787.
(2b) P. Rossi, Gli scoiattoli di Cortina, Tamari, Bologna 1965 pag. 69 e segg.
(3) R. Messner, L’assassinio dell’impossibile, «Rivista del CAI», 1968, ripubblicato in Il meglio degli anni '60. L’Alpinismo della Rivista del CAI, a cura di A. Gogna e A. Reggio, Priuli e Verlucca , Torino 2009, pp.366.
(4) R. Messner, Gli sviluppi. In AA.VV., Sesto grado, Longanesi, Milano, pp. 309.
(5) A. Gogna, Un alpinismo di ricerca, Dall’Oglio, 1975, pp.243.
(6) S. Casara, Preuss. L’alpinista leggendario, Longanesi, Milano 1970.
(7) R. Messner, Il 7º grado. Scalando l’impossibile, Gorlich, Milano 1974.
(8) G. P. Motti, I Falliti, «Rivista mensile CAI», settembre 1972 ripubblicato in I falliti e altri scritti, a cura di E.Camanni, Vivalda, Torino 2000.
(9) G. P. Motti, Il nuovo mattino, «Rivista della montagna», aprile 1974 ripubblicato in G. P. Motti, op. cit..
(10) L. Stephen, The playground of Europe, London 1871. Tr. it.: Il Terreno di Gioco dell’Europa, Vivalda, Torino 1999. Purtroppo in questa traduzione sono stati omessi i primi due capitoli dedicati all’analisi del significato e della passione per le scalate. Recentemente questi capitoli sono stati tradotti in italiano a cura di Giovanni Rossi e pubblicati con il titolo Da orribili a sublimi Tararà, Verbania 2012.
(11) Su questo filo di pensiero si può vedere l’interessante libro di Ph. Joutard, L’invenzione del Monte Bianco, Einaudi, Torino 1993.
(12) G. P. Motti, Per gli Dei è l’ora del crepuscolo, «Tuttosport», 20 ottobre 1972 ripubblicato G. P. Motti, op. cit.
(13) G. P. Motti, Arrampicare a Caprie, «Scandere», 1983, ripubblicato G. P. Motti, op. cit.