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- Pubblicato: 17 Maggio 2013
App. Me. 2004, p. 15. (Testo rivisto e ampliato in occasione della Conferenza tenuta nella sede del CAI di Napoli il 27 aprile 2012)
Vorrei iniziare dedicando qualche parola alla storia dell’alpinismo e ciò per due buone ragioni: perché essa inizia proprio con quella forma dell’andar per monti alla quale appartiene l’alpinismo classico, poi perché, come asseriva Severino Casara: «L’alpinismo privo della sua storia è come un corpo senza anima».
Comunemente si fa coincidere la nascita dell’alpinismo con la conquista del Monte Bianco (Fig. 1) compiuta l’ 8 agosto 1786, da Michel Gabriel Paccard di Chamonix, naturalista e medico condotto del suo paese, insieme al cercatore di cristalli e cacciatore di camosci Jacques Balmat (Fig. 6).
Ogni storia che si rispetti ha una preistoria, e quella relativa all’alpinismo è di particolare interesse per il nostro discorso in quanto mostra come sin dalle primissime esperienze dell’andar per monti gli uomini abbiano provato quelle emozioni e acquisito quei valori che saranno riconosciuti propri dell’alpinismo classico e presenti in tutta la sua storia.
Nel mondo antico e pagano le montagne erano viste come luoghi riservati agli dei: il monte Olimpo, sede del padre Zeus era il più alto della Grecia; l’Ararat e il Sinai, sono nomi ricorrenti nella Bibbia. In seguito le montagne vennero declassate a barriere naturali, ma tutt’altro che invalicabili, e nel medioevo cristianizzato vennero vissute e immaginate dalle popolazioni locali come luoghi inospitali e orridi, dimore degne solo di mostri, spiriti maligni e insomma di poco amichevoli esseri sovrannaturali.
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