App. Me. 2004, p. 15. (Testo rivisto e ampliato in occasione della Conferenza tenuta nella sede del CAI di Napoli il 27 aprile 2012)

Vorrei iniziare dedicando qualche parola alla storia dell’alpinismo e ciò per due buone ragioni: perché essa inizia proprio con quella forma dell’andar per monti alla quale appartiene l’alpinismo classico, poi perché, come asseriva Severino Casara: «L’alpinismo privo della sua storia è come un corpo senza anima».

Comunemente si fa coincidere la nascita dell’alpinismo con la conquista del Monte Bianco (Fig. 1) compiuta l’ 8 agosto 1786, da Michel Gabriel Paccard di Chamonix, naturalista e  medico condotto del suo paese,  insieme al  cercatore di cristalli e cacciatore di camosci Jacques Balmat (Fig. 6).

Ogni storia che si rispetti ha una preistoria, e quella relativa all’alpinismo è di particolare interesse per il nostro discorso in quanto mostra come sin dalle primissime esperienze dell’andar per monti gli uomini abbiano provato quelle emozioni e acquisito quei valori che saranno riconosciuti propri dell’alpinismo classico e presenti in tutta la sua storia.

Nel mondo antico e pagano le montagne erano viste come luoghi riservati agli dei: il monte Olimpo,  sede del padre Zeus era  il più alto della Grecia;  l’Ararat e il Sinai, sono nomi ricorrenti nella Bibbia. In seguito le montagne vennero declassate a barriere naturali, ma tutt’altro che invalicabili, e  nel medioevo cristianizzato vennero vissute e immaginate  dalle popolazioni locali  come luoghi  inospitali e orridi, dimore degne solo  di mostri, spiriti maligni e  insomma di poco amichevoli esseri sovrannaturali.

   
© Vin Cen