Incantamenti ardimentosi

(App. Me. 2006, p. 106)

Più volte, nelle pagine di questa rivista, abbiamo affermato la nostra intima convinzione dell’indissolubile legame tra cultura e alpinismo classico, legame ben presente sin dalla nascita di quest’ultimo. Come non tenere nella debita considerazione le motivazioni proprie delle scienze naturali che promossero la conquista del Monte Bianco? O non riconoscere l’influenza determinante delle convinzioni etico-estetico-filosofiche dei singoli “grandi” alpinisti sulle loro scelte di come praticare l’alpinismo? O sottovalutare il ruolo giocato dalle esperienze vissute in montagna quali fonti d’ispirazione per numerose opere e non solo letterarie? Si pensi al ruolo dei paesaggi montani nella musica di Wagner.

La recente pubblicazione di Ardimenti e incantevoli ozi, realizzata con ottima veste grafica dalla casa editrice “Nuovi Sentieri” di Bepi Pellegrinon, fornisce un eccellente esempio della tesi “culturale” che andiamo, forse un po’ ossessivamente, ribadendo.

L’autrice, la “nostra” Melania, dico nostra perché è nata e cresciuta (per ben due metri di altezza) nella bella Massa Lubrense, ha raccolto e presentato in modo egregio uno dei pochi taccuini di Napoleone Cozzi che ci sono pervenuti.

La figura di alpinista, di artista e patriota del Risorgimento, nonché validissimo atleta in numerose discipline quali la scherma, il nuoto e la ginnastica, è narrata con dovizia di particolari, anche inediti, dall’autrice e a questa esauriente biografia rimandiamo il lettore interessato. In merito ci limitiamo a ricordare che Cozzi è stato un precursore dell’alpinismo senza guide e uno degli animatori de La Squadra volante, consorzio di alpinisti, costituitosi nell’ambito della Società Alpina delle Giulie, con l’adesione di Alberto Zanutti,Giuseppe Marcovich, Tullio Cepich e Nino Carniel, tutti suoi abituali compagni di cordata.

Ciò che di veramente affascinante viene fuori da questa documentazione è, a nostro avviso, la dinamica armonia nella personalità di Cozzi tra l’alpinista e l’artista, e, anche senza pronunciarci sul valore estetico della sua produzione pittorica, per la qual cosa del resto non avremmo le necessarie competenze, cercheremo di porre in evidenza come questi due aspetti siano in lui fortemente condizionati reciprocamente.

Il taccuino ora pubblicato è datato 1902, un anno particolarmente importante per le numerose e difficili ascensioni compiute da Cozzi & soci. Rimandando, per un panorama complessivo, ancora alla dettagliata ricostruzione offerta dalla curatrice, ci limitiamo a indicare le ascensioni compiute nella campagna alpinistica di quell’anno. Dal 1 al 4 settembre venne scalato il cosiddetto Monte Toro nel gruppo del Cridola, oggi denominato Punta Cozzi. Tra il 6 e il 7 dello stesso mese si svolge il tentativo al Campanile di Val Montanaia; infine tra l’8 e il 9 si sale, per la Cresta SSE, sul Monte Duranno.

Nel volume sono riportate le relazioni scritte da Cozzi per la rivista "Alpi Giulie" di ognuna di queste scalate (la traversata del Monte Duranno è stata descritta anche da Alberto Zanutti), e riprodotti, in grandezza originale e con colori fedeli a quelli adoperati dall’artista, sessanta acquarelli, che con fine gusto pittorico, spesso non privo di una sottile ironia, raffigurano scene ed episodi attinenti a queste scalate.

Tra tutte queste l’impresa che ci pare più significativa ai fini del nostro discorso è il tentativo frustrato al Campanile di Val Montanaia: una vicenda ben nota, ma di cui non sarà inutile dare un breve resoconto per i nostri lettori.


Verso la fine dell’800, quando le vette di tutte le grandi montagne delle Alpi erano state raggiunte, l’interesse degli alpinisti si rivolse a torri, guglie e pinnacoli, vette di proporzioni modeste ma che presentavano difficoltà per la scalata alla cima spesso ben superiori di quelle presentate dalle vie normali delle grandi montagne. Così non è eccezionale assistere a tentativi di scalate di questo tipo, compiute anche da valenti alpinisti, che si concludono senza successo. Ne è un esempio la prima salita del Campanile Basso che presenta alcune analogie con quella del suddetto Campanile di Val Montanaia. È ben noto che per realizzare questa conquista Otto Ampferer e Karl Berger nel 1899 si avvalsero delle informazioni pubblicate da Carlo Garbari e Nino Pooli relative al loro tentativo di due anni prima.

Dopo la caduta del “Basso”, resisteva impavido il nostro Campanile. Collocato dal Padreterno, o da chi per lui, in una posizione privilegiata quasi alla sommità della suggestiva Valle Montanaia, isolato dalle altre montagne, che questa Valle recingono, quasi a voler rivendicare la sua unicità ed esibendo un profilo aggressivo, era oggetto di desiderio da parte di ogni alpinista che si era spinto in quei luoghi remoti. E come tale dovette essere vissuto dai tre triestini Napoleone Cozzi, Alberto Zanutti e Giuseppe Marcovich quando, dopo l’estenuante salita dell’intera Valle Montanaia (erano partiti da Casera Merluzzo in Val Cimolais), ai loro occhi increduli apparve quel «Masso dolomitico enorme e strano, più strano di tutti quelli che si sono visti … più fantastico e più stupefacente di tutte quelle moli spettrali di cui avete visto la minacciosa ridda sopra il vostro capo e serrarsi opprimenti al vostro fianco come ad intercettarvi il passo, e chiudersi dietro a voi come per inghiottirvi vivente …» (p. 41).

E altrettanto “fantastico e stupefacente” è l’acquerello in cui Cozzi raffigura il Campanile come lo vide allora per la prima volta nella suggestiva luce dell’alba (riprodotto nella IV di copertina di questo fascicolo).

Dopo un attento esame di ogni suo lato, l’occhio esperto di Cozzi individua il versante dove attaccare: non quello N apparentemente più facile, ma sbarrato in alto da paurosi strapiombi, bensì quello S. Si inerpicano abbastanza facilmente per una serie di fessure e camini, ma poi Cozzi è tratto in inganno da una facile rampa che muore innanzi una parete inaccessibile. È costretto a tornare sui suoi passi, sale un camino molto ripido, prosegue per difficili salti di roccia e giunge su uno sperone, individuato già dall’attacco, vicino lo spigolo SW. Hanno superato le difficoltà maggiori, sono a un passo dalla vetta che ormai non può più difendersi … ma una serie di strapiombi ne preclude l’accesso «Di questi ho potuto superarne sei; poscia, dinanzi alla mancanza d’ogni appiglio alla portata delle mie mani, si è dovuto pensare alla resa. Il segno del mio passaggio, poco più in basso della massima altitudine raggiunta, suggellava la rinunzia; ed una scritta sullo sperone, presso il segnale di pietre costruito da Zanutti, indicava la data del tentativo: 7 settembre 1902» (p. 44).

Il giorno dopo, da non credersi, partono per Erto, ove salutano l’amico Marcovich, e in due risalgono la Val Zemola, tentano addirittura la scalata al Monte Duranno, ma devono desistere, non certo per stanchezza, bensì per… nebbia! Ma la mattina dopo, sono sulla vetta. Scendono lungo la parete E e rientrano a Cimolais. Questi sì che erano alpinisti!

Qui alloggiano presso la locanda Alla Rosa, dove il fato vuole si siano a loro volta fermati anche i forti alpinisti austriaci Wolf von Glanvell con l’avvenente consorte Mary e Karl Günther von Saar. Anche gli austriaci sono dei pretendenti al Campanile. La mattina del giorno prima di ricognizione alla base del Campanile, avevano individuato l’ometto costruito da Zanutti e, perlustrando con il binocolo la parete soprastante, si erano resi conto delle ardue difficoltà della salita. Il giorno dopo ridiscendono alla locanda alquanto sfiduciati. Allora giungono i due triestini. Sono euforici per la traversata del Monte Duranno e forse più ancora per il tentativo al Campanile di Val Montanaia, ove hanno goduto la selvaggia bellezza di quei luoghi, l’emozione di porre le mani su roccia vergine, la soddisfazione di aver trovato la via vincente. Come nascondere l’entusiasmo, la gioia, l’orgoglio? E poi… perché? Le anime profonde sono in fondo indifese.


Le due compagnie, quella della "Scarpa grossa" a cui appartengono gli austriaci e "La Squadra volante" fraternizzano. La conversazione è piacevole; ovviamente si parla di alpinismo, ogni cordata racconta le proprie imprese; ma Cozzi racconta di più… La sensibilità dell’artista gli permette di far rivivere nei più minuti particolari le vicissitudini della salita al Campanile, anche spinto dal desiderio di intrigare soprattutto la bella signora Mary. Anzi,  costei, nell’acquerello che raffigura quest’incontro, appare radiosa, quasi emanasse da lei, e non dal lume poco distante, l’intensa luce che inonda la scena e proietta come grandi ombre, sulla parete retrostante, le figure di Cozzi, di Zanutti, che regge nella sinistra l’uncino adoperato per assicurarsi nella scalata, e di von Glanwell «…la riunione di quei matti sublimi era così al completo…» (p. 111). L’epilogo della vicenda è prevedibile: il 17 settembre von Glanwell e von Saar sono sulla vetta del Campanile. Il commento di Cozzi è emblematico del suo modo icastico di considerare la realtà «Alla circostanza di aver seguito una via prestabilita che li portò ai punti difficili è dovuta gran parte del loro successo. Su come poi abbiano potuto raggiungere l’appiglio che li condusse al trionfo risponde la loro statura di giganti, la loro struttura elegante e robusta che li fa due arrampicatori eccezionali» (p. 44).

Cozzi non si sente né sconfitto né avvilito: in lui l’anima dell’artista è un tutt’uno con quella dell’alpinista. Nel rifugio non si è “tradito” per un bicchiere di troppo: in armonia con se stesso, animo grande e quindi generoso di affetti, è affascinato dalla bellezza della natura di cui gli esseri umani certamente fanno parte, ed è particolarmente affascinato dalla bellezza delle donne. Prova ne è l’abbagliante “trasfigurazione alpina” in cui gli si presenta Mary: «Una capigliatura d’oro una vocina infantile che rasserena anche la feroce maestà dell’alpe; un sorriso fresco e dolcissimo davanti al quale le rupi si corrucciano della loro violenza, indispettite quasi di non poter presentare che atteggiamenti goffi e facce spettrali; e non sembrano felici che nella piena dei meriggi infuocati, quando nuotano nella luce viva che ne dissimula la ruvidezza dei lineamenti, quando le valli sfolgoreggiano al sole e le ghiaie crepitanti sotto il suo piede leggero, danno bagliori e faville come un’immensa fiumana di fulgide gemme» (p. 44).

Un personaggio, il nostro Napoleone, che non teme di comunicare i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue esperienze e persino il suo orgoglio: in effetti è una persona trasparente, di quella trasparenza che avvicina poesia e verità e non sorprende in un buon pittore d’acquerelli.

Vorrei azzardare un’ipotesi: ancor più che nel rifugio durante l’incontro fortuito con Mary, Cozzi ha mostrato i motivi essenziali del suo mondo interiore sulla roccia del Campanile. Qui, nel punto più alto raggiunto, si è sentito grande, consapevole di aver “vinto”, si è sentito appagato. Aveva ragione, bastava che cercasse un po’ intorno, che provasse la facile cengetta a sinistra e avrebbe raggiunto la vetta.

 

 

Melania Lunazzi, Ardimenti e incantevoli ozi. Le Dolomiti Friulane negli acquarelli di Napoleone Cozzi.

pp. 140 con molte ill. n.t. Nuovi Sentieri Editore, Belluno 2004

ISBN 88-85510-31-0, ril. e 38

 

   
© Vin Cen