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- Pubblicato: 09 Maggio 2013
Verso la fine dell’800, quando le vette di tutte le grandi montagne delle Alpi erano state raggiunte, l’interesse degli alpinisti si rivolse a torri, guglie e pinnacoli, vette di proporzioni modeste ma che presentavano difficoltà per la scalata alla cima spesso ben superiori di quelle presentate dalle vie normali delle grandi montagne. Così non è eccezionale assistere a tentativi di scalate di questo tipo, compiute anche da valenti alpinisti, che si concludono senza successo. Ne è un esempio la prima salita del Campanile Basso che presenta alcune analogie con quella del suddetto Campanile di Val Montanaia. È ben noto che per realizzare questa conquista Otto Ampferer e Karl Berger nel 1899 si avvalsero delle informazioni pubblicate da Carlo Garbari e Nino Pooli relative al loro tentativo di due anni prima.
Dopo la caduta del “Basso”, resisteva impavido il nostro Campanile. Collocato dal Padreterno, o da chi per lui, in una posizione privilegiata quasi alla sommità della suggestiva Valle Montanaia, isolato dalle altre montagne, che questa Valle recingono, quasi a voler rivendicare la sua unicità ed esibendo un profilo aggressivo, era oggetto di desiderio da parte di ogni alpinista che si era spinto in quei luoghi remoti. E come tale dovette essere vissuto dai tre triestini Napoleone Cozzi, Alberto Zanutti e Giuseppe Marcovich quando, dopo l’estenuante salita dell’intera Valle Montanaia (erano partiti da Casera Merluzzo in Val Cimolais), ai loro occhi increduli apparve quel «Masso dolomitico enorme e strano, più strano di tutti quelli che si sono visti … più fantastico e più stupefacente di tutte quelle moli spettrali di cui avete visto la minacciosa ridda sopra il vostro capo e serrarsi opprimenti al vostro fianco come ad intercettarvi il passo, e chiudersi dietro a voi come per inghiottirvi vivente …» (p. 41).
E altrettanto “fantastico e stupefacente” è l’acquerello in cui Cozzi raffigura il Campanile come lo vide allora per la prima volta nella suggestiva luce dell’alba (riprodotto nella IV di copertina di questo fascicolo).
Dopo un attento esame di ogni suo lato, l’occhio esperto di Cozzi individua il versante dove attaccare: non quello N apparentemente più facile, ma sbarrato in alto da paurosi strapiombi, bensì quello S. Si inerpicano abbastanza facilmente per una serie di fessure e camini, ma poi Cozzi è tratto in inganno da una facile rampa che muore innanzi una parete inaccessibile. È costretto a tornare sui suoi passi, sale un camino molto ripido, prosegue per difficili salti di roccia e giunge su uno sperone, individuato già dall’attacco, vicino lo spigolo SW. Hanno superato le difficoltà maggiori, sono a un passo dalla vetta che ormai non può più difendersi … ma una serie di strapiombi ne preclude l’accesso «Di questi ho potuto superarne sei; poscia, dinanzi alla mancanza d’ogni appiglio alla portata delle mie mani, si è dovuto pensare alla resa. Il segno del mio passaggio, poco più in basso della massima altitudine raggiunta, suggellava la rinunzia; ed una scritta sullo sperone, presso il segnale di pietre costruito da Zanutti, indicava la data del tentativo: 7 settembre 1902» (p. 44).
Il giorno dopo, da non credersi, partono per Erto, ove salutano l’amico Marcovich, e in due risalgono la Val Zemola, tentano addirittura la scalata al Monte Duranno, ma devono desistere, non certo per stanchezza, bensì per… nebbia! Ma la mattina dopo, sono sulla vetta. Scendono lungo la parete E e rientrano a Cimolais. Questi sì che erano alpinisti!
Qui alloggiano presso la locanda Alla Rosa, dove il fato vuole si siano a loro volta fermati anche i forti alpinisti austriaci Wolf von Glanvell con l’avvenente consorte Mary e Karl Günther von Saar. Anche gli austriaci sono dei pretendenti al Campanile. La mattina del giorno prima di ricognizione alla base del Campanile, avevano individuato l’ometto costruito da Zanutti e, perlustrando con il binocolo la parete soprastante, si erano resi conto delle ardue difficoltà della salita. Il giorno dopo ridiscendono alla locanda alquanto sfiduciati. Allora giungono i due triestini. Sono euforici per la traversata del Monte Duranno e forse più ancora per il tentativo al Campanile di Val Montanaia, ove hanno goduto la selvaggia bellezza di quei luoghi, l’emozione di porre le mani su roccia vergine, la soddisfazione di aver trovato la via vincente. Come nascondere l’entusiasmo, la gioia, l’orgoglio? E poi… perché? Le anime profonde sono in fondo indifese.

