Le due compagnie, quella della "Scarpa grossa" a cui appartengono gli austriaci e "La Squadra volante" fraternizzano. La conversazione è piacevole; ovviamente si parla di alpinismo, ogni cordata racconta le proprie imprese; ma Cozzi racconta di più… La sensibilità dell’artista gli permette di far rivivere nei più minuti particolari le vicissitudini della salita al Campanile, anche spinto dal desiderio di intrigare soprattutto la bella signora Mary. Anzi,  costei, nell’acquerello che raffigura quest’incontro, appare radiosa, quasi emanasse da lei, e non dal lume poco distante, l’intensa luce che inonda la scena e proietta come grandi ombre, sulla parete retrostante, le figure di Cozzi, di Zanutti, che regge nella sinistra l’uncino adoperato per assicurarsi nella scalata, e di von Glanwell «…la riunione di quei matti sublimi era così al completo…» (p. 111). L’epilogo della vicenda è prevedibile: il 17 settembre von Glanwell e von Saar sono sulla vetta del Campanile. Il commento di Cozzi è emblematico del suo modo icastico di considerare la realtà «Alla circostanza di aver seguito una via prestabilita che li portò ai punti difficili è dovuta gran parte del loro successo. Su come poi abbiano potuto raggiungere l’appiglio che li condusse al trionfo risponde la loro statura di giganti, la loro struttura elegante e robusta che li fa due arrampicatori eccezionali» (p. 44).

Cozzi non si sente né sconfitto né avvilito: in lui l’anima dell’artista è un tutt’uno con quella dell’alpinista. Nel rifugio non si è “tradito” per un bicchiere di troppo: in armonia con se stesso, animo grande e quindi generoso di affetti, è affascinato dalla bellezza della natura di cui gli esseri umani certamente fanno parte, ed è particolarmente affascinato dalla bellezza delle donne. Prova ne è l’abbagliante “trasfigurazione alpina” in cui gli si presenta Mary: «Una capigliatura d’oro una vocina infantile che rasserena anche la feroce maestà dell’alpe; un sorriso fresco e dolcissimo davanti al quale le rupi si corrucciano della loro violenza, indispettite quasi di non poter presentare che atteggiamenti goffi e facce spettrali; e non sembrano felici che nella piena dei meriggi infuocati, quando nuotano nella luce viva che ne dissimula la ruvidezza dei lineamenti, quando le valli sfolgoreggiano al sole e le ghiaie crepitanti sotto il suo piede leggero, danno bagliori e faville come un’immensa fiumana di fulgide gemme» (p. 44).

Un personaggio, il nostro Napoleone, che non teme di comunicare i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue esperienze e persino il suo orgoglio: in effetti è una persona trasparente, di quella trasparenza che avvicina poesia e verità e non sorprende in un buon pittore d’acquerelli.

Vorrei azzardare un’ipotesi: ancor più che nel rifugio durante l’incontro fortuito con Mary, Cozzi ha mostrato i motivi essenziali del suo mondo interiore sulla roccia del Campanile. Qui, nel punto più alto raggiunto, si è sentito grande, consapevole di aver “vinto”, si è sentito appagato. Aveva ragione, bastava che cercasse un po’ intorno, che provasse la facile cengetta a sinistra e avrebbe raggiunto la vetta.

 

 

Melania Lunazzi, Ardimenti e incantevoli ozi. Le Dolomiti Friulane negli acquarelli di Napoleone Cozzi.

pp. 140 con molte ill. n.t. Nuovi Sentieri Editore, Belluno 2004

ISBN 88-85510-31-0, ril. e 38

 

   
© Vin Cen