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- Pubblicato: 07 Maggio 2013
(App. Me., 2006, p. 37)
1. Premessa
I nostri lettori, sebbene ormai avvezzi alla stranezza dei temi trattati in questa rivista, a volte concernenti luoghi e personaggi non proprio, per così dire, di casa nostra, o addirittura così “esotici” da risalire ai fasti rinascimentali, non potranno, tuttavia non meravigliarsi della scelta dell’ argomento di questo scritto: uno dei più risaputi e oggi meno controversi dell’alpinismo. Infatti, la scala Welzenbach è tra i primi “incontri” del giovane alpinista, che l’acquisisce prontamente, senza porsi dubbi, nella sua forma omologata della scala UIAA.
È anzi questa la “scalata” paradigmatica, che affascina molti dei neofiti arrampicatori: ancor prima di porre mano sulla roccia, questi desiderano struggentemente ripercorrerne tutti i gradi che, corretto saggiamente un vecchio errore, sono ormai senza limite, se non quello che “storicamente”, cioè, di volta in volta, viene fissato dal campione di turno.
Ma l’alpinismo non è nato con la scala delle difficoltà! Anzi, questo problema si è imposto molti decenni dopo, quando l’alpinismo aveva già dato, forse, il meglio di sé.
Il lettore non stizzito o, peggio, annoiato da queste prime righe, e che vorrà proseguire, potrà forse sorprendersi nel constatare che il tanto scontato problema della valutazione delle difficoltà alpinistiche, comunemente dato per risolto, offre invece qualche interessante motivo di riflessione alle menti aperte al dubbio e a una visione non omologata dell’“andar per monti”.
2. Un breve excursus storico con qualche nota a margine
Nella storia dell’alpinismo per lungo tempo l’esigenza di una puntuale classificazione delle difficoltà che s’incontrano lungo un’ascensione, non venne avvertita: le descrizioni delle salite erano molto “approssimative” e il tratto più difficile veniva genericamente indicato come mauvais pas.
Ciò è comprensibile perché in questo primo periodo le vie di salita – le cosiddette “vie normali” – erano piuttosto facili (oggi si direbbe al più di II grado), ma poiché, successivamente, le scalate diventavano sempre più impegnative1, si iniziò a sentire la necessità di una loro classificazione.
A quanto mi risulta, la prima proposta in tal senso venne avanzata da Fritz Benesch2 nella sua guida della Raxalpe del 1894, in cui le vie alpinistiche sono contrassegnate da un numero che ne indica appunto la difficoltà: all’1 corrisponde la difficoltà più elevata e quindi a numeri crescenti difficoltà decrescenti. Questa stranezza costrinse l’autore, nella successiva edizione del 1909, a introdurre un nuovo grado, indicato col numero 0, in cui raggruppare tutte le scalate di difficoltà superiori a quelle considerate precedentemente.
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