Un primo documento che testimonia un modo diverso di vedere la montagna, non mitologico né leggendario ma più realistico si registra giàalla fine del Medioevo: nel 1336,  Francesco Petrarca compie l’ascensione, per l’epoca non facile, al Monte Ventoso, in Provenza.  Descrivendo  questo viaggio compiuto in compagnia del fratello minore Gherardo, il poeta che era stato «spinto soltanto dal desiderio di visitare un luogo famoso per la sua altezza», scopre tutto il fascino della montagna.. All’inizio dell’ascensione i Petrarca incontrano un pastore che cerca di dissuaderli, narrando la triste esperienza di questa stessa salita da lui compiuta da giovinetto dalla quale: «né altro riportonne che il pentimento della dura fatica, e le carni e le vesti dagli spini e dai ronchi strappate e lacerate», ma,  confessa il poeta: «dal divieto sentimmo imfiammarcisi il desiderio». La conquista della vetta per Petrarca è faticosa anche per i numerosi errori da lui commessi nell’individuare il percorso corretto, tentato da soluzioni apparentemente più facili, ma infine pienamente gratificante: «Commosso in sulle prime da quel vasto spettacolo e da non so quale inusitata leggerezza dell’aria incantato, come stupefatto vi stetti, guardai: e mi vidi le nuvole sotto i piedi». Ma queste e poche altre, sono le osservazioni di Petrarca inerenti alla configurazione fisica della montagna, il resto della descrizione(1)  di questa salita privilegia riflessioni sulla sua vita e indugia  sui pensieri suscitati in lui da questa eccezionale esperienza. La montagna per Petrarca, come in seguito accadrà per molti altri, ha in sostanza  il ruolo di generare una profonda introspezione del soggetto.

Un’attenta, esauriente e molto apprezzabile indagine storica  su come fosse intesa la montagna  alla fine del Medioevo e soprattutto nel Rinascimento è stata compiuta da Piero Scaramella e pubblicata nel primo numero della nostra rivista «L’Appennino Meridionale».

A parte qualche eccezione, come la felice testimonianza del Petrarca, la montagna però si tramanda nell’immaginario popolare della tradizione orale della fiaba come mondo fantastico, misterioso estremo rifugio delle viziose divinità pagane (Venusberg), teatro di riti blasfemi di diavoli e streghe come quelli dei sabba e della notte di Valpurga, e segreto nascondiglio di animali spaventosi e mitici draghi.

Tuttavia già alla fine del '600 la rivoluzione scientifica determina la crescita esponenziale delle conoscenze in campo naturalistico grazie alla scoperta di nuovi territori e alle indagini rivolte a luoghi non remotissimi ma finora ritenuti marginali, per la loro natura selvaggia e inospitale, in primis le montagne. La mappatura del territorio esplorato di persona, nonché lo studio geologico, appena agli inizi, determinano una diversa visione dell’ambiente montano: non più montes horribiles, ma luoghi da perlustrare e indagare scientificamente anche per risolvere problemi che hanno risvolti filosofici e religiosi, ad esempio la spiegazione della natura dei fossili. Questo nuovo interesse per la montagna trova un interprete di eccezione in Johann Jakob Scheuchzer (1672-1733), nato a Zurigo, studioso di scienze naturali, di fisica e medico, autore di un primo importante libro dal titolo Οὐ ρεσιφοίτης Helveticus, sive Itinera per Helvetiae alpinas regiones (Londini, 1708, pubblicato dalla Royal Society con l’imprimatur nientemeno che di Isaac Newton), in cui raccoglie le sue vastissime osservazioni “sul campo” relative a diversi aspetti della storia “naturale” e “culturale” elvetica e concernenti meteorologia, flora, fauna, le rocce e cristalli, e soprattutto fossili, ma anche la documentazione su strumenti di lavoro, utensili , alimentazione e stili di vita degli abitanti (Figg. 2 e 3).

   
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