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- Pubblicato: 17 Maggio 2013
L’importanza della montagna come laboratorio scientifico privilegiato non ha però vita lunga: già nel 1826 un viaggiatore in procinto di salire il Bianco rifiuta il barometro che gli offriva Paccard e, nel 1861, durante una cena all’Alpine Club, un grande montanaro Leslie Stephen, noto scrittore e padre di Virginia Woolf, rivolge battute ironiche al connazionale, fisico sperimentale, John Tyndall per il valore da questi attribuito alle proprie osservazioni scientifiche svolte in alta montagna.
La conquista del Bianco cattura l’attenzione di un pubblico sempre più ampio: dapprima aveva affascinato gli appartenenti al mondo aristocratico ed élite culturali, poi anche l’alta borghesia abituata al viaggio “turistico”, infine un gran numero di semplici fans. Si moltiplicano le pubblicazioni, si afferma, prima della “oggettiva” fotografia, una pittura di paesaggi montanari descritti “soggettivamente”, sia come ameni, incontaminati ultimi paradisi per godere elevate e rasserenanti emozioni, che come perturbanti scenari della terribile strapotenza e magnificenza della natura e della effimera fragilità degli umani, che tuttavia pretendono di sfidarla e sottometterla (Figg. 10 e 11).
Per gestire questo successo si ritiene opportuno dare vita a un’associazione, con lo scopo di «creare una buona intesa tra alpinisti, di sviluppare l’alpinismo nel mondo intero, di promuovere la conoscenza della montagna grazie alla letteratura, alla scienza, alle arti» nasce così l’ Alpine Club (1856). Il club si doterà qualche anno dopo (1863) di una rivista, Alpine Journal, che reca il significativo sottotitolo «Una raccolta di avventure di montagna e di osservazioni scientifiche»: la scienza è sempre presente ma evidentemente sta ormai cedendo il posto al gusto più romantico dell’avventura.
Nello stesso anno John Ball, presidente dell’ Alpine Club ma anche editore, inizia la pubblicazione di Guide vademecum testi che descrivono con molta accuratezza e nei minimi dettagli gli itinerari sia facili che difficili, montagna per montagna. (Figg. 12 e 13)
Ancora uno stimolo di grande importanza viene dato all’ alpinismo ad alta quota dalla costruzione di “rifugi”, situati in punti strategici delle montagne più impegnative; i primi furono realizzati utilizzando strutture naturali, ad esempio per uno dei più antichi la sezione di Agordo del CAI nel 1877, adattò una grotta (dimensioni 3,20 x 4,30 x 2,70 m ) nella roccia di Punta Penia adiacente al ghiacciaio: da notare che oggi questa grotta si trova a buoni 20m al di sopra del ghiacciaio! (Figg. 15, 16 e 17)
Tutto ciò agevola enormemente la diffusione dell’alpinismo e un pubblico sempre più numeroso osa avventurarsi su un terreno difficile. Alla fine dell’Ottocento tutte le vette principali delle Alpi erano state salite, naturalmente seguendo le vie più facili (normali). Così l’attenzione degli alpinisti si rivolge a vie di salita alternative che presentano maggiori difficoltà. Altra importante novità che si verifica in questa fase sono le scalate compiute dagli alpinisti senza aiuto della guida: tra questi pionieri ricordiamo Albert Frederick Mummery che nel 1889 scala il Täschhorn con la moglie. (Figg. 18 e 19) Questi comportamenti “più liberi”, aumentando i rischi, determinarono la necessità di elaborare una procedura per una maggior tutela della vita degli scalatori. Pian piano viene sviluppata una tecnica detta “progressione in sicurezza” nella quale l’uso sistematico della corda è fondamentale, ma via via si adottano anche altri supporti quali chiodi (Hans Fiechtl, 1900) e moschettoni (Otto Herzog, 1906). Tutti questi strumenti e molti altri ancora vengono detti “mezzi artificiali”. Si avverte anche l’esigenza di fornire nelle guide informazioni sempre più dettagliate sulle vie di scalata, e a questo scopo si cerca di stabilire una scala dei gradi di difficoltà, questione che presentò notevoli problemi e la cui soluzione proposta nel 1925 da Willo Welzenbach non sarà esente da dubbi, critiche e cambiamenti. La prima guida ove venne proposta una scala delle difficoltà alpinistiche è quella di Bennesch (Raxalpe, 1896) che assegna il numero 1 alla difficoltà massima e i numeri crescenti a difficoltà decrescenti. Qui non tratteremo questo interessante argomento rinviando chi voglia approfondirlo al mio scritto pubblicato su L’Appennino meridionale (2006, fasc. 1).

