Ci occuperemo, invece, della problematica legata ai mezzi artificiali perché strettamente connessa a quella dell’alpinismo classico: infatti,  come vedremo più avanti, il loro impiego o meno,  la scelta di quali di essi eventualmente usare e il modo di adoperarli verranno a caratterizzare i vari  tipi di alpinismo. La decisione di utilizzare questi mezzi è fondamentale, soprattutto per il capocordata, dal momento che questi consentono non solo di  progredire con meno pericoli,  ma anche di superare delle difficoltà particolarmente impegnative (Fig. 20).

Tra i primi a criticare apertamente e severamente l’uso dei mezzi artificiali è un giovane ma già famoso alpinista, Paul Preuss (Figg. 21 e 22). Nel fascicolo dell’agosto 1911 della prestigiosa rivista «Deutsche Alpenzeitung» scrisse: «Un’assicurazione mediante chiodi e qualsiasi mezzo di sicurezza nonché le discese a corda doppia e tutti gli altri sistemi di assicurarsi con la corda, che tanto spesso rendono possibile una salita o comunque vengono usati durante la stessa sono mezzi artificiali e perciò per il vero alpinista inaccettabili, mentre l’arrampicatore in artificiale li trova giustificabilissimi». E più avanti: «Dove non si è capaci di scendere con i propri mezzi è meglio non salire».

Questo scritto di Preuss provocò un vero e proprio scompiglio tra gli alpinisti dell’epoca; soprattutto le guide, temendo compromesso il loro stesso mestiere, reagirono animosamente: uno di essi, il famoso Tita Piaz, (Figg. 23 e 24) il “diavolo delle Dolomiti”, pubblicò sulla stessa rivista una dura e ironica risposta, giungendo ad accusare Preuss di spingere gli alpinisti verso la morte! La risposta di Preuss a Piaz non si fece attendere. Sempre sulla stessa rivista, nello stesso anno, egli propose  di precisare  il suo punto di vista «in una forma schematica che non lasci più adito a dubbi. 1) non basta essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano ma bisogna essere loro nettamente superiori; 2) il grado di difficoltà che l’arrampicatore potrà superare in discesa sicuro e cosciente di non oltrepassare le sue possibilità deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che può affrontare in salita; 3) la giustificazione dell’impiego di mezzi artificiali nasce soltanto nei casi di immediato pericolo; 4) il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità, ma non deve essere il fondamento di una tecnica speciale; 5) la corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per rendere possibile la salita. Ammetto volentieri: 6) su tutto deve dominare il principio della sicurezza, ma non l’assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali in condizioni di evidente pericolo, ma quell’assicurazione preventiva che per ogni alpinista deve basarsi sul giusto apprezzamento delle proprie forze». E poi aggiunse: «Negli ultimi anni molti sono morti precipitando proprio nel superare punti difficili. Ma sarebbe forse morto anche uno solo di loro se il loro sentimento morale e sportivo fosse stato guidato dalla massima: “nessun passo avanti dove non puoi ridiscendere”?». La polemica ebbe una conclusione per così dire all’insegna delle buone maniere: nella sezione di Bayerland di Monaco la sera del 31 gennaio 1912 sotto la presidenza di Oertl si riunirono numerosi eminenti alpinisti. Dülfer (Figg. 25 e 26) stese il verbale che sanciva un sostanziale accordo tra i presenti nell’accettazione dei 6 principi di Preuss. Sebbene di fatto pochi fossero gli alpinisti che seguivano le regole di Preuss pur tuttavia per molti anni l’uso dei chiodi restò molto limitato: ad esempio Dülfer impiegò solo 3 chiodi nell’aprire la sua via sul Catinaccio d’ Antermoia, oggi valutata VI-. (Fig. 27)

Preuss, a mio avviso, aveva ragione nel sostenere che la sicurezza va ricercata in se stessi e non all’esterno con l’utilizzo di mezzi artificiali, ma sbagliava nel non tenere in debito conto l’imprevisto, il cedimento di un appiglio, la caduta di sassi, un improvviso malore e altro ancora, e proprio per cautelarsi dall’imprevisto la progressione in sicurezza diviene indispensabile.

   
© Vin Cen