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- Pubblicato: 17 Maggio 2013
Il dibattito sull’utilizzo dei mezzi artificiali fu di grande importanza teorica, in quanto chiarì che l’alpinismo poteva praticarsi in modi diversi in relazione ai mezzi adoperati: la scalata in libera assoluta (Fig. 28) richiede l’eventuale uso della corda solo per la sicurezza del secondo di cordata; la scalata in libera (Fig. 29) consente l’uso della corda e dei chiodi unicamente per la sicurezza; la scalata in artificiale (Figg. 30 e 31) permette l’uso dei chiodi e di altri mezzi artificiali non solo per la sicurezza ma anche per la progressione. Quest’ultimo tipo di arrampicata riscosse un grande successo dalla seconda metà degli anni trenta, dovuto anche alla moda delle vie direttissime, dette anche “a goccia d’acqua”, cioè quelle che seguirebbero il tracciato ideale compiuto da una goccia che cadesse dalla cima alla base.
La realizzazione di queste vie richiedeva molto spesso l’uso di un nuovo mezzo artificiale, il chiodo a pressione, un tipo di chiodo che non viene infisso nella roccia utilizzando le fessure naturali ma in fori preventivamente praticati mediante un punteruolo nella roccia. Attrezzi analoghi erano stati utilizzati alcune volte anche nell’Ottocento. Ad esempio Jean-Joseph Maquignaz, con i fratelli Sella, nel 1882 utilizzò i “fittoni”per vincere al Dente del Gigante la Plaque Burgener (Fig. 32), che due anni prima aveva respinto il grande Mummery, che aveva lasciato scritto su un biglietto: «Assolutamente impossibile con mezzi leali (by fair means)»; Cesare Tomé (Fig. 33) nel 1897 alla Cesora della Marmolada (Fig. 34) supera una difficile paretina (4+) utilizzando “cavicchi” (tondini di ferro) infissi in buchi praticati artificialmente nella roccia.
È l’apoteosi dell’arrampicata in artificiale! Questa tecnica con l’utilizzo dei chiodi a pressione, che si possono infiggere nella roccia dove e quando si vuole, vanifica il termine di “via impossibile”. (Fig. 35)
Sebbene l’arrampicata artificiale con l’impiego dei chiodi a pressione fosse largamente praticata, l’etica del “purismo” – il rifiuto di utilizzare questo tipo di chiodo - ha avuto sempre convinti seguaci. Una memorabile testimonianza della fedeltà a quest’etica intransigente si riflette nel comportamento della cordata Ghedina – Lacedelli durante il primo tentativo (1951) di scalare la parete SO (direttissima) della cima Scotoni. I due fortissimi alpinisti, giunti a circa metà della parete, dopo aver superato difficoltà all’epoca ritenute estreme, sono fermati da un «muretto liscio come il marmo» sicché – prosegue il resoconto di Bibi Ghedina-: «non ci sarebbe che un sistema per passare: preparare artificialmente dei buchi mediante l’apposito trapano, che viene purtroppo usato, con sempre maggiore frequenza dagli arrampicatori della scuola austriaca. A tale condizione preferiamo però rinunciare a qualsiasi salita»2b.Lino e Bibi prendono la grave decisione di tornare ben consapevoli di dover affrontare una lunga discesa a corda doppia avvalendosi di chiodi insicuri e mentre imperversa il temporale.

