Successivamente Bibi e Lino rendono partecipe del loro progetto il giovane ma già affermato alpinista Guido Lorenzi, così, la cordata a tre, formando una “piramide umana”, riesce a superare il muretto e a raggiungere la vetta (1952).

Ma una vera e propria inversione di tendenza rispetto all’artificiale avviene alla fine degli anni Sessanta quando Reinhold (Fig. 36) e Günther Messner aprono una via molto bella sulla Seconda Torre del Sella (Fig. 37) in arrampicata libera utilizzando solo 8 chiodi su 250 m di via con difficoltà che essi valutarono di V+, ma oggi è considerata VI-. L’influsso determinante per la ripresa dell’arrampicata libera da parte di Messner non si esplica solo mediante le numerose vie aperte, in questo stile, nelle Dolomiti, nelle Alpi e poi, con le dovute differenze, nel mondo degli 8000, ma anche mediante speculazioni teoriche sul significato e sui valori dell’alpinismo pubblicati a partire dal 1968 su riviste e libri. Non possiamo soffermarci su questi importanti contributi teorici e ci limitiamo a riportare alcune delle sue considerazioni che riteniamo particolarmente significative per le tematiche che qui trattiamo. In uno dei suoi primi scritti pubblicato nella «Rivista del CAI» del 1968, con il titolo emblematico L’assassinio dell’impossibile, Messner individua subito tra i mezzi artificiali il vero “assassino”: il chiodo a pressione! Infatti questo permette all’alpinista di salire dove vuole e realizzare la via, non seguendo le possibilità naturali offerte dalla  roccia, ma a suo arbitrio, sicché «L’impossibile in montagna è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato»(3).

L’azione e le idee dei Messner suscitarono immediato consenso da parte di numerosi alpinisti anche se l’arrampicata in artificiale resterà per lungo tempo ancora largamente praticata. Ad esempio il fortissimo Claudio Barbier che ha sempre arrampicato in libera e spesso in solitaria, per farsi “perdonare” la via aperta con Dietrich  Hasse e Heinz Steinkötter alla Parete Est della Cima di Ambiez (1966) criticata fortemente da Messner per l’eccessivo uso dei mezzi artificiali, con gli amici Almo Giambisi e Carlo Platter apre (1969) una bellissima via, battezzandola, con esplicito riferimento allo scritto di Messner, “Via del Drago” sul Lagazuoi Nord di 300m con difficoltà continue di V e VI- completamente in libera, utilizzando solo 9 chiodi. (Figg. 38, 39)

L’uso dei chiodi a pressione non solo vanifica il concetto stesso di via alpinistica, ma svilisce anche un altro aspetto peculiare dell’alpinismo classico: la ricerca dell’avventura, del rischio calcolato, del percorso intentato: «Purtroppo non tutti gli assalitori di vette hanno del tutto capito che bisogna difendere i fattori fondamentali dell’alpinismo che sono l’incognita della scalata, la prova di coraggio, l’accettazione del rischio. Ancora molti di essi si dichiarano d’accordo su questi punti, ma in fondo al loro zaino si trova sempre qualche chiodo a pressione» (4)  che rende possibile in qualsiasi momento e da qualunque punto della scalata la discesa. Sul filo di queste considerazioni puriste viene sempre più frequentemente praticata l’arrampicata in libera e anche quando è necessario ricorrere all’artificiale si adoperano esclusivamente i chiodi tradizionali. Ad esempio nel 1970 Alessandro Gogna, Alberto Dorigatti, Almo Giambisi e Bruno Allemand aprono una via diretta lungo lo spigolo di Punta Roca, impiegando su 800 m, 101 chiodi e 4 cunei con il comune accordo di non adoperare chiodi a pressione. (Figg. 40, 41) Gogna riferendosi alla difficoltà incontrata nel passaggio chiave scrive: «Provo a passare in libera ma siccome non vorrei volare torno indietro e ritento cercando di chiodare. Classica situazione da chiodo a pressione. Senonché, guardacaso, d’accordo con i miei compagni ho avuto l’accortezza di lasciarli a casa o meglio nei negozi….»(5). Dorigatti ribadisce: «Portare con sè i chiodi a espansione per una prima salita equivale a togliere in partenza ogni valore alla salita stessa. L’espansione elimina il rischio, elimina l’incognita, elimina l’alpinismo; portarlo senza usarlo significa ugualmente praticare pseudoalpinismo».

   
© Vin Cen