Gli anni '70 vedono la netta ripresa dell’arrampicata in libera: è la stagione dei Cozzolino, (Fig. 42) dei Manolo, dei Casarotto; non è un caso che Casara scrive un libro su Preuss (6) e che Messner propone di prendere atto dell’avvenuto progresso dell’arrampicata in libera e di aprire la scala delle difficoltà con l’introduzione del VII grado(7). (Fig. 43)

Nel contesto della grande ripresa dell’arrampicata libera s’inserisce con forza la figura problematica di Gian Piero Motti (Figg. 44, 45 e 46): torinese, di famiglia benestante, colto, studente all’università che però presto abbandonerà, profondamente insoddisfatto della cosiddetta società di massa, s’avvicina, e ne resta profondamente influenzato, alla Weltanschauung della beat generation degli anni '60 -'70. Forte alpinista sia su ghiaccio che su roccia, socio del CAAI e del GHM, Motti sale tante vie classiche nelle Occidentali e nelle Orientali. Parallelamente all’interesse per il “classico” è affascinato dalle pareti a bassa quota, con roccia non sempre buona, come ad esempio la Parete dei Militi (Bardonecchia). Uno dei primi scritti di Motti, Storia di un diedro («Liberi cieli», 1967) narra proprio l’esperienza della difficile scalata compiuta su questa parete. Già in questo primo scritto vengono affermati alcuni degli aspetti caratteristici della sua concezione dell’alpinismo: la preferenza per la difficoltà costituita dalla scalata in se stessa rispetto al raggiungimento della vetta (a volte inesistente), una certa indifferenza per la buona qualità della roccia, la ricerca dell’arrampicata sempre più “difficile”, da compiere preferibilmente in libera, ma poi, se necessario,  il  ricorso all’artificiale compreso l’uso di chiodi a espansione.

Portare sempre più avanti il limite delle difficoltà da superare diventa un’ossessione: «L’importante è allenarsi, sempre e di continuo….perché ciò che conta è arrampicare, sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del “sempre più difficile”»(8). Questa sorta di implicita autocritica, che coinvolge anche  tutto un certo ambiente del CAI di Torino, riflette in realtà una crisi esistenziale profonda, che si manifesta appieno nel suo scritto non a caso intitolato  I falliti. (Fig. 47)

Un grande aiuto per il superamento di questo difficilissimo momento, Motti lo trovò nella nuova concezione dell’alpinismo che all’inizio degli anni ’70 si andava sviluppando in California. (Fig. 48) In un suo famoso scritto dal titolo  emblematico Il nuovo mattino (9), così riassume il punto di vista di quest’importante movimento: «Gli arrampicatori californiani si sono creati una regola molto severa: la scalata libera e tirata al limite di caduta prima di ricorrere all’uso dei chiodi e, prima di forare la roccia per introdurvi un chiodo a espansione in scalata artificiale, si deve ricorrere a tutti quegli artifici tecnici che permettono di salire senza bucare la roccia. Le vie devono essere lasciate interamente schiodate in modo che i ripetitori incontrino le medesime difficoltà». Più avanti nel paragrafo intitolato Alpinismo come fuga dalla realtà scrive: «L’alpinismo in certe condizioni può essere un mezzo di fuga davanti all’angosciosa realtà esistenziale di un modo di vivere pressante e caotico. D’altronde è significativo come l’alpinismo californiano tragga grande ispirazione dalla filosofia e da alcune discipline orientali, soprattutto dallo Zen…la diretta conseguenza trasferita a livello alpinistico di questi presupposti è un esasperato individualismo che si manifesta…con la pratica all’arrampicata solitaria…intesa non tanto come espressione sportiva e competitiva, ma soprattutto come fenomeno puramente individuale e come ricerca personale di sensazioni non altrimenti raggiungibili». Una concezione così integralmente “soggettiva” dell’alpinismo mi ricorda, sebbene appartenente a un contesto molto diverso per ambiente culturale, sociale e alpinistico, in qualche modo le idee espresse da Leslie Stephen nel suo famoso The playground of Europe (10). Anche qui la montagna è vista come luogo dove l’individuo può temprarsi fisicamente e moralmente, contrapposto alla pianura ove una società degenerata e massificata porta l’individuo all’alienazione. Una certa affinità mi sembra possa riscontrarsi soprattutto nel rapporto montagna-alpinista in cui Stephen pone in primo piano non l’ “oggetto montagna” ma l’autoproiezione  dell’alpinista sulla montagna: è un gioco intellettuale e psicologico carico  di ambiguità, come rivela la domanda che l’autore lucidamente pone: «Dove finisce il Monte Bianco e dove comincio Io?» ( 11).

   
© Vin Cen