- Dettagli
- Pubblicato: 17 Maggio 2013
Ritorniamo a Motti, a questo personaggio di primo piano che ha influenzato profondamente l’ambiente alpinistico italiano, e non solo, degli anni '60 e '70 sia tramite la sua intensa ed estrema attività alpinistica che con i suoi numerosi scritti: questi meritano un’attenta lettura, peraltro non facile, data la complessità e la molteplicità delle tematiche trattate, e che ovviamente, proprio per questo non sono sempre suscettibili di interpretazioni univoche o chiare.
La sua intuizione delle grandi possibilità offerte all’alpinismo dalle arrampicate di fondovalle, la preparazione atletica portata fino all’esasperazione, la preferenza per l’arrampicata libera ma con la piena accettazione, all’occorrenza, dell’uso dei chiodi a pressione e dell’artificiale sono stati interpretati come i naturali presupposti del free climbing, più correttamente “arrampicata sportiva”, e pertanto alcuni hanno visto in Motti addirittura un autentico precursore, il quale in effetti affermava: «Si dica finalmente che l’alpinismo può e deve essere uno sport… completo meraviglioso e, ci tengo a sottolinearlo, per nulla tragico e rischioso» (12). Tuttavia qui Motti intendeva polemizzare con una certa visione dell’alpinismo, dominante fino agli anni ’90, ben espressa in una frase di Guido Rey: “Io credetti e credo la lotta con l’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede” frase che fino a qualche anno fa veniva stampata sul tesserino del CAI. È chiaro che questa impostazione ingenuamente edificante andava superata, ma ciò non toglie che Motti sembrava volerlo fare sposando una visione fuorviante dell’alpinismo. Dico “sembrava” perché dieci anni dopo in un importante scritto sull’alpinismo sosterrà: «Il fascino immenso del vero alpinismo sta proprio nel venire a conoscenza del limite, della paura, nel riuscire a dare voce all’inconscio»; e più avanti «Vi è oggi chi afferma che l’alpinismo è uno sport: a parer mio è un non senso. Potrebbe essere uno sport l’arrampicata se venisse privata di ogni fattore emotivo», cioè di ogni rischio, ma ciò non è possibile in montagna ove «vi è la presenza costante della morte»(13).
Intanto la tecnologia, che notoriamente fiorisce dove vige un’adeguata mancanza di scrupoli, ha prodotto un nuovo tipo di chiodo a pressione, lo spit, facilissimo da usare: basta un trapano a batteria e una chiave inglese, perciò ancora più osceno e pernicioso dal punto di vista dell’alpinista classico, ma ha inaugurato un modo di arrampicare del tutto diverso da quello sportivo, prevedendo la scalata di vie lunghe, anche di molti tiri, anche in alta montagna, aperte dal basso, rigorosamente in libera, su difficoltà molto elevate superiori al VI, utilizzando gli spit solo per la sicurezza e in numero parsimonioso. In tal modo il capocordata si trova a salire molti metri, diciamo cinque, anche dieci, su difficoltà molto spinte anche di VII e VIII senza protezioni intermedie. Nulla ha a che fare con l’arrampicata sportiva, ma neanche ritengo possa essere considerato una forma dell’alpinismo classico, non contemplando affatto la dimensione dell’avventura e in misura molto limitata quella del rischio (anche se un volo di tanti metri, a esempio venti, malgrado la sicurezza garantita dagli spit e la verticalità della parete, fa sempre una gran paura e richiede a chi pratica questo tipo di arrampicata non solo adeguate capacità tecniche ma soprattutto qualità di “testa”). Personalmente sono venuto a conoscenza di questo nuovo tipo di arrampicata nelle chiacchierate con i miei giovani amici di Cortina Massimo Da Pozzo “Mox” e Bruno Sartorelli che lo praticano assiduamente e ho ritenuto opportuno darne qui notizia ritenendolo una nuova forma di alpinismo degna di giusta attenzione.
La storia ci ha mostrato dunque come l’alpinismo, e più in generale l’ “andar per monti” sia profondamente legato alla cultura, sia quella per così dire scientifica che quella umanistica.
Da un punto di vista tecnico abbiamo definito “alpinismo classico” quella forma di alpinismo in cui non vengono utilizzati chiodi a pressione o strumenti equivalenti né per la progressione né per la sicurezza. Caratteristiche peculiari di questo tipo di alpinismo sono la ricerca dell’avventura in senso lato, del rischio calcolato, la curiosità e la disponibilità al viaggio esplorativo; in questa prospettiva la fantasia, l’intuizione, l’esperienza dell’ambiente e della roccia sono doti necessarie per una buona scelta dell’itinerario di salita che, nel limite del possibile, deve soddisfare anche esigenze squisitamente estetiche.
Fermo restando tutto ciò, ogni alpinista classico sceglierà poi, come gli ingredienti e relative quantità per un buon cocktail, i mezzi artificiali da usare. Così ci sarà chi ricorrerà più o meno alla progressione in artificiale, chi preferirà la scalata in libera, chi userà pochi chiodi o nessuno, e chi vorrà una chiodatura continua; chi vorrà tentare vie al limite delle sue possibilità e chi a questo limite vorrà tenersi prudentemente al di sotto. Infine anche chi vorrà non praticare l’alpinismo classico e usare gli spit per la sicurezza e anche per la progressione a mio avviso può ben farlo perché in montagna, almeno in montagna, sopra ogni altra considerazione deve vigere il sacrosanto principio della libertà con l’unica limitazione, imposta dal rispetto per la libertà degli altri, che nell’ambito del nostro discorso equivale ad accettare il più assoluto divieto di modificare le vie già aperte lasciando inalterato il tipo e il numero dei chiodi adoperati dai primi salitori, in modo da consentire ai ripetitori di percorrere la via così come era stata aperta in origine.
Note:
(1) F. Petrarca, Ad Dyonisium de Burgo Sancti Sepolcri ordinis sancti Augustini, in Epystolarium ad diversos liber IV, I. Tr. It. in Prose, Ricciardi, Milano-Napoli 1955. Per un lettore di Croce appare forse non casuale che sia proprio un poeta a tradurre con un preciso pensiero il sentimento provato da tanti viaggiatori nella frequentazione della montagna (cfr. B. Croce La poesia, Laterza, Bari 1935).
(1a) Cfr. S. Boscaini Leoni, La ricerca sulla montagna nel Settecento sotto nuove prospettive.
(2) H. B. de Saussure, Rélation Abregée d’un voyage à la cime du Mont Blanc en Août 1787, Barde Manget, Genève 1787.
(2b) P. Rossi, Gli scoiattoli di Cortina, Tamari, Bologna 1965 pag. 69 e segg.
(3) R. Messner, L’assassinio dell’impossibile, «Rivista del CAI», 1968, ripubblicato in Il meglio degli anni '60. L’Alpinismo della Rivista del CAI, a cura di A. Gogna e A. Reggio, Priuli e Verlucca , Torino 2009, pp.366.
(4) R. Messner, Gli sviluppi. In AA.VV., Sesto grado, Longanesi, Milano, pp. 309.
(5) A. Gogna, Un alpinismo di ricerca, Dall’Oglio, 1975, pp.243.
(6) S. Casara, Preuss. L’alpinista leggendario, Longanesi, Milano 1970.
(7) R. Messner, Il 7º grado. Scalando l’impossibile, Gorlich, Milano 1974.
(8) G. P. Motti, I Falliti, «Rivista mensile CAI», settembre 1972 ripubblicato in I falliti e altri scritti, a cura di E.Camanni, Vivalda, Torino 2000.
(9) G. P. Motti, Il nuovo mattino, «Rivista della montagna», aprile 1974 ripubblicato in G. P. Motti, op. cit..
(10) L. Stephen, The playground of Europe, London 1871. Tr. it.: Il Terreno di Gioco dell’Europa, Vivalda, Torino 1999. Purtroppo in questa traduzione sono stati omessi i primi due capitoli dedicati all’analisi del significato e della passione per le scalate. Recentemente questi capitoli sono stati tradotti in italiano a cura di Giovanni Rossi e pubblicati con il titolo Da orribili a sublimi Tararà, Verbania 2012.
(11) Su questo filo di pensiero si può vedere l’interessante libro di Ph. Joutard, L’invenzione del Monte Bianco, Einaudi, Torino 1993.
(12) G. P. Motti, Per gli Dei è l’ora del crepuscolo, «Tuttosport», 20 ottobre 1972 ripubblicato G. P. Motti, op. cit.
(13) G. P. Motti, Arrampicare a Caprie, «Scandere», 1983, ripubblicato G. P. Motti, op. cit.
- << Prec
- Succ

