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- Pubblicato: 07 Maggio 2013
(App. Me., 2006, p. 37)
1. Premessa
I nostri lettori, sebbene ormai avvezzi alla stranezza dei temi trattati in questa rivista, a volte concernenti luoghi e personaggi non proprio, per così dire, di casa nostra, o addirittura così “esotici” da risalire ai fasti rinascimentali, non potranno, tuttavia non meravigliarsi della scelta dell’ argomento di questo scritto: uno dei più risaputi e oggi meno controversi dell’alpinismo. Infatti, la scala Welzenbach è tra i primi “incontri” del giovane alpinista, che l’acquisisce prontamente, senza porsi dubbi, nella sua forma omologata della scala UIAA.
È anzi questa la “scalata” paradigmatica, che affascina molti dei neofiti arrampicatori: ancor prima di porre mano sulla roccia, questi desiderano struggentemente ripercorrerne tutti i gradi che, corretto saggiamente un vecchio errore, sono ormai senza limite, se non quello che “storicamente”, cioè, di volta in volta, viene fissato dal campione di turno.
Ma l’alpinismo non è nato con la scala delle difficoltà! Anzi, questo problema si è imposto molti decenni dopo, quando l’alpinismo aveva già dato, forse, il meglio di sé.
Il lettore non stizzito o, peggio, annoiato da queste prime righe, e che vorrà proseguire, potrà forse sorprendersi nel constatare che il tanto scontato problema della valutazione delle difficoltà alpinistiche, comunemente dato per risolto, offre invece qualche interessante motivo di riflessione alle menti aperte al dubbio e a una visione non omologata dell’“andar per monti”.
2. Un breve excursus storico con qualche nota a margine
Nella storia dell’alpinismo per lungo tempo l’esigenza di una puntuale classificazione delle difficoltà che s’incontrano lungo un’ascensione, non venne avvertita: le descrizioni delle salite erano molto “approssimative” e il tratto più difficile veniva genericamente indicato come mauvais pas.
Ciò è comprensibile perché in questo primo periodo le vie di salita – le cosiddette “vie normali” – erano piuttosto facili (oggi si direbbe al più di II grado), ma poiché, successivamente, le scalate diventavano sempre più impegnative1, si iniziò a sentire la necessità di una loro classificazione.
A quanto mi risulta, la prima proposta in tal senso venne avanzata da Fritz Benesch2 nella sua guida della Raxalpe del 1894, in cui le vie alpinistiche sono contrassegnate da un numero che ne indica appunto la difficoltà: all’1 corrisponde la difficoltà più elevata e quindi a numeri crescenti difficoltà decrescenti. Questa stranezza costrinse l’autore, nella successiva edizione del 1909, a introdurre un nuovo grado, indicato col numero 0, in cui raggruppare tutte le scalate di difficoltà superiori a quelle considerate precedentemente.
Pochi anni dopo Owen Glynne Jones3 elaborò una scala aggettivale in quattro gradi: easy, moderate, difficult, exceptionally severe, con la quale suddivise a seconda delle difficoltà un abbastanza consistente numero di scalate disseminate su tutto il territorio britannico.
Entrambe le proposte ebbero una certa diffusione, sebbene fossero evidentemente carenti dal punto di vista concettuale in quanto non veniva definito cosa dovesse intendersi per difficoltà alpinistica né quale circostanza determinasse l’inizio del suo presentarsi come tale.
Il nuovo secolo vede l’alpinismo coinvolgere un numero sempre più cospicuo di appassionati a cimentarsi su nuove vie con difficoltà abbastanza diverse l’una dall’altra. Ad esempio, nel 1914 sulle pareti del Catinaccio si contavano ben dieci vie, e numerose varianti, che vanno dal II al IV+. Così si faceva sempre più forte la richiesta di una risposta alla problematica che stava emergendo, che fosse adeguata all’esperienza alpinistica accumulata e al tempo stesso concettualmente ben fondata.
Questa esigenza era particolarmente avvertita nell’ambito dell’alpinismo tedesco e austriaco ove la consuetudine di avvalersi delle guide personali professionali è stata sempre molto meno diffusa rispetto all’ambiente anglosassone. Ed è stato proprio un tedesco, Karl Planck4 a dare un contributo decisivo all’inquadramento della questione. Questi pubblicò nel 1914 un articolo dal promettente titolo La definizione delle difficoltà nell’arrampicata5, col quale si prefiggeva di mettere a punto in modo preciso «un sistema che mediante una breve e oggettiva descrizione, consentisse la comunicazione tra gli alpinisti del livello di difficoltà di una scalata». Innanzitutto egli sottolineava, molto opportunamente, come il bisogno di questa classificazione fosse maggiormente avvertito dall’alpinista di media capacità che da quello esperto e sosteneva che «il mezzo più oggettivo per la differenziazione dei gradi è il numero», laddove espressioni quali “facile, “difficile” ecc. possono risultare ambigue e pertanto inadatte allo scopo6.
La scala proposta da Planck è divisa in cinque livelli, o gradi, di crescente difficoltà, indicati con gli ordinali romani, ad ognuno dei quali vengono associate a mo’ di esempio, alcune delle vie di roccia meglio note7. Planck segue gli autori precedenti nell’attribuire a una via, nel suo complesso, il grado della più alta difficoltà che bisogna superare, ma è il primo a proporre di considerare anche le difficoltà che presenta ogni suo tratto o passaggio. Così come è il primo a prendere in considerazione vie che presentano difficoltà intermedie tra due gradi contigui. Altra idea di grande attualità che venne avanzata da Planck in questo suo scritto riguarda la previsione di vie con difficoltà superiori al limite della scala (V grado), per le quali, con molta modestia, rimanda il verdetto ad alpinisti più esperti di lui, con l’avvertenza di «non cedere alla tentazione di comprimere in questo caso le difficoltà tra un grado e il successivo, ma di conservare lo stesso rapporto che distingue un livello tradizionale dall’altro». Non ci sembra esagerato sostenere che il nostro autore ha intuito, con circa 60 anni di anticipo, l’essenziale di due importanti contributi alla nostra tematica (e che tratteremo più avanti) dovuti a Messner: l’apertura verso l’alto della scala e il rischio della svalutazione del VI grado.
Il tentativo di Planck non doveva passare inosservato, e infatti Hans Dülfer8, lo stesso anno, sulla stessa rivista e con lo stesso titolo (p. 166) riprende l’argomento così come era stato impostato da Planck, ma in un’ottica alquanto diversa.
Innanzitutto per Dülfer l’inizio delle difficoltà va individuato in quel tipo «di spostamento in cui, costretti dall’inclinazione del terreno, si devono usare gli arti superiori per tenersi in equilibrio», e in base a questo criterio ritiene inammissibile considerare alpinistiche, e attribuire loro un grado di difficoltà, anche se il più facile, vie quali la normale alla Zugspitz o al Piz Boè, come invece aveva fatto Planck.
Dopo queste premesse Dülfer formula una “teoria delle difficoltà” alquanto articolata: «Il concetto di difficoltà nell’arrampicata esprime il rapporto tra scalatore e roccia che può essere espresso dalla formula matematica S = F/K, ove K indica la capacità di prestazione dello scalatore, F la possibilità di trovare appigli, l’inclinazione della roccia etc. di un punto della via e S la difficoltà del passaggio».
Questa concezione ci sembra molto importante in quanto distingue due specie di difficoltà: quella indicata da F (Fels), che è determinata dall’inclinazione della roccia, dal numero e grandezza degli appigli ecc., e che potremmo considerare una difficoltà oggettiva, e quella indicata da S (Schwierigkeit), che è il rapporto tra la difficoltà oggettiva presentata dalla roccia e la capacità K (Kletterer) di arrampicare di un determinato alpinista e pertanto è una misura soggettiva della difficoltà relativa a quel tratto affrontato da quell’alpinista.
Dülfer prosegue la sua analisi osservando che: 1) per uno scalatore con costante capacità K al crescere di F cresce pure la difficoltà (soggettiva) S; 2) per uno stesso tratto di parete con difficoltà oggettiva F, al crescere della capacità d’arrampicata K, diminuisce la difficoltà (soggettiva) S; 3) infine, se all’aumentare della difficoltà oggettiva F aumenta anche la capacità K, allora la difficoltà soggettiva S resta costante. In base a quest’ultima valutazione e considerando che all’aumentare della difficoltà F aumenta anche la capacità K, Dülfer ritiene di poter concludere: «Le difficoltà (soggettive) S negli anni non sono aumentate, ma, in particolare per le prestazioni estreme, sono rimaste costanti. Ciò ci porta al risultato che la scala delle difficoltà (soggettive) è limitata verso l’alto». Infine Dülfer preferisce una scala aggettivale anziché numerica e usa il termine “estremamente difficile” per indicare i passaggi più ardui. Tra “facile”, cioè l’inizio delle difficoltà alpinistiche, come prima lo ha definito, ed “estremamente difficile” distingue ancora tre gradi di difficoltà: “mediamente difficile”, “difficile”, “molto difficile”.
Inoltre egli ritiene che questa scala «andrebbe corretta ogni 5-7 anni per tener conto di passaggi che richiedono di più di quelli “estremamente difficili” della scala in quel momento accreditata»9. Planck criticò la teoria di Dülfer sostenendo che «Nell’equazione di Dülfer S indica la difficoltà soggettiva (Dülfer presuppone come soggetti i migliori arrampicatori del momento) F indica la difficoltà oggettiva. Se voglio fare una scalata per me non è di nessun interesse la difficoltà soggettiva che possono aver riscontrato nella via gli arrampicatori di punta, ma quella oggettiva»10.
La replica di Dülfer11, breve e a detta dell’autore definitiva, non si fa attendere. Dopo aver precisato che «si intende per difficoltà oggettiva il grado di difficoltà del superamento tecnico meccanico di un passaggio di arrampicata e per difficoltà soggettiva sia il grado di difficoltà modificato attraverso l’individuale capacità tecnica sia la difficoltà di superare le resistenze psicologiche», dovute ad esempio alla paura per l’esposizione, all’ansia per le incognite da affrontare, ecc. Dülfer conclude che i più forti scalatori sono quelli adatti a valutare le difficoltà oggettive perché meno soggetti a queste resistenze psicologiche. Dunque al contrario di quanto asserito da Planck è la valutazione soggettiva delle difficoltà a dare la giusta informazione allo scalatore di media bravura, che è appunto quello più o meno condizionato da fattori psicologici.
Malgrado alcune forzature argomentative, riteniamo che lo studio del Dülfer sia di estremo interesse in quanto, attribuendo alla difficoltà una dimensione soggettiva, sottolinea l’impegno che il particolare alpinista deve affrontare rispetto alla propria capacità in roccia, sia dal punto di vista tecnico che da quello emotivo, il che è ben diverso da una classificazione delle difficoltà ottenuta raffrontando in astratto le vie tra loro e formando così delle classi di equivalenza che poi vengono ordinate in modo crescente.
Poi venne la guerra, la “Grande guerra”… e tutti dovettero affrontare ben altre difficoltà che quelle alpinistiche!
Il 15 giugno 1915 Hans Dülfer cadeva sul fronte di Arras e con lui finiva anche la concezione di una valutazione soggettiva delle difficoltà alpinistiche12.
Bisogna attendere il 1926 perché il tema attiri di nuovo l’attenzione degli alpinisti . Nella stessa rivista che aveva ospitato le proposte di Planck e di Dülfer, il forte alpinista Wilhelm Welzenbach13 pubblica un articolo dal titolo Una proposta per l’uniformazione dei concetti di difficoltà14, di tono ben diverso da quello comune a Planck e Dülfer: l’agile “definizione” è soppiantata dalla greve “uniformazione”. Il desiderio dell’autore è proprio questo: porre ordine tra i «progetti più svariati (Planck, Dülfer) che però, nell’ambiente alpinistico, avevano poco riscontro; prima, quanto dopo regna una spiacevole confusione in questo campo».
L’ordine imposto da Welzenbach, consiste essenzialmente nell’introduzione di un nuovo grado di difficoltà15, col riconoscimento che «già prima della guerra da più parti veniva considerata necessaria l’introduzione di un sesto grado». Si ha così una scala delle difficoltà aggettivale «perché la parola “viva” esprime molto di più del numero “inanimato”», con sei gradi, ognuno dei quali ha un limite inferiore e uno superiore ed entro i quali limiti sono comprese le scalate con difficoltà pertinenti a quel grado: I. facile cioè l’inizio delle difficoltà così come era stato definito da Dülfer; II. mediamente facile; III. difficile; IV. molto difficile; V. oltremodo difficile; VI. estremamente difficile.
La proposta è, in effetti, ancora abbastanza simile a quella avanzata da Planck e da Dülfer, ma con due importanti differenze: l’introduzione, come abbiamo detto, di un nuovo grado, e la chiusura della scala: «A mio parere – sostiene l’Autore – non è più possibile un ulteriore aumento significativo delle prestazioni su roccia». Il resto dell’articolo è dedicato all’esemplificazione dei limiti superiori e inferiori di ogni grado, mediante vie ben note, che vengono distinte a seconda del tipo di roccia, calcare o granito, e del settore alpino, occidentale oppure orientale16.
Welzenbach estende la sua scala anche a scalate su ghiaccio, senza apportarvi modifiche, ma precisando: «La valutazione delle scalate in alta montagna è invece condizionata dall’incertezza delle condizioni che possono continuamente variare» e «in quest’ambito è pensabile un lieve aumento » delle difficoltà rispetto a quelle oggi raggiunte. Se il contributo di Welzenbach brilla per la chiarezza è pur vero che non vi è più traccia della ricca e stimolante ricerca condotta da Planck e soprattutto da Dülfer. Ora proprio perché questa scala delle difficoltà non dovrebbe più prevedere dubbi o incertezze, viene prontamente accettata in un contesto storico-sociale che di problemi ne vuole il meno possibile e pertanto si “uniforma” ben volentieri alla confortevole “infallibilità” delle mere istruzioni da manuale. Così la scala di Welzenbach divenne la scala ufficiale delle difficoltà alpinistiche.
Poiché Welzenbach non distingue, come aveva fatto Dülfer, tra difficoltà oggettive e soggettive, la chiusura verso l’alto della scala equivale a porre un limite oggettivo a ciò che è scalabile, così il VI grado diviene il “limite delle difficoltà umanamente superabili”; questo limite è stato accettato da tutti gli alpinisti per molti anni, e soltanto dal 1971 Reinhold Messner iniziò a considerare la possibilità di introdurre un nuovo grado, il VII.
Teniamo presente che dalla proposta di Welzenbach del ’26 agli inizi degli anni ’70 passano ben 45 anni, durante i quali sono numerosi gli alpinisti convinti di aver aperto vie “al limite dell’umanamente possibile”, ma poiché non tutti sono ugualmente abili, nel VI grado hanno finito per confluire vie che di fatto presentano difficoltà abbastanza diverse tra loro e molto diverse sono anche per il numero di chiodi impiegati dai primi salitori. Altro elemento di perplessità nasce dal fatto che la scala Welzenbach non separa le difficoltà superate in libera, cioè senza far uso di mezzi artificiali per la progressione, da quelle superate in artificiale, cioè avvalendosi di tali mezzi anche per la progressione, e si limita alla valutazione delle difficoltà per le scalate fatte (o meglio, che dovrebbero essere fatte) in libera, riservando il “sesto superiore” per quelle che implicano la progressione in artificiale.
A tale situazione di gran confusione cercò di porre rimedio la Union International des Associations d’Alpinisme (UIAA), promuovendo una serie di riunioni di esperti: la prima si tenne nel 1967 sotto la direzione di Jean Juge, con lo scopo di modificare la scala di Welzenbach adeguandola allo stato di fatto dell’alpinismo attuale.
Il risultato di questi lavori fu che nel 1971 si stabilì di separare completamente la scala delle difficoltà per l’arrampicata in libera da quella in artificiale. Successivamente, per quest’ultima è stata messa a punto una scala in cui le sigle A0, A1, A2, A3, A4 (e poi A5) indicano, in ordine crescente, le difficoltà riscontrabili nel predisporre e nell’usare i mezzi artificiali (chiodi, staffe, scalette...) necessari per la progressione. Per la scala delle difficoltà in libera è stata adottata una versione numerica della scala di Welzenbach, in cui ogni grado (eccetto il I) ha un livello inferiore, seguito dal segno –, e uno superiore seguito dal segno +; i gradi sono stati portati, in un primo tempo (1978), al VII, in seguito la scala è stata aperta verso l’alto, senza limite (oggi si superano difficoltà valutabili di X grado)17.
La scala delle difficoltà di Welzenbach nella sua attuale versione UIAA (che d’ora in poi indicheremo con la sigla W.) è senz’altro un utile strumento di valutazione, ma a questo fine è necessario ben comprendere il suo funzionamento. La scala registra le difficoltà di tratto, e la difficoltà del tratto più difficile marca la difficoltà della via. In questa indicazione della difficoltà, non si tiene però conto dei seguenti fattori: qualità della roccia, lunghezza della scalata, lunghezza e difficoltà sia dell’avvicinamento che del rientro, esposizione, numero dei chiodi di passaggio e affidabilità sia di questi che delle soste, possibilità d’interrompere facilmente la scalata o di discesa a corda doppia ecc. Anche a un alpinista con limitata esperienza risulta evidente che questi fattori sono essenziali per giudicare nel suo complesso la difficoltà (e la pericolosità) di una via, il cui livello di arrampicata espresso dalla scala W. è pertanto solo un parametro particolare, e nemmeno il più importante.
In effetti è stata elaborata un’altra scala, non numerica, detta di “valutazione d’insieme”, per tenere conto sia del livello tecnico sia dei fattori prima menzionati, e fornire così una valutazione globale della via, che utilizza le sette sigle seguenti: F = facile, PD = poco difficile, AD = abbastanza difficile, D = difficile, TD = molto (très) difficile, ED = estremamente difficile, EX = eccezionalmente difficile.
Tuttavia la stragrande maggioranza delle guide non frequenta questa scala, forse perché è ben difficile, se non impossibile far rientrare sotto un’etichetta le tante variabili cui si è fatto cenno.
3. Alcune osservazioni inattuali
I limiti della scala di Welzenbach sono stati denunciati con molta chiarezza da Messner in un brillante saggio di cui consigliamo vivamente la lettura18.
La sua prima osservazione, degna della massima considerazione, è che «la valutazione delle difficoltà alpinistiche non è un procedimento meccanico o matematico, bensì psicologico … valutare le difficoltà significa stabilire un rapporto fra la via di salita e le capacità dell’alpinista»19. Ma non è pari pari il punto di vista di Dülfer? E non viene posto in dubbio l’impianto stesso della classificazione di Welzenbach? Più avanti Messner richiama la nostra attenzione su un aspetto di fondo dell’alpinismo «È altresì importante rammentare che la pericolosità è una componente essenziale della difficoltà alpinistica, dalla quale essa non può in alcun modo venire disgiunta», pena «scambiare disinvoltamente la severità e il rischio d’una vera scalata con l’esercitazione ginnico-sportiva della palestra di roccia»20, e porre così in evidenza sia il grave limite di ogni definizione astratta delle difficoltà, sia quanto possa essere fuorviante una formazione alpinistica basata prevalentemente sulla frequentazione delle palestre di roccia. Oltre che sui limiti della scala Welzenbach, dovuti a fattori “esterni” che essa trascura, Messner ci pone sull’avviso anche su due possibili errori, che potremmo dire le sono intrinseci, tali da inficiarne, cioè, la precisione nella valutazione delle difficoltà. Può accadere 1) che i primi salitori abbiano sopravvalutato le difficoltà; 2) che le ripetizioni a lungo andare provochino la svalutazione della difficoltà originaria, vuoi per il motivo “psicologico” legato alla certezza che la via è percorribile, vuoi perché spesso, nelle ripetizioni vengono aggiunti nuovi chiodi nei passaggi più difficili. È questa eventuale svalutazione, nel senso di banalizzazione, delle vie che sembra la maggiore preoccupazione del grande alpinista sempre alla ricerca dell’autentico VI grado. Per inciso noi da modestissimi alpinisti quali siamo, ci limitiamo a osservare che questi due possibili errori di giudizio, seppure “teoricamente” gravi, sono “praticamente” innocui perché i ripetitori resteranno magari “delusi” se l’impegno richiesto da una via non si rivela “al limite delle possibilità umane”, ma in compenso e per fortuna, non rischieranno di restare “incrodati” in attesa di soccorso o peggio ancora…
Ma andando al cuore del problema: a cosa devono servire queste scale? A fornire informazioni, soprattutto ad alpinisti di media bravura, come – abbiamo visto – auspicava Planck? Oppure devono costituire uno strumento atto a selezionare le arrampicate al limite delle umane possibilità? Naturalmente la scala Welzenbach di per sé assolve entrambi i compiti, ma storicamente è stato diverso il modo di interpretarla degli alpinisti. Certamente dall’inizio degli anni ’30 la scala Welzenbach è stata un cavallo di Troia per accreditare il carattere puramente agonistico-sportivo dell’alpinismo, tendenza che riscosse ampi consensi, anche perché consona alle ideologie che in quegli anni si affermarono soprattutto in Italia e Germania. Il sestogradista Domenico Rudatis21 fu un influente promulgatore di questa visione estremamente “competitiva”: «odiernamente contraddistinguono in particolar modo lo sport: la valutazione, la misura, il confronto dei risultati ottenuti» al fine di fare dell’alpinismo una forma, sebbene molto particolare, di sport è necessario «in primo luogo, esaminare in qual misura e con quali condizioni le ascensioni in montagna possono essere suscettibili di valutazione, di misura, di confronto, vale a dire possano essere considerati dei valori concreti, delle “performance” di modo che abbia un significato positivo il parlare di valori maggiori o minori, di progresso, di superamento, di “record”; e in secondo luogo, a stabilire quelle norme esecutive dell’attività alpinistica che, eliminando per quanto possibile ogni indeterminatezza, fissando l’omogeneità dei mezzi, l’uniformità delle condizioni, permettano di conseguire la massima precisione nella valutazione dei risultati dell’attività stessa»22. Non contento, più avanti riduce a banale sentimentalismo edificante le istanze dell’alpinismo non riconducibili a prestazioni sportive: «le gioie, le soddisfazioni, i valori puramente spirituali che l’individuo può trarre dalla contemplazione e dall’azione alpina sono immensi. Ma questi costituiscono la vita interiore dell’individuo; la sua vita esteriore, l’azione in se stessa, possiede, come tale, un valore concreto, una misura, che è uguale e costante per la collettività»23.
Bisogna riconoscere che Domenico Rudatis è stato pur sempre un notevolissimo alpinista e uomo di robusta cultura, fuori paragone con i tanti mediocri che divennero fanatici proseliti dell’“Alpinismo sportivo” tanto per farne una ribalta della loro vanità esibizionistica.
Questi ultimi non potevano non suscitare l’ironia di quel grande interprete dell’alpinismo propriamente inteso che è stato Giuseppe Mazzotti24. «“Cosa avete fatto?” chiede la gente, intendendo dire “quale grado di difficoltà avete superato?” Non “quale montagna avete salito?” né “cosa avete provato o visto?”… “Abbiamo fatto un terzo abbondante” rispondono gli arrampicatori … Non hanno dunque salito una montagna, ma semplicemente superato una difficoltà. L’incomprensione o la più completa indifferenza per la natura alpina si manifesta come meglio non si potrebbe in dialoghi di questo genere»25. I pacati rilievi di Mazzotti, pur buon alpinista, ma certamente non arrampicatore da VI grado ci sembrano, guarda caso, in consonanza con la severa prescrizione di Messner, che sestogradista è: «Il limite assoluto delle possibilità umane non sarà raggiunto mai, possiamo solo avvicinarcisi … L’altro limite, quello individuale è variabilissimo … Ciascuno fa il proprio gioco: chi trova il proprio limite sul III grado farà bene ad accontentarsi di quello: ma colui che vuole spingersi oltre le proprie possibilità mettendosi a chiodare come un carpentiere sul IV grado e a forare sul VI come uno scalpellino, ebbene costui inganna se stesso e gli altri: egli non è un alpinista autentico, bensì un ambizioso»26.
A proposito dell’uso dei “mezzi artificiali” vuoi per la sicurezza, che per la progressione, come non ricordare l’insegnamento del “Cavaliere della montagna”, Paul Preuss27, secondo il quale la valutazione delle difficoltà deve essere affidata alla consapevolezza delle proprie possibilità?
Se si sceglie con convinzione questa classica versione dell’alpinismo, le considerazioni di Dülfer a riguardo di una scala delle difficoltà ci sembrano ancora molto pertinenti e la scala di Welzenbach conserva una qualche utilità solo se la si considera non come griglia per selezionare i “veri” alpinisti, ma quale utile mezzo d’informazione per alpinisti tout court, quelli consapevoli che non si scalano le montagne che si vogliono scalare, ma quelle che si sanno scalare.
L’autore ringrazia Pia Hullmann per la traduzione dal tedesco in italiano degli articoli di Planck, Dülfer e Welzenbach citati.
Note
1 Nel 1877 Casaletti alla Torre dei Sabbioni supera il III grado, nel 1887 Winkler, sulla Torre che porta il suo nome, il IV mentre Piaz a Punta Emma vince nel 1900 il V grado.
2 Funzionario statale austriaco, nato a Mipliz nel 1868 e morto a Vienna nel 1949, è autore dello Specialführer auf die Raxalpe, Arteria Verlag, Wien 1894.
3 Nato nel 1867, compie studi scientifici e diviene insegnante di fisica alla City of London School. Muore nel 1899 scalando la Dent Blanche. Pioniere dell’arrampicata su roccia in Inghilterra, frequenta assiduamente il Lake District, realizzando forse la sua maggiore impresa scalando il Pilar. Compilò la guida alpinistica di quella zona: Rock Climbing in the English Lake District, 1897.
4 Valente e ardimentoso alpinista, primogenito del grande scienziato Max, fondatore della teoria dei Quanti e per questo insignito del premio Nobel, nacque a Kiel nel 1888 e cadde nella battaglia di Verdun nel 1916. Studiò geografia a Friburgo. Era solito condurre in montagna il fratello Erwin, che sarà ucciso dai nazisti nel 1945 per aver aderito all’attentato del generale von Stauffenberg contro Hitler. Le vicende storiche di questa straordinaria famiglia tedesca sono state recenemente ricostruite nell’interessante libro: Astrid von Pufendorf, Die Plancks, Propyläen, Berlin 2006.
5 Die Bezeichnung von Kletterschwierigkeiten, in “Österreichische Alpenzeitung”, 1914, p. 81.
6 Planck riconosce ampiamente a Benesch il merito di avere per primo proposto una scala numerica, ma critica il modo innaturale con cui è stata costruita.
7 Vengono classificate di I grado le vie normali al Planspitz e al Piz Boè; di II quelle al Karlspitzen e al Catinaccio d’Antermoia; di III la normale al Toten Kirchl e alla Fermenda; di IV la normale alla Cima Piccola di Lavaredo e il Totenkirchl per il Camino Zott; infine di V grado la Guglia di Brenta e la parete sud del Scharnitzspitze.
8 Una bella biografia di questo alpinista d’eccezione è stata di recente pubblicata da D. Colli, Arrampicare alla Dülfer, Nuovi Sentieri, Belluno 2004.
9 Anche Dülfer riporta esempi di scalate per ogni grado di difficoltà. Facile: le vie normali alla Cima Grande e al Catinaccio d’Antermoia; Mediamente Difficile: le vie normali alla Cima Piccola parete N (via Helversen), Catinaccio Centrale parete E ( via Dimai-Phillimor); Molto Difficile: Cima Piccola (via Fehrmann), Torre Delago parete NW (via Schroffenegger-Wenter); Estremamente Difficile: Cima Grande parete W ( Via Dülfer), Punta Emma (Via Piaz).
10 Begriff und Bezeichnung von Kletterschwierigkeiten, in “Österreichische Alpenzeitung”, 1914, p. 219.
11 Zum Kampf um die Bezeichnung der Kletterschwierigkeiten, “Österreichische Alpenzeitung”, 1914, p. 242.
12 Molti anni dopo, la tematica di Dülfer venne ripresa da un alpinista di talento, purtroppo in modo prolisso e molto discutibile dal punto di vista teorico, cfr.: A. Tanesini, Le difficoltà alpinistiche, L’Eroica, Milano 1946.
13 È stato uno dei maggiori esponenti della “Scuola di Monaco”, alpinista completo ha, tra l’altro, il merito di aver trasferito tecniche e materiali dell’arrampicata su roccia alla scalata su ghiaccio. Nato il 10 novembre 1900 a Monaco muore nel luglio del 1934, a 33 anni, sul Nanga Parbat. Cfr. E. Roberts, Willo Welzenbach. La vita, gli scritti, le imprese, Vivalda, Torino 1992.
14 Ein Vorschlag zur Vereinheitlichung der Schwierigkeitsbegriffe, in “Österreichische Alpenzeitung” 1926, p. 84.
15 Ricordiamo che nel 1925 Emil Solleder e Gustav Lettenbauer aprirono sulla parete NW del Monte Civetta una via che, a giudizio non solo dei primi salitori, ma della grande maggioranza degli alpinisti, presentava difficoltà superiori a quelle di ogni altra precedente scalata.
16 Riportiamo la sola esemplificazione rispettivamente dei limiti inferiori e superiori delle difficoltà per le rocce calcaree nel settore orientale: Facile: Catinaccio D’Antermoia, Tofana di Roces; Mediamente facile: Cima Tosa (normale), Croda da Lago Cresta N (Via Sinigallia); Difficile: Cima Piccola (via normale), Punta Grohmann; Molto difficile: Pala della Madonna Pilastro NE, Crozzon di Brenta spigolo N; Oltremodo difficile: Cima della Madonna Spigolo del Velo, Torre del Diavolo via Dülfer ; Eccezionalmente difficile: Furchetta parete N, Civetta parete NW.
17 Partendo dalla corretta osservazione che le difficoltà in roccia non aumentano linearmente, cioè passare dal II al III grado è più facile che passare dal III al IV e così via, in Francia, Inghilterra e Stati Uniti sono state elaborate delle scale non lineari ma con andamento asintotico tali da tener conto, anche formalmente, della lenta gradualità della progressione. Per un’ esauriente esposizione di questa importante tematica, che comprende la tavola di comparazione tra le varie scale, cfr. E. Cassarà, La morte del chiodo. Montagne da riconquistare, Zanichelli, Bologna 1983, p. 219. Ristampa: NordPress Edizioni, Chiari 2002, p. 205.
18 R. Messner, Gli sviluppi, in AA.VV., Sesto grado, Longanesi, Milano 1971.
19 Ivi, p. 183.
20 Ivi, p. 185.
21 Nato a Venezia nel 1898, muore a NewYork nel 1994. Fu uno dei primi esploratori delle vie difficili del Gruppo del Civetta e studioso di filosofie, con particolare riferimento a quelle orientali. Raccolse le sue esperienze in roccia e le sue riflessioni filosofiche nel volume Liberazione. Avventure e misteri nelle montagne incantate, Nuovi Sentieri, Belluno 1985.
22 D. Rudatis, Lo sport dell’arrampicamento, in “Lo sport fascista” marzo 1930, p. 34.
23 Ibidem.
24 Per qualche notizia su questo singolare personaggio dell’alpinismo degli anni ’30 e sulla sua pregevole produzione letteraria cfr. La montagna tra mito e oggetto, A. Beltrame (a cura di), Edizioni Papergraf, Piazzola sul Brenta 2003 e Aa. Vv., Le vie dell’ideale. Le montagne di Bepi Mazzotti, a cura di B. Pellegrinon, Nuovi Sentieri, Belluno 2001.
25 G. Mazzotti, Alpinismo e non alpinismo, Canova, Treviso 1946, p. 81.
26 R. Messner, op. cit., p. 181.
27 Un esauriente profilo di questo grandissimo alpinista è tracciato in R. Messner, L’arrampicata libera di Paul Preuss, De Agostini, Novara 1987.
APPENDICE
1. Karl Planck, Österreichische Alpenzeitung 1914 n. 901
2. Hans Dülfer, Ivi 1914 n. 906
3. Risposta di Planck, Ivi 1914 n. 909
4. Replica di Dülfer, Ivi 1914 n.
La Definizione delle difficoltà nell’arrampicata
di Karl Planck a Monaco di Baviera
(dalla Österreichische Alpenzeitung n. 901, 1914)
Traduzione di Pia Hullmann
Fino a circa dieci anni fa, per la definizione delle difficoltà in roccia, erano sufficienti cinque livelli: “facile”, “mediamente difficile”, “difficile”, “molto difficile”, “estremamente difficile”.
Da allora, come ben noto, le difficoltà affrontate sono notevolmente aumentate. Ma il problema di comunicare attraverso una breve e oggettiva descrizione il livello di difficoltà di una scalata sconosciuta, non è stato risolto, piuttosto sono stati ritenuti inadeguati anche i vecchi gradi di difficoltà.
Si riusciva in parte a risolvere il problema ampliando i vecchi concetti di “molto difficile” e “estremamente difficile”. Ma ciò comportava l’inconveniente che per diversi livelli di difficoltà si adottava lo stesso termine, pertanto la suddivisione non è più chiara e quindi può essere fuorviante.
Un altro risultato di questo punto di vista comportava una classificazione di molte vie come “molto difficili” o “estremamente difficili” annoverando tra queste anche quelle vie che una persona inesperta ma attrezzata con scarpe adatte all’arrampicata e dotata di una certa abilità atletica può fare tranquillamente.
Queste esagerate descrizioni di quasi tutte le vie di roccia sembrano a coloro che non hanno dimestichezza con le scalate o a qualche principiante alquanto ridicole e possono dare l’idea di autocelebrazione nell’ambito degli alpinisti.
Un altro metodo per definire i gradi di difficoltà che adesso viene usato frequentemente distingue scrupolosamente tra “estremamente” e “insolitamente” difficile e magari ancora tra quest’ultimo e “straordinariamente difficile”. Che tutto ciò sia qualcosa di malignamente illogico oltre che un’orribile violenza perpetrata alla nostra povera lingua tedesca non viene preso in considerazione per colpa dell’abitudine.
Va detto esplicitamente che “estremo”è un concetto più circoscritto di quello più esteso di “insolito” ( per un non iniziato è impossibile sapere quale dei due termini indica il grado di difficoltà superiore). Inoltre “insolito” e “straordinario” hanno la stesso significato. In una lingua colta si usano tutte queste espressioni superlative unicamente per varietà di linguaggio. Inoltre il termine di “estremamente difficile” per vie che sono state ampiamente superate come difficoltà (come ammette colui che le aveva classificate così attraverso la distinzione da quelle “insolitamente difficili” è il meno adatto possibile.
Quindi, noi alpinisti, se non vogliamo essere considerati a giusta ragione “illetterati” dobbiamo mantenere il nostro linguaggio a un livello elevato, come avviene in altri campi.
La definizione delle difficoltà, sin dall’inizio sarebbe dovuta essere elaborata dagli alpinisti di punta. Ma poiché da quel versante non è venuto nulla, mi sia consentito di fare una proposta a questo riguardo. Per propria esperienza so bene quanto soprattutto l’alpinista di livello medio abbia decisamente bisogno di definizioni chiare e adeguate delle difficoltà, molto di più di quanto abbiano bisogno gli “iniziati” esperti di roccia.
Il mezzo più oggettivo per definire le differenze tra gradi resta il numero mentre descrizioni come
“facile” e “difficile” ecc. per causa della loro natura soggettiva sarebbero, per la maggior parte degli interessati, inadeguate. È un grande merito di Benesch di aver introdotto nella sua guida dell’Alpe di Rax la scala numerica per le difficoltà di roccia. Però il metodo da lui suggerito risulta inadeguato applicato ad altri contesti. In primis fa l’errore di diminuire i numeri in rapporto al crescere delle difficoltà, in tal modo non resta spazio per un’ulteriore crescita. Inoltre i numeri non vengono correlati ai consueti cinque livelli da “facile” a “estremamente difficile”.
Sarebbe da proporre quanto segue: i riferimenti base restano i vecchi cinque livelli intesi come a quei tempi (intorno circa al 1900) definito dal I a V grado. Per ogni livello devono essere citate alcune vie ben note come riferimento alla misura del grado e potranno servire come punto di partenza per una comparazione con altre vie. La difficoltà della via è determinata sempre dalla difficoltà più alta dei singoli passaggi, eventualmente, se necessario, si possono indicare numericamente anche singoli passaggi della stessa via.
Quindi:
- Planspitze, Zugspitze, Boespitze(Vetta del Boe)
- Karlspitzen, Peternpfad, Rosengartenspitze (Vetta del Catinaccio(
- Totenkirchl (Via delle guide), Fermedaturm (Torre del Fermeda), Musterstein (versante ovest)
- Cima Piccola Totenkirchl (Camino Zott), Ellmauer Halt (Versante Kopftor)
- Guglia di Brenta, Predigtstuhl (Spigolo nord), Scharnspitze (Parete sud).
Ho intenzionalmente citato per ogni livello poche vie. Nel caso di dubbi oppure se si ritiene una difficoltà intermedia tra i due gradi è preferibile non usare i decimi ma indicare il grado più basso e quello più alto separati da un trattino, p.es. Hochtor (versante est), Cima Docici, Predigtstuhl: III-IV, Pfannkamin (Camino Pfann), Schmittkamin (Camino Schmitt), Totenkirchl (Via Herold): IV-V.
Affido ad alpinisti più esperti di me la suddivisioni di gradi di difficoltà ancora più elevati. Vorrei solo consigliare di non lasciarsi trascinare sull’onda dell’eccitazione delle nuove conquiste tecniche ad abbondare nell’illimitato regno dei numeri ma di mantenere costanti le distanze tra i livelli di difficoltà come nella suddivisione precedente e, quindi, nettamente distinguibili tra loro.
Sarebbe forse proponibile come riferimento per il VI la Fleischbank (Parete est) e i passaggi più difficili superati finora potrebbero essere definiti VII: La vecchia via per la parete ovest del Totenkirchl, di conseguenza, sarebbe V-VI.
Tutto il progetto mi sembra abbastanza facile da attuare. Semplicemente si sostituiscono le definizioni linguistiche già esistenti con numeri. All’inizio è consigliabile applicare entrambi i due sistemi, ponendo i numeri tre parentesi accanto alle vecchie denominazioni.
Possiamo essere convinti che una scala delle difficoltà di questo tipo contribuirà notevolmente a una maggiore chiarezza e oggettività sia nelle parole che negli scritti nell’ambito della “vita alpina”.
La definizione delle difficoltà nell’arrampicata
di Hans Dülfer a Kufstein
(dalla Österreichische Alpenzeitung n. 906, 1914)
Traduzione (parziale) di Pia Hullmann
Gli scritti apparsi sotto questo titolo nel n. 901 di questo giornale alpino, partono dall’indiscutibile dato di fatto che, attualmente, esiste una grande confusione a riguardo delle definizioni dei gradi di difficoltà delle via di arrampicata; poiché considero inadeguate le proposte finora fatte per una soluzione di questo problema, desidero, sulla base delle mia esperienze in roccia, proporre alcuni nuovi suggerimenti.
Se si vuole formare una scala delle difficoltà, dapprima si deve chiarireil concetto di “arrampicare”. Questo descrive un modo di muoversi nel quale, costretto dall’inclinazione del terreno, si deve ricorrere all’uso degli arti superiori. In questo senso si deve stabilire una severa distinzione tra “terreno di camminata” e “terreno di arrampicata”. Non è ammissibile in questo contesto, considerare, come fa Planck, le vie che portano alla vetta del Boè o alla Zugspitze, anche come grado più facile.
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L’inizio della scala di difficoltà, data dalla definizione dell’arrampicata di per sé, dipenderà da ritenere se le difficoltà possono essere infinitamente crescenti oppure no. Se la scala sarà considerata senza limiti (in questo caso la serie numerica proposta da Planck per la definizione dei singoli livelli di difficoltà appare inopportuna) oppure se si tratta di una semplice serie finita la quale potrebbe essere suddivisa.
Il concetto di “difficoltà nell’arrampicata” concerne il rapporto tra scalatore e roccia che si può esprimere con questa formula matematica: S= F/K , ove S è la difficoltà del passaggio, F sta a indicare la possibilità di trovare appigli, l’inclinazione della roccia ecc. relativamente a un punto della via e K sta per la capacità di prestazione dello scalatore.
Da questa relazione si deduce che:
1) Più cresce F, più aumenta per lo stesso scalatore la difficoltà del passaggio.
2) Con la crescente capacità dell’alpinista K diminuisce il grado di difficoltà S considerando costante la possibilità di trovare appigli e l’inclinazione ovvero F.
3) Se, invece, contemporaneamente alla “complicazione” (spesso denominata “difficoltà puramente tecnica”) F, aumenta anche la capacità tecnica degli scalatori K, allora la difficoltà S resta costante.
Uno sguardo alla pratica ci mostra che la “complicazione”F dei passaggi è aumentata negli anni. Questo sviluppo è evidenziato in tre momenti di vie nuove che distano tra di loro di circa tredici anni:
- fessura della Torre Winkler (1887)
- fessura della parete nord est di Punta Emma (Piaz 1900)
- fessura della Fleischbank da sud-est (Dülfer,1913).
Ma nella stessa maniera in cui sono sintomatici i tre esempi per illustrare la crescente difficoltà di arrampicata, così anche le prestazioni dei relativi scalatori possono essere intesi come campioni o esempio di uno sviluppo generico delle capacità alpinistiche. Uno sguardo alle relazioni di scalate di alpinisti esperti conferma lo straordinario aumento della capacità media in roccia, determinata, come accentua anche Planck dalla difficoltà dei passaggi decisivi.
Con queste presupposti possiamo, applicando il punto 3), dire che le difficoltà intese come prima descritte non sono aumentate negli anni ma sono rimaste costanti. Ciò ci conduce al risultato: la scala delle difficoltà è delimitata verso l’alto. Se attribuiamo ai passaggi più difficili la classificazione”estremamente difficile” allora un’aumenta della capacità di arrampicare secondo il punto 2) ha la conseguenza che i singoli passaggi devono essere spostati in una classe inferiore della scala delle difficoltà. Ora che abbiamo delimitato con “facile” e “estremamente difficile”gli estremi della scale delle difficoltà resta soltanto l’inserimento dei gradi intermedi quali “mediamente difficile”, “difficile” e “molto difficile”.
L’elenco che segue esemplifica una classificazione delle difficoltà per alcune vie ben note (determinante resta la difficoltà dei passaggi chiave come accentua anche Planck).
Facile: Cima Grande, Vetta del Catinaccio, Totenkirchl, per le vie normali
Mediamente difficile: Cima Piccola (Normale), Torre Stabler (Normale), Totenkirchl (Camino
Stoger-Gschwendtner)
Difficile:Cima Piccola(Normale Parete nord), Cima del Catinaccio (Parete est), Totenkirchl (Via
Rottensteiner)
Molto difficile: Cima Piccola (Via Fehrmann), Torre Delago (Parete NO), Totenkirchl (Camino
Leuchs).
Estremamente difficile: Cima Grande (Parete ovest), Punta Emma (Parete NE), Fleischbank (da SE).
Senz’altro nell’ambito delle vie di una stessa categoria possono esistere significative differenze delle difficoltà, ma chiunque è pienamente in grado di compiere salite di un certo livello potrà anche affrontare quelle più difficili. Secondo le attuali esperienze dovrebbe essere sufficiente se all’incirca ogni 5-7 anni venisse compiuto un aggiornamento delle scale di difficoltà; trascorso questo periodo di tempo diventano indispensabili per gli alpinisti esperti nuove edizioni delle guide.
Passaggi che richiedono una qualifica più alta di quella “estremamente difficile” della scala in quel momento valida, potrebbero essere distinte nel modo seguente, dicendo per esempio: “Leggermente più difficile del camino del Totenkirchl”. Che il termine “inusualmente difficile” come denotante una difficoltà maggiore di “estremamente difficile” sia linguisticamente improprio è già stato osservato da Planck.
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La confusione esistente nell’ambito delle definizioni delle difficoltà non è dovuto solamente al contrasto tra la vecchia interpretazione di difficoltà e quella moderna, ma è principalmente dovuta all’intrinseca difficoltà della valutazione, secondo qualsiasi scala, di un passaggio di arrampicata. Chi apre una via non deve fare riferimento alle proprie prestazioni ma deve descrivere le difficoltà incontrate per i successivi scalatori. L’uso dei chiodi può essere causa di esagerazioni: a volte è più difficile piantare un chiodo in una posizione scomoda piuttosto che progredire direttamente: Così la relazione per la valutazione delle difficoltà deve considerare la chiodatura e gli altri lavori preparatori già compiuti e deve perciò giudicare secondo la scala la difficoltà del passaggio con i chiodi già in loco.
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Concetto e definizione delle difficoltà nell’arrampicata
di Karl Planck a Monaco di Baviera
(dalla Österreichische Alpenzeitung n. 909, 1914)
Traduzione (parziale) di Pia Hullmann
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Ciò che deve essere caratterizzato in una descrizione delle difficoltà nell’arrampicata è la difficoltà oggettiva . Questa è stata però definita attraverso termini soggettivi. Nella formula di Dülfer (S=F/K) significa la difficoltà soggettiva dipendente dalle capacità dello scalatore, e F rappresenta la difficoltà oggettiva. Però, se voglio fare una scalata, non mi è di alcun interesse la difficoltà soggettiva che possono aver riscontrata in quel passaggio gli arrampicatori di punta, ma mi interessa quella oggettiva: non S ma F, il grado di “complicazione” come lo chiama Dülfer.
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A proposito della contesa per la descrizione delle difficoltà nell’arrampicata
di Hans Dülfer a Kufstein
(dalla Österreichische Alpenzeitung n. ,1914)
Traduzione (parziale) di Pia Hullmann
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In realtà intendo per difficoltà oggettive il grado di difficoltà che si presenta da un punto di vista tecnico-meccanico nel superamento di un passaggio di arrampicata mentre per difficoltà soggettiva s’intende sia il grado di difficoltà modificato attraverso l’individuale capacità tecnica e anche la difficoltà di vincere determinate resistenze presenti nel singolo scalatore durante il passaggio: le tipiche immaginazioni inibitorie quali la paura davanti a difficoltà ancora da affrontare, stati di ansia nel superare passaggi esposti ecc.. Da questa distinzione tra difficoltà oggettiva e soggettiva si evince che per un giudizio oggettivo delle difficoltà tecniche sono più affidabili gli alpinisti di ampia esperienza.
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