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- Pubblicato: 07 Maggio 2013
Pochi anni dopo Owen Glynne Jones3 elaborò una scala aggettivale in quattro gradi: easy, moderate, difficult, exceptionally severe, con la quale suddivise a seconda delle difficoltà un abbastanza consistente numero di scalate disseminate su tutto il territorio britannico.
Entrambe le proposte ebbero una certa diffusione, sebbene fossero evidentemente carenti dal punto di vista concettuale in quanto non veniva definito cosa dovesse intendersi per difficoltà alpinistica né quale circostanza determinasse l’inizio del suo presentarsi come tale.
Il nuovo secolo vede l’alpinismo coinvolgere un numero sempre più cospicuo di appassionati a cimentarsi su nuove vie con difficoltà abbastanza diverse l’una dall’altra. Ad esempio, nel 1914 sulle pareti del Catinaccio si contavano ben dieci vie, e numerose varianti, che vanno dal II al IV+. Così si faceva sempre più forte la richiesta di una risposta alla problematica che stava emergendo, che fosse adeguata all’esperienza alpinistica accumulata e al tempo stesso concettualmente ben fondata.
Questa esigenza era particolarmente avvertita nell’ambito dell’alpinismo tedesco e austriaco ove la consuetudine di avvalersi delle guide personali professionali è stata sempre molto meno diffusa rispetto all’ambiente anglosassone. Ed è stato proprio un tedesco, Karl Planck4 a dare un contributo decisivo all’inquadramento della questione. Questi pubblicò nel 1914 un articolo dal promettente titolo La definizione delle difficoltà nell’arrampicata5, col quale si prefiggeva di mettere a punto in modo preciso «un sistema che mediante una breve e oggettiva descrizione, consentisse la comunicazione tra gli alpinisti del livello di difficoltà di una scalata». Innanzitutto egli sottolineava, molto opportunamente, come il bisogno di questa classificazione fosse maggiormente avvertito dall’alpinista di media capacità che da quello esperto e sosteneva che «il mezzo più oggettivo per la differenziazione dei gradi è il numero», laddove espressioni quali “facile, “difficile” ecc. possono risultare ambigue e pertanto inadatte allo scopo6.
La scala proposta da Planck è divisa in cinque livelli, o gradi, di crescente difficoltà, indicati con gli ordinali romani, ad ognuno dei quali vengono associate a mo’ di esempio, alcune delle vie di roccia meglio note7. Planck segue gli autori precedenti nell’attribuire a una via, nel suo complesso, il grado della più alta difficoltà che bisogna superare, ma è il primo a proporre di considerare anche le difficoltà che presenta ogni suo tratto o passaggio. Così come è il primo a prendere in considerazione vie che presentano difficoltà intermedie tra due gradi contigui. Altra idea di grande attualità che venne avanzata da Planck in questo suo scritto riguarda la previsione di vie con difficoltà superiori al limite della scala (V grado), per le quali, con molta modestia, rimanda il verdetto ad alpinisti più esperti di lui, con l’avvertenza di «non cedere alla tentazione di comprimere in questo caso le difficoltà tra un grado e il successivo, ma di conservare lo stesso rapporto che distingue un livello tradizionale dall’altro». Non ci sembra esagerato sostenere che il nostro autore ha intuito, con circa 60 anni di anticipo, l’essenziale di due importanti contributi alla nostra tematica (e che tratteremo più avanti) dovuti a Messner: l’apertura verso l’alto della scala e il rischio della svalutazione del VI grado.

