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- Pubblicato: 07 Maggio 2013
La definizione delle difficoltà nell’arrampicata
di Hans Dülfer a Kufstein
(dalla Österreichische Alpenzeitung n. 906, 1914)
Traduzione (parziale) di Pia Hullmann
Gli scritti apparsi sotto questo titolo nel n. 901 di questo giornale alpino, partono dall’indiscutibile dato di fatto che, attualmente, esiste una grande confusione a riguardo delle definizioni dei gradi di difficoltà delle via di arrampicata; poiché considero inadeguate le proposte finora fatte per una soluzione di questo problema, desidero, sulla base delle mia esperienze in roccia, proporre alcuni nuovi suggerimenti.
Se si vuole formare una scala delle difficoltà, dapprima si deve chiarireil concetto di “arrampicare”. Questo descrive un modo di muoversi nel quale, costretto dall’inclinazione del terreno, si deve ricorrere all’uso degli arti superiori. In questo senso si deve stabilire una severa distinzione tra “terreno di camminata” e “terreno di arrampicata”. Non è ammissibile in questo contesto, considerare, come fa Planck, le vie che portano alla vetta del Boè o alla Zugspitze, anche come grado più facile.
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L’inizio della scala di difficoltà, data dalla definizione dell’arrampicata di per sé, dipenderà da ritenere se le difficoltà possono essere infinitamente crescenti oppure no. Se la scala sarà considerata senza limiti (in questo caso la serie numerica proposta da Planck per la definizione dei singoli livelli di difficoltà appare inopportuna) oppure se si tratta di una semplice serie finita la quale potrebbe essere suddivisa.
Il concetto di “difficoltà nell’arrampicata” concerne il rapporto tra scalatore e roccia che si può esprimere con questa formula matematica: S= F/K , ove S è la difficoltà del passaggio, F sta a indicare la possibilità di trovare appigli, l’inclinazione della roccia ecc. relativamente a un punto della via e K sta per la capacità di prestazione dello scalatore.
Da questa relazione si deduce che:
1) Più cresce F, più aumenta per lo stesso scalatore la difficoltà del passaggio.
2) Con la crescente capacità dell’alpinista K diminuisce il grado di difficoltà S considerando costante la possibilità di trovare appigli e l’inclinazione ovvero F.
3) Se, invece, contemporaneamente alla “complicazione” (spesso denominata “difficoltà puramente tecnica”) F, aumenta anche la capacità tecnica degli scalatori K, allora la difficoltà S resta costante.
Uno sguardo alla pratica ci mostra che la “complicazione”F dei passaggi è aumentata negli anni. Questo sviluppo è evidenziato in tre momenti di vie nuove che distano tra di loro di circa tredici anni:
- fessura della Torre Winkler (1887)
- fessura della parete nord est di Punta Emma (Piaz 1900)
- fessura della Fleischbank da sud-est (Dülfer,1913).
Ma nella stessa maniera in cui sono sintomatici i tre esempi per illustrare la crescente difficoltà di arrampicata, così anche le prestazioni dei relativi scalatori possono essere intesi come campioni o esempio di uno sviluppo generico delle capacità alpinistiche. Uno sguardo alle relazioni di scalate di alpinisti esperti conferma lo straordinario aumento della capacità media in roccia, determinata, come accentua anche Planck dalla difficoltà dei passaggi decisivi.
Con queste presupposti possiamo, applicando il punto 3), dire che le difficoltà intese come prima descritte non sono aumentate negli anni ma sono rimaste costanti. Ciò ci conduce al risultato: la scala delle difficoltà è delimitata verso l’alto. Se attribuiamo ai passaggi più difficili la classificazione”estremamente difficile” allora un’aumenta della capacità di arrampicare secondo il punto 2) ha la conseguenza che i singoli passaggi devono essere spostati in una classe inferiore della scala delle difficoltà. Ora che abbiamo delimitato con “facile” e “estremamente difficile”gli estremi della scale delle difficoltà resta soltanto l’inserimento dei gradi intermedi quali “mediamente difficile”, “difficile” e “molto difficile”.
L’elenco che segue esemplifica una classificazione delle difficoltà per alcune vie ben note (determinante resta la difficoltà dei passaggi chiave come accentua anche Planck).
Facile: Cima Grande, Vetta del Catinaccio, Totenkirchl, per le vie normali
Mediamente difficile: Cima Piccola (Normale), Torre Stabler (Normale), Totenkirchl (Camino
Stoger-Gschwendtner)
Difficile:Cima Piccola(Normale Parete nord), Cima del Catinaccio (Parete est), Totenkirchl (Via
Rottensteiner)
Molto difficile: Cima Piccola (Via Fehrmann), Torre Delago (Parete NO), Totenkirchl (Camino
Leuchs).
Estremamente difficile: Cima Grande (Parete ovest), Punta Emma (Parete NE), Fleischbank (da SE).
Senz’altro nell’ambito delle vie di una stessa categoria possono esistere significative differenze delle difficoltà, ma chiunque è pienamente in grado di compiere salite di un certo livello potrà anche affrontare quelle più difficili. Secondo le attuali esperienze dovrebbe essere sufficiente se all’incirca ogni 5-7 anni venisse compiuto un aggiornamento delle scale di difficoltà; trascorso questo periodo di tempo diventano indispensabili per gli alpinisti esperti nuove edizioni delle guide.
Passaggi che richiedono una qualifica più alta di quella “estremamente difficile” della scala in quel momento valida, potrebbero essere distinte nel modo seguente, dicendo per esempio: “Leggermente più difficile del camino del Totenkirchl”. Che il termine “inusualmente difficile” come denotante una difficoltà maggiore di “estremamente difficile” sia linguisticamente improprio è già stato osservato da Planck.
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La confusione esistente nell’ambito delle definizioni delle difficoltà non è dovuto solamente al contrasto tra la vecchia interpretazione di difficoltà e quella moderna, ma è principalmente dovuta all’intrinseca difficoltà della valutazione, secondo qualsiasi scala, di un passaggio di arrampicata. Chi apre una via non deve fare riferimento alle proprie prestazioni ma deve descrivere le difficoltà incontrate per i successivi scalatori. L’uso dei chiodi può essere causa di esagerazioni: a volte è più difficile piantare un chiodo in una posizione scomoda piuttosto che progredire direttamente: Così la relazione per la valutazione delle difficoltà deve considerare la chiodatura e gli altri lavori preparatori già compiuti e deve perciò giudicare secondo la scala la difficoltà del passaggio con i chiodi già in loco.
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