Il tentativo di Planck non doveva passare inosservato, e infatti Hans Dülfer8, lo stesso anno, sulla stessa rivista e con lo stesso titolo (p. 166) riprende l’argomento così come era stato impostato da Planck, ma in un’ottica alquanto diversa.

Innanzitutto per Dülfer l’inizio delle difficoltà va individuato in quel tipo «di spostamento in cui, costretti dall’inclinazione del terreno, si devono usare gli arti superiori per tenersi in equilibrio», e in base a questo criterio ritiene inammissibile considerare alpinistiche, e attribuire loro un grado di difficoltà, anche se il più facile,  vie quali la normale alla Zugspitz o al Piz Boè, come invece aveva fatto Planck.

Dopo queste premesse Dülfer formula una “teoria delle difficoltà” alquanto articolata: «Il concetto di difficoltà nell’arrampicata esprime il rapporto tra scalatore e roccia che può essere espresso dalla formula matematica S = F/K, ove K indica la capacità di prestazione dello scalatore, F la possibilità di trovare appigli, l’inclinazione della roccia etc. di un punto della via e S la difficoltà del passaggio».

Questa concezione ci sembra molto importante in quanto distingue due specie di difficoltà: quella indicata da F (Fels), che è determinata dall’inclinazione della roccia, dal numero e grandezza degli appigli ecc.,  e che potremmo considerare una difficoltà oggettiva, e quella indicata da S (Schwierigkeit), che è il rapporto tra la difficoltà oggettiva presentata dalla roccia e la capacità K (Kletterer) di arrampicare di un determinato alpinista e pertanto è una misura soggettiva della difficoltà relativa a quel tratto affrontato da quell’alpinista.

Dülfer prosegue la sua analisi osservando che: 1) per uno scalatore con costante capacità K al crescere di F cresce pure la difficoltà (soggettiva) S; 2) per uno stesso tratto di parete con difficoltà oggettiva F, al crescere della capacità d’arrampicata K, diminuisce la difficoltà (soggettiva) S; 3) infine, se all’aumentare della difficoltà oggettiva F aumenta anche la capacità K, allora la difficoltà soggettiva S resta costante. In base a quest’ultima valutazione e considerando che all’aumentare della difficoltà F aumenta anche la capacità K, Dülfer ritiene di poter concludere: «Le difficoltà (soggettive) S negli anni non sono aumentate, ma, in particolare per le prestazioni estreme, sono rimaste costanti. Ciò ci porta al risultato che la scala delle difficoltà (soggettive) è limitata verso l’alto». Infine Dülfer preferisce una scala aggettivale anziché numerica e usa il termine “estremamente difficile” per indicare i passaggi più ardui. Tra “facile”, cioè l’inizio delle difficoltà alpinistiche, come prima lo ha definito, ed “estremamente difficile” distingue ancora tre gradi di difficoltà: “mediamente difficile”, “difficile”, “molto difficile”.

Inoltre egli ritiene che questa scala «andrebbe corretta ogni 5-7 anni per tener conto di passaggi che richiedono di più di quelli “estremamente difficili” della scala in quel momento accreditata»9. Planck criticò la teoria di Dülfer sostenendo che «Nell’equazione di Dülfer S indica la difficoltà soggettiva (Dülfer presuppone come soggetti i migliori arrampicatori del momento) F indica la difficoltà oggettiva. Se voglio fare una scalata per me non è di nessun interesse la difficoltà soggettiva che possono aver riscontrato nella via gli arrampicatori di punta, ma quella oggettiva»10.

La replica di Dülfer11, breve e a detta dell’autore definitiva, non si fa attendere. Dopo aver precisato che «si intende per difficoltà oggettiva il grado di difficoltà del superamento tecnico meccanico di un passaggio di arrampicata e per difficoltà soggettiva sia il grado di difficoltà modificato attraverso l’individuale capacità tecnica sia la difficoltà di superare le resistenze psicologiche», dovute ad esempio alla paura per l’esposizione, all’ansia per le incognite da affrontare, ecc. Dülfer conclude che i più forti scalatori sono quelli adatti a valutare le difficoltà oggettive perché meno soggetti a queste resistenze psicologiche. Dunque al contrario di quanto asserito da Planck è la valutazione soggettiva delle difficoltà a dare la giusta informazione allo scalatore di media bravura, che è appunto quello più o meno condizionato da fattori psicologici.

   
© Vin Cen