Teniamo presente che dalla proposta di Welzenbach del ’26 agli inizi degli anni ’70 passano ben 45 anni, durante i quali sono numerosi gli alpinisti convinti di aver aperto vie “al limite dell’umanamente possibile”, ma poiché non tutti sono ugualmente abili, nel VI grado hanno finito per confluire vie che di fatto presentano difficoltà abbastanza diverse tra loro e molto diverse sono  anche per il numero di chiodi impiegati dai primi salitori. Altro elemento di perplessità nasce dal fatto che la scala Welzenbach non separa le difficoltà superate in libera, cioè senza far uso di mezzi artificiali per la progressione, da quelle superate in artificiale, cioè avvalendosi di tali mezzi anche per la progressione, e si limita alla valutazione delle difficoltà per le scalate fatte (o meglio, che dovrebbero essere fatte) in libera, riservando il “sesto superiore” per quelle che implicano la progressione in artificiale.

A tale situazione di gran confusione cercò di porre rimedio la Union International des Associations d’Alpinisme (UIAA), promuovendo una serie di riunioni di esperti: la prima si tenne nel 1967 sotto la direzione di Jean Juge, con lo scopo di modificare la scala di Welzenbach adeguandola allo stato di fatto dell’alpinismo attuale.

Il risultato di questi lavori fu che nel 1971 si stabilì di separare completamente la scala delle difficoltà per l’arrampicata in libera da quella in artificiale. Successivamente, per quest’ultima è stata messa a punto una scala in cui le sigle A0, A1, A2, A3, A4 (e poi A5) indicano, in ordine crescente, le difficoltà riscontrabili nel predisporre e nell’usare i mezzi artificiali (chiodi, staffe, scalette...) necessari per la progressione. Per la scala delle difficoltà in libera è stata adottata una versione numerica della scala di Welzenbach, in cui ogni grado (eccetto il I) ha un livello inferiore, seguito dal segno –, e uno superiore seguito dal segno +; i gradi sono stati portati, in un primo tempo (1978), al VII, in seguito la scala è stata aperta verso l’alto, senza limite (oggi si superano difficoltà valutabili di X grado)17.

La scala delle difficoltà di Welzenbach nella sua attuale versione UIAA (che d’ora in poi indicheremo con la sigla W.) è senz’altro un utile strumento di valutazione, ma a questo fine è necessario ben comprendere il suo funzionamento. La scala registra le difficoltà di tratto, e la difficoltà del tratto più difficile marca la difficoltà della via. In questa indicazione della difficoltà, non si tiene però conto dei seguenti fattori: qualità della roccia, lunghezza della scalata, lunghezza e difficoltà sia dell’avvicinamento che del rientro, esposizione, numero dei chiodi di passaggio e affidabilità sia di questi che delle soste, possibilità d’interrompere facilmente la scalata o di discesa a corda doppia ecc. Anche a un alpinista con limitata esperienza risulta evidente che questi fattori sono essenziali per giudicare nel suo complesso la difficoltà  (e la pericolosità) di una via, il cui livello di arrampicata espresso dalla scala W. è pertanto solo un parametro particolare, e nemmeno il più importante.

In effetti è stata elaborata un’altra scala, non numerica, detta di “valutazione d’insieme”, per tenere conto sia del livello tecnico sia dei fattori prima menzionati, e fornire così una valutazione globale della via, che utilizza le sette sigle seguenti: F = facile, PD = poco difficile, AD = abbastanza difficile, D = difficile, TD = molto (très) difficile, ED = estremamente difficile, EX = eccezionalmente difficile.

Tuttavia la stragrande maggioranza delle guide non frequenta questa scala, forse perché è ben difficile, se non impossibile far rientrare sotto un’etichetta le tante variabili cui si è fatto cenno.

 

   
© Vin Cen