3. Alcune osservazioni inattuali

I limiti della scala di Welzenbach sono stati denunciati con molta chiarezza da Messner in un brillante saggio di cui consigliamo vivamente la lettura18.

La sua prima osservazione, degna della massima considerazione, è che «la valutazione delle difficoltà alpinistiche non è un procedimento meccanico o matematico, bensì psicologico … valutare le difficoltà significa stabilire un rapporto  fra la via di salita e le capacità dell’alpinista»19. Ma non è pari pari il punto di vista di Dülfer? E non viene posto in dubbio l’impianto stesso della classificazione di Welzenbach? Più avanti Messner richiama la nostra attenzione su un aspetto di fondo dell’alpinismo «È altresì importante rammentare che la pericolosità è una componente essenziale della difficoltà alpinistica, dalla quale essa non può in alcun modo venire disgiunta», pena «scambiare disinvoltamente la severità e il rischio d’una vera scalata con l’esercitazione ginnico-sportiva della palestra di roccia»20, e porre così in evidenza sia il grave limite di ogni definizione astratta delle difficoltà, sia quanto possa essere fuorviante una formazione alpinistica basata prevalentemente sulla frequentazione delle palestre di roccia. Oltre che sui limiti della scala Welzenbach, dovuti a fattori “esterni” che essa trascura, Messner ci pone sull’avviso anche su due possibili errori, che potremmo dire le sono intrinseci, tali da inficiarne, cioè, la precisione nella valutazione delle difficoltà. Può accadere 1) che i primi salitori abbiano sopravvalutato le difficoltà; 2) che le ripetizioni a lungo andare provochino la svalutazione della difficoltà originaria, vuoi per il motivo “psicologico” legato alla certezza che la via è percorribile, vuoi perché spesso, nelle ripetizioni vengono aggiunti nuovi chiodi nei passaggi più difficili. È questa eventuale svalutazione, nel senso di banalizzazione, delle vie che sembra la maggiore preoccupazione del grande alpinista sempre alla ricerca dell’autentico VI grado. Per inciso noi da modestissimi alpinisti quali siamo, ci limitiamo a osservare che questi due possibili errori di giudizio, seppure “teoricamente” gravi, sono “praticamente” innocui perché i ripetitori resteranno magari “delusi” se l’impegno richiesto da una via non si rivela  “al limite delle possibilità umane”, ma in compenso e per fortuna, non rischieranno di restare “incrodati” in attesa di soccorso o peggio ancora…

Ma andando al cuore del problema: a cosa devono servire queste scale? A fornire informazioni, soprattutto ad alpinisti di media bravura, come – abbiamo visto – auspicava Planck? Oppure devono costituire uno strumento atto a selezionare le arrampicate al limite delle umane possibilità? Naturalmente la scala Welzenbach di per sé assolve entrambi i compiti, ma storicamente è stato diverso il modo di interpretarla degli alpinisti. Certamente dall’inizio degli anni ’30 la scala Welzenbach è stata un cavallo di Troia per accreditare il carattere puramente agonistico-sportivo dell’alpinismo, tendenza che riscosse ampi consensi, anche perché consona alle ideologie che in quegli anni si affermarono soprattutto in Italia e Germania. Il sestogradista Domenico Rudatis21 fu un influente promulgatore di questa visione estremamente “competitiva”: «odiernamente contraddistinguono in particolar modo lo sport: la valutazione, la misura, il confronto dei risultati ottenuti» al fine di fare dell’alpinismo una forma, sebbene molto particolare, di sport è necessario «in primo luogo, esaminare in qual misura e con quali condizioni le ascensioni in montagna possono essere suscettibili di valutazione, di misura, di confronto, vale a dire possano essere considerati dei valori concreti, delle “performance” di modo che abbia un significato positivo il parlare di valori maggiori o minori, di progresso, di superamento, di “record”; e in secondo luogo, a stabilire quelle norme esecutive dell’attività alpinistica che, eliminando per quanto possibile ogni indeterminatezza, fissando l’omogeneità dei mezzi, l’uniformità delle condizioni, permettano di conseguire la massima precisione nella valutazione dei risultati dell’attività stessa»22. Non contento, più avanti riduce a banale sentimentalismo edificante le istanze dell’alpinismo non riconducibili a prestazioni sportive: «le gioie, le soddisfazioni, i valori puramente spirituali che l’individuo può trarre dalla contemplazione e dall’azione alpina sono immensi. Ma questi costituiscono la vita interiore dell’individuo; la sua vita esteriore, l’azione in se stessa, possiede, come tale, un valore concreto, una misura, che è uguale e costante per la collettività»23.

Bisogna riconoscere che Domenico Rudatis è stato pur sempre un notevolissimo alpinista e uomo di robusta cultura, fuori paragone con i tanti mediocri che divennero fanatici proseliti dell’“Alpinismo sportivo” tanto per farne una ribalta della loro vanità esibizionistica.

   
© Vin Cen