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- Pubblicato: 07 Maggio 2013
Questi ultimi non potevano non suscitare l’ironia di quel grande interprete dell’alpinismo propriamente inteso che è stato Giuseppe Mazzotti24. «“Cosa avete fatto?” chiede la gente, intendendo dire “quale grado di difficoltà avete superato?” Non “quale montagna avete salito?” né “cosa avete provato o visto?”… “Abbiamo fatto un terzo abbondante” rispondono gli arrampicatori … Non hanno dunque salito una montagna, ma semplicemente superato una difficoltà. L’incomprensione o la più completa indifferenza per la natura alpina si manifesta come meglio non si potrebbe in dialoghi di questo genere»25. I pacati rilievi di Mazzotti, pur buon alpinista, ma certamente non arrampicatore da VI grado ci sembrano, guarda caso, in consonanza con la severa prescrizione di Messner, che sestogradista è: «Il limite assoluto delle possibilità umane non sarà raggiunto mai, possiamo solo avvicinarcisi … L’altro limite, quello individuale è variabilissimo … Ciascuno fa il proprio gioco: chi trova il proprio limite sul III grado farà bene ad accontentarsi di quello: ma colui che vuole spingersi oltre le proprie possibilità mettendosi a chiodare come un carpentiere sul IV grado e a forare sul VI come uno scalpellino, ebbene costui inganna se stesso e gli altri: egli non è un alpinista autentico, bensì un ambizioso»26.
A proposito dell’uso dei “mezzi artificiali” vuoi per la sicurezza, che per la progressione, come non ricordare l’insegnamento del “Cavaliere della montagna”, Paul Preuss27, secondo il quale la valutazione delle difficoltà deve essere affidata alla consapevolezza delle proprie possibilità?
Se si sceglie con convinzione questa classica versione dell’alpinismo, le considerazioni di Dülfer a riguardo di una scala delle difficoltà ci sembrano ancora molto pertinenti e la scala di Welzenbach conserva una qualche utilità solo se la si considera non come griglia per selezionare i “veri” alpinisti, ma quale utile mezzo d’informazione per alpinisti tout court, quelli consapevoli che non si scalano le montagne che si vogliono scalare, ma quelle che si sanno scalare.
L’autore ringrazia Pia Hullmann per la traduzione dal tedesco in italiano degli articoli di Planck, Dülfer e Welzenbach citati.

