La Definizione delle difficoltà nell’arrampicata

di  Karl Planck a Monaco di Baviera

 

(dalla Österreichische Alpenzeitung n. 901, 1914)

 

Traduzione di Pia Hullmann

 

    Fino a circa dieci anni fa, per la definizione delle difficoltà in roccia, erano sufficienti cinque livelli: “facile”, “mediamente difficile”, “difficile”, “molto difficile”, “estremamente difficile”.

    Da allora, come ben noto, le difficoltà affrontate sono notevolmente aumentate. Ma il problema di comunicare attraverso una breve e oggettiva descrizione il livello di difficoltà di una scalata sconosciuta, non è stato risolto, piuttosto sono stati ritenuti inadeguati anche i vecchi gradi di difficoltà.

    Si riusciva in parte a risolvere il problema ampliando i vecchi concetti di “molto difficile” e “estremamente difficile”. Ma ciò comportava l’inconveniente che per diversi livelli di difficoltà si adottava lo stesso termine, pertanto la suddivisione non è più chiara e quindi può essere fuorviante.

Un altro risultato di questo punto di vista comportava una classificazione di molte vie come “molto difficili” o “estremamente difficili” annoverando tra queste anche quelle vie che una persona inesperta ma attrezzata con scarpe adatte all’arrampicata e dotata di una certa abilità atletica può fare tranquillamente.

    Queste esagerate descrizioni di quasi tutte le vie di roccia sembrano a coloro che non hanno dimestichezza con le scalate o a qualche principiante alquanto ridicole e possono dare l’idea di autocelebrazione nell’ambito degli alpinisti.

    Un altro metodo per definire i gradi di difficoltà che adesso viene usato frequentemente distingue scrupolosamente tra “estremamente” e “insolitamente” difficile e magari ancora tra quest’ultimo e “straordinariamente difficile”. Che tutto ciò sia qualcosa di malignamente illogico oltre che un’orribile violenza perpetrata alla nostra povera lingua tedesca non viene preso in considerazione per colpa dell’abitudine.

    Va detto esplicitamente che “estremo”è un concetto più circoscritto di quello più esteso di “insolito” ( per un non iniziato è impossibile sapere quale  dei due termini indica il grado di difficoltà superiore). Inoltre “insolito” e “straordinario” hanno la stesso significato. In una lingua colta si usano tutte queste espressioni superlative unicamente per varietà di linguaggio. Inoltre il termine di “estremamente difficile” per vie che sono state ampiamente superate come difficoltà (come ammette colui che le aveva classificate così attraverso la distinzione da quelle “insolitamente difficili” è il meno adatto possibile.

    Quindi, noi alpinisti, se non vogliamo essere considerati a giusta ragione “illetterati” dobbiamo mantenere il nostro linguaggio a un livello elevato, come avviene in altri campi.

    La definizione delle difficoltà, sin dall’inizio sarebbe dovuta essere elaborata dagli alpinisti di punta. Ma poiché da quel versante non è venuto nulla, mi sia consentito di fare una proposta a questo riguardo. Per propria esperienza so bene quanto soprattutto l’alpinista di livello medio abbia decisamente bisogno di definizioni chiare e adeguate delle difficoltà, molto di più di quanto abbiano bisogno gli “iniziati” esperti di roccia.

    Il mezzo più oggettivo per definire le differenze tra gradi resta il numero mentre descrizioni come

“facile” e “difficile” ecc. per causa della loro natura soggettiva sarebbero, per la maggior parte degli interessati, inadeguate. È un grande merito di Benesch di aver introdotto nella sua guida dell’Alpe di Rax la scala numerica per le difficoltà di roccia. Però il metodo da lui suggerito risulta inadeguato applicato ad altri contesti. In primis fa l’errore di diminuire i numeri in rapporto al crescere delle difficoltà, in tal modo non resta spazio per un’ulteriore crescita. Inoltre i numeri non vengono correlati ai consueti cinque livelli da “facile” a “estremamente difficile”.

    Sarebbe da proporre quanto segue: i riferimenti base restano i vecchi cinque livelli intesi come a quei tempi (intorno circa al 1900) definito dal I a V grado. Per ogni livello devono essere citate alcune vie ben note come riferimento alla misura del grado e potranno servire come punto di partenza per una comparazione con altre vie. La difficoltà della via è determinata sempre dalla difficoltà più alta dei singoli passaggi, eventualmente, se necessario, si possono indicare numericamente anche singoli passaggi della stessa via.

   Quindi:

  1. Planspitze, Zugspitze, Boespitze(Vetta del Boe)
  2. Karlspitzen, Peternpfad, Rosengartenspitze (Vetta del Catinaccio(
  3. Totenkirchl (Via delle guide), Fermedaturm (Torre del Fermeda), Musterstein (versante ovest)
  4. Cima Piccola Totenkirchl (Camino Zott), Ellmauer Halt (Versante Kopftor)
  5. Guglia di Brenta, Predigtstuhl (Spigolo nord), Scharnspitze (Parete sud).

 

Ho intenzionalmente citato per ogni livello poche vie. Nel caso di dubbi oppure se si ritiene una difficoltà intermedia tra i due gradi è preferibile non usare i decimi ma indicare il grado più basso e quello più alto separati da un trattino, p.es. Hochtor (versante est), Cima Docici, Predigtstuhl: III-IV, Pfannkamin (Camino Pfann), Schmittkamin (Camino Schmitt), Totenkirchl (Via Herold): IV-V.

    Affido ad alpinisti più esperti di me la suddivisioni di gradi di difficoltà ancora più elevati. Vorrei solo consigliare di non lasciarsi trascinare sull’onda dell’eccitazione delle nuove conquiste tecniche ad abbondare nell’illimitato regno dei numeri ma di mantenere costanti le distanze tra i livelli di difficoltà come nella suddivisione precedente e, quindi, nettamente distinguibili tra loro.

    Sarebbe forse proponibile come riferimento per il VI la Fleischbank (Parete est) e i passaggi più difficili superati finora potrebbero essere definiti VII: La vecchia via per la parete ovest del Totenkirchl, di conseguenza, sarebbe V-VI.

    Tutto il progetto mi sembra abbastanza facile da attuare. Semplicemente si sostituiscono le definizioni linguistiche già esistenti con numeri. All’inizio è consigliabile applicare entrambi i due sistemi, ponendo i numeri tre parentesi accanto alle vecchie denominazioni.

    Possiamo essere convinti che una scala delle difficoltà di questo tipo contribuirà notevolmente a una maggiore chiarezza e oggettività sia nelle parole che negli scritti nell’ambito della “vita alpina”.

 

   
© Vin Cen