(Club Alpino Accademico Italiano – Annuario 2011 con il titolo Un tuffo… nella storia di Capri, a cura di Francesco Leardi)

L’isola di Capri è uno dei posti più straordinari dove può trovare cittadinanza soprattutto la fantasia. Poeti (a partire da Virgilio), romanzieri, pittori, scultori, architetti (basti pensare alle antichità romane o al capolavoro “moderno” della “via Krupp”), uomini di teatro e di cinema (chi può dimenticare il surreale film di Comencini “L’imperatore di Capri” con l’impareggiabile Totò?), non solo l’hanno adeguatamente celebrata, ma hanno trovato qui un’inesauribile fonte di ispirazione. Paradossalmente questi luoghi tanto ameni quanto aperti al turismo di lusso già a partire dall’ottocento, hanno altresì ospitato, nei primi anni del secolo scorso, famosi esuli russi che vi fondarono la cosiddetta “Scuola di Capri”, dedicata all’educazione rivoluzionaria dei proletari.

Naturalmente, dato il fascino del luogo e i suoi eccezionali frequentatori, non mancano racconti tradizionali legati ad accadimenti o situazioni più o meno leggendarie. Uno dei primi aneddoti che da tempo immemorabile si tramanda, racconta di un incauto pescatore che, volendo rendergli omaggio si presentò senza essere invitato nella dimora dell’imperatore Tiberio con una splendida aragosta, e fu dall’imperatore ripagato con la morte, e fatto precipitare, lui e l’aragosta, dall’orrido dirupo che, per l’appunto, sarà denominato “Salto di Tiberio”: il motivo dell’esemplare esecuzione che spiega il toponimo, pare fosse il timore di Tiberio che il suo palazzo potesse apparire troppo facilmente accessibile.

Delle tante “storie” reali che hanno per palcoscenico l’isola di Capri la meno nota, forse, è quella legata alle imprese di alpinisti che, vivendo a Napoli, nelle svettanti rocce capresi individuarono una “palestra” ideale per allenarsi divertendosi, durante i mesi invernali. Costoro non si aspettavano certo che a cimentarsi, magari a piedi nudi, con pareti tanto impervie, fossero stati già gli indigeni, di sicuro non per spirito d’avventura né per desiderio di conoscenza, ma per la dura necessità di impadronirsi anche di piccole zone di territorio “libero” ave poter coltivare in proprio qualche legume (ottima è la “chichierchia”) e qualche ortaggio: un’audacia davvero incredibile quella della miseria!

Il primo vero alpinista a scalare le rocce dell’isola di Capri è stato, a mia conoscenza, l’ingegnere Cesare Capuis, Accademico del Gruppo orientale; questi nel 1923 salì il Faraglione di Terra con l’ambizione di conquistare una cima inviolata, ma l’evidente presenza di coltivazioni frustrò le sue aspettative; non demorse, e calatosi nella sella tra la cima e l’anticima, salì quest’ultima, questa sì fortunatamente ancora vergine, e la denominò, a ricordo della delusione sofferta “Torre della consolazione”. Nello stesso anno promosse la costituzione presso la sezione del CAI di Napoli di un nucleo di “soci arrampicatori”, che furono protagonisti di numerose scalate sia a Capri che al Monte Faito. Capuis con la famiglia alla fine del 1926 si trasferì, per ragioni di lavoro, a Mestre, ave proseguì un’intensa attività alpinistica, sino alla sua morte avvenuta il 26 giugno 1932 in montagna.

   
© Vin Cen