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- Pubblicato: 20 Ottobre 2013
(Club Alpino Accademico Italiano – Annuario 2011 con il titolo Un tuffo… nella storia di Capri, a cura di Francesco Leardi)
L’isola di Capri è uno dei posti più straordinari dove può trovare cittadinanza soprattutto la fantasia. Poeti (a partire da Virgilio), romanzieri, pittori, scultori, architetti (basti pensare alle antichità romane o al capolavoro “moderno” della “via Krupp”), uomini di teatro e di cinema (chi può dimenticare il surreale film di Comencini “L’imperatore di
Capri” con l’impareggiabile Totò?), non solo l’hanno adeguatamente celebrata, ma hanno trovato qui un’inesauribile fonte di ispirazione. Paradossalmente questi luoghi tanto ameni quanto aperti al turismo di lusso già a partire dall’ottocento, hanno altresì ospitato, nei primi anni del secolo scorso, famosi esuli russi che vi fondarono la cosiddetta “Scuola di Capri”, dedicata all’educazione rivoluzionaria dei proletari.
Naturalmente, dato il fascino del luogo e i suoi eccezionali frequentatori, non mancano racconti tradizionali legati ad accadimenti o situazioni più o meno leggendarie. Uno dei primi aneddoti che da tempo immemorabile si tramanda, racconta di un incauto pescatore che, volendo rendergli omaggio si presentò senza essere invitato nella dimora dell’imperatore Tiberio con una splendida aragosta, e fu dall’imperatore ripagato con la morte, e fatto precipitare, lui e l’aragosta, dall’orrido dirupo che, per l’appunto, sarà denominato “Salto di Tiberio”: il motivo dell’esemplare esecuzione che spiega il toponimo, pare fosse il timore di Tiberio che il suo palazzo potesse apparire troppo facilmente accessibile.
Delle tante “storie” reali che hanno per palcoscenico l’isola di Capri la meno nota, forse, è quella legata alle imprese di alpinisti che, vivendo a Napoli, nelle svettanti rocce capresi individuarono una “palestra” ideale per allenarsi divertendosi, durante i mesi invernali. Costoro non si aspettavano certo che a cimentarsi, magari a piedi nudi, con pareti tanto impervie, fossero stati già gli indigeni, di sicuro non per spirito d’avventura né per desiderio di conoscenza, ma per la dura necessità di impadronirsi anche di piccole zone di territorio “libero” ave poter coltivare in proprio qualche legume (ottima è la “chichierchia”) e qualche ortaggio: un’audacia davvero incredibile quella della miseria!
Il primo vero alpinista a scalare le rocce dell’isola di Capri è stato, a mia conoscenza, l’ingegnere Cesare Capuis, Accademico del Gruppo orientale; questi nel 1923 salì il Faraglione di Terra con l’ambizione di conquistare una cima inviolata, ma l’evidente presenza di coltivazioni frustrò le sue aspettative; non demorse, e calatosi nella sella tra la cima e l’anticima, salì quest’ultima, questa sì fortunatamente ancora vergine, e la denominò, a ricordo della delusione sofferta “Torre della consolazione”. Nello stesso anno promosse la costituzione presso la sezione del CAI di Napoli di un nucleo di “soci arrampicatori”, che furono protagonisti di numerose scalate sia a Capri che al Monte Faito. Capuis con la famiglia alla fine del 1926 si trasferì, per ragioni di lavoro, a Mestre, ave proseguì un’intensa attività alpinistica, sino alla sua morte avvenuta il 26 giugno 1932 in montagna.
Il germe seminato da Capuis con il
nucleo di “soci arrampicatori” proliferò: numerosi membri della nostra sezione, sotto la direzione di Pasquale Palazzo e poi di Ambrogio Robecchi, si dedicarono all’arrampicata e vennero presi contatti con famosi alpinisti del nord quali Giusto Gervasutti e successivamente Benvenuto (Ben) Laritti. Non è possibile qui dare un resoconto neanche approssimativo dell’alpinismo caprese, ricorderò soltanto che nell’immediato dopoguerra questo ebbe un momento di grande splendore: pur nella dimensione che è propria di Capri quale “Palestra di arrampicamento”, forti scalatori, ad esempio i fratelli Luchini, Ninò e Giuseppe De Crescenza, Adolfo Ruffini, il poeta futurista Emilio Buccafusca, sotto la guida del neurochirurgo Francesco Castellano, aprirono nuove vie anche di VI grado sul Faraglione di Terra, al Salto di Tiberio, all’Arco naturale... Rinviando alla bibliografia chi è interessato ad approfondire questo argomento, vorrei qui !imitarmi a portare una mia testimonianza sull’incontro avuto con uno dei personaggi di eccezione che hanno contribuito a dare un certo lustro all’arrampicata a Capri. È ben noto infatti che, agli inizi degli anni ‘30, il grande Hans Steger e la sua degna compagna di cordata, la fortissima Paula Wiesinger visitarono Capri e, pur non trascurando spero il fascino romantico che l’isola offre con generosità, aprirono due vie, una all’Arco naturale, l’altra al Faraglione di Terra, vie ancora molto frequentate come il nostro Francesco Leardi ha qui narrato. Da tempo coltivavo il desiderio di incontrare la Paula, che sapevo soggiornare presso il rifugio Dellai Steger all’Alpe di Siusi, acquistato con Hans nel dopoguerra.
Finalmente nell’agosto del 1995, con Pia Hullmann, compagna di cordata e anche lei assidua frequentatrice delle rocce capresi, decidemmo di realizzare questo progetto.
Il rifugio, in realtà un piccolo albergo in prossimità della carrozzabile, nei pressi di un laghetto, era una piacevole costruzione con l’esterno in muratura e l’interno in legno, le camere comode e piacevolmente arredate, lavabo in camera, ma bagno all’esterno in comune. Al piano terra un ampio soggiorno con tavoli da scrittura, poltrone, divani, una piccola biblioteca con libri di montagna prevalentemente in lingua tedesca, radio ma niente televisione. Attigua al soggiorno una grande sala da pranzo con un unico tavolo a forma di ferro di cavallo. La cena venne servita alle 19 precise: il servizio era svolto da giovani donne vestite con costumi locali, noi ospiti sedevamo tutti insieme intorno al gran tavolo, in compagnia della stessa padrona di casa, che si premurò di presentarci uno a uno reciprocamente, secondo la migliore tradizione vigente tra gli alpinisti di allora. Al termine del pasto, buono ma sobrio, ci avvicinammo alla Wiesinger, che sedeva un po’ discosto da noi, con la speranza di poter conversare direttamente con lei. La signora, all’epoca, aveva ben 88 anni, ma ancora di piacevole aspetto, statura piccola, occhi azzurri penetranti, voce un po’ aspra con forte accento tedesco. Ci accolse gentilmente, offrendoci immediatamente in piccoli bicchieri lo Steinhäger. La conversazione cadde subito sul loro soggiorno a Capri e le scalate compiute. Purtroppo ci confessò di non avere più dei ricordi precisi se non quello della paura che provava Hans quando doveva saltare dalla barca sulle rocce, addirittura giunse a dire: “Nel mare era un vigliacco!” Poi ci raccontò della sua esperienza di sciatrice eccezionale, capace di aggiudicarsi per ben venti volte il titolo di Campionessa italiana. Aveva inoltre conquistato il primo posto nella discesa libera alle Olimpiadi, svoltesi a Cortina nel 1932. In quell’anno, per allenarsi - raccontò - partiva da Pian Trevisan (1650 m) per salire con le pelli di foca sino a Punta Rocca (3200 m) e di qui scendere al punto di partenza, ma, ciò che è quasi da non credere, ripeteva questo percorso ben tre volte in un giorno, compiendo in salita un dislivello di circa 4.500 m. La conversazione si protrasse ancora per un po’, bevendo qualche altro bicchierino. Al momento di congedarci le chiesi se fosse possibile farci fotografare noi tre insieme. Fui raggelato da un secco no, ma aggiunse: “Ora no, ma domani mattina”. L’indomani scendemmo di buon ora nel soggiorno ove già ci attendeva pronta: i capelli aggiustati da mani esperte, il volto leggermente truccato, indosso il vestito e le scarpe delle grandi occasioni, al collo una collana con le medaglie d’ oro vinte nelle competizioni sciistiche...
Contenti partimmo da questo bel posto con il proposito di ritornare presto. Non fu così: nel 2001 moriva la Paula, forte nel carattere ma gentile d’animo, una delle ultime grandi figure dell’alpinismo classico.
Il rifugio Dellai, era già stato demolito e ricostruito nel 2000, cancellando così una testimonianza dell’epoca d’oro dell’alpinismo. Non so, né desidero sapere come sia stato ricostruito. Conservo caro nel cuore questo ricordo e ringrazio l’amico Francesco e il Club Alpino Accademico per avermi dato l’occasione di rivivere con il pensiero quella felice esperienza.

