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- Pubblicato: 20 Ottobre 2013
Finalmente nell’agosto del 1995, con Pia Hullmann, compagna di cordata e anche lei assidua frequentatrice delle rocce capresi, decidemmo di realizzare questo progetto.
Il rifugio, in realtà un piccolo albergo in prossimità della carrozzabile, nei pressi di un laghetto, era una piacevole costruzione con l’esterno in muratura e l’interno in legno, le camere comode e piacevolmente arredate, lavabo in camera, ma bagno all’esterno in comune. Al piano terra un ampio soggiorno con tavoli da scrittura, poltrone, divani, una piccola biblioteca con libri di montagna prevalentemente in lingua tedesca, radio ma niente televisione. Attigua al soggiorno una grande sala da pranzo con un unico tavolo a forma di ferro di cavallo. La cena venne servita alle 19 precise: il servizio era svolto da giovani donne vestite con costumi locali, noi ospiti sedevamo tutti insieme intorno al gran tavolo, in compagnia della stessa padrona di casa, che si premurò di presentarci uno a uno reciprocamente, secondo la migliore tradizione vigente tra gli alpinisti di allora. Al termine del pasto, buono ma sobrio, ci avvicinammo alla Wiesinger, che sedeva un po’ discosto da noi, con la speranza di poter conversare direttamente con lei. La signora, all’epoca, aveva ben 88 anni, ma ancora di piacevole aspetto, statura piccola, occhi azzurri penetranti, voce un po’ aspra con forte accento tedesco. Ci accolse gentilmente, offrendoci immediatamente in piccoli bicchieri lo Steinhäger. La conversazione cadde subito sul loro soggiorno a Capri e le scalate compiute. Purtroppo ci confessò di non avere più dei ricordi precisi se non quello della paura che provava Hans quando doveva saltare dalla barca sulle rocce, addirittura giunse a dire: “Nel mare era un vigliacco!” Poi ci raccontò della sua esperienza di sciatrice eccezionale, capace di aggiudicarsi per ben venti volte il titolo di Campionessa italiana. Aveva inoltre conquistato il primo posto nella discesa libera alle Olimpiadi, svoltesi a Cortina nel 1932. In quell’anno, per allenarsi - raccontò - partiva da Pian Trevisan (1650 m) per salire con le pelli di foca sino a Punta Rocca (3200 m) e di qui scendere al punto di partenza, ma, ciò che è quasi da non credere, ripeteva questo percorso ben tre volte in un giorno, compiendo in salita un dislivello di circa 4.500 m. La conversazione si protrasse ancora per un po’, bevendo qualche altro bicchierino. Al momento di congedarci le chiesi se fosse possibile farci fotografare noi tre insieme. Fui raggelato da un secco no, ma aggiunse: “Ora no, ma domani mattina”. L’indomani scendemmo di buon ora nel soggiorno ove già ci attendeva pronta: i capelli aggiustati da mani esperte, il volto leggermente truccato, indosso il vestito e le scarpe delle grandi occasioni, al collo una collana con le medaglie d’ oro vinte nelle competizioni sciistiche...
Contenti partimmo da questo bel posto con il proposito di ritornare presto. Non fu così: nel 2001 moriva la Paula, forte nel carattere ma gentile d’animo, una delle ultime grandi figure dell’alpinismo classico.
Il rifugio Dellai, era già stato demolito e ricostruito nel 2000, cancellando così una testimonianza dell’epoca d’oro dell’alpinismo. Non so, né desidero sapere come sia stato ricostruito. Conservo caro nel cuore questo ricordo e ringrazio l’amico Francesco e il Club Alpino Accademico per avermi dato l’occasione di rivivere con il pensiero quella felice esperienza.
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