L’estate veniva trascorsa nelle Dolomiti o nelle Alpi Occidentali o nelle Apuane, d’inverno si allenavano sulle palestre del Monte Morra, o sulle severe pareti del Gran Sasso.

Alcuni di loro divennero buoni scalatori come Amaldi che da capocordata affrontava il IV grado (ricordiamoci che siamo negli anni venti), o Salvadori che divenne Accademico.

Nello scorrere le non molte fotografie, circa una quindicina, che ritraggono questi personaggi a contatto delle rocce o nei rifugi, non possiamo non commuoverci e riflettere sul misterioso fascino che esercita la montagna, capace di conquistare anche menti dedite all’astrazione e alla complessa costruzione teorica.

Un altro personaggio di spicco nell’ambiente scientifico italiano di quegli anni e appassionato rocciatore fu Mario Salvadori che già aveva stretto amicizia con Amaldi al tempo in cui entrambi frequentavano a Roma il corso d’ingegneria, e rimasero molto legati anche quando Amaldi abbandonò l’ingegneria per la fisica, mentre Salvadori si laureò prima in ingegneria e poi in matematica pura. Nel ’38, in seguito alle leggi razziali, si trasferì negli Stati Uniti ove insegnò per cinquant’anni ingegneria civile e architettura.

Egli scrisse, presumibilmente all’inizio degli anni ’80, i suoi ricordi di alpinismo che dovevano costituire, come apprendo dall’amico Battimelli, una parte della sua autobiografia. Questa non vide mai la luce, ma quell’unico scritto, venne tradotto dall’americano e dapprima pubblicato in tre puntate su “Le Dolomiti Bellunesi” (1986-1987) e ora in volume nella collana “I Licheni” a cura di Italo Zandonella Callegher  con il titolo Addio alle Crode.

È un raffinato e gustoso affresco di personaggi e luoghi di montagna dal 1926 al 1932.

Dopo un Preludio che descrive una Cortina che purtroppo non c’è più e il ricordo dei primi approcci alle pareti compiuti con il fratello Giorgio e con l’aiuto di una guida, Salvadori  si appassiona all’arrampicata al punto di scalare con Giorgio una via da primo. Al termine di questa sua prima esperienza da capocordata così commenta: «Quel giorno seppi che l’arrampicata era diventata per me non soltanto una passione ma, dopo il controllo del panico, un modo di vita».

Rotto il ghiaccio, assistiamo ad un rapido progresso nella sua tecnica di roccia, anche per merito di Amaldi, che, come sappiamo, era già un buon capocordata. Con Amaldi i fratelli Salvadori compiono delle scalate, per l’epoca di un certo impegno, quali la Parete di Punta Fiammes e il Campanile di Col Rosà.

Decisivo sarà l’incontro con Severino Casara, con cui stringe  subito amicizia, non solo perché, avvalendosi della maggiore esperienza di questi, migliorerà la sua tecnica di roccia e compirà alla corda di Severino la sua prima via nuova, ma soprattutto perché lo introdurrà nell’ambiente ristretto del grande alpinismo dolomitico.

   
© Vin Cen