Così conosce e  diviene amico di Antonio Berti, che da poco aveva terminato la stesura di quella Guida delle Dolomiti Orientali, che doveva divenire la Bibbia di quei luoghi ancora oggi insuperata. Conosce Emilio Comici, Bruno Fabjan ed  Emmy Hartwich, figura mitica in quegli anni per aver arrampicato con Preuss. Si incontrano tutti, compreso Casara, al rifugio Vandelli, nel gruppo del Sorapis, proprio nei giorni in cui Comici e Fabjan avevano aperto la prima via italiana di VI grado nel sottogruppo delle Tre Sorelle, e tutti insieme scalano una guglia vergine presso il Dito di Dio, che dedicano alla signora battezzandola “Punta Emmy”.

Salvadori incontra pure quell’ingegner Cesare Capuis, a noi ben noto per aver frequentato la nostra sezione dal 1920 al 1926 e per essere stato il primo alpinista a scalare il Faraglione di Terra a Capri (cfr. il numero 1 di questa rivista), con cui stringe amicizia e compie un tentativo di via nuova sul Pelmo.

In seguito a questa intensa e qualificata attività alpinistica Salvadori viene nominato nel 1931 membro dell’Accademico. Ma la sua intelligenza lo portava a confessare: «non meritavo di essere considerato uno dei migliori scalatori d’Italia e sospettai che il mio buon amico Berti, per puro affetto, avesse usato la sua influenza per farmi entrare di straforo nel CAAI…».

Purtroppo, l’anno dopo, il cedimento di un appiglio faceva volare Salvadori per 15 m fino alla base della parete. Sebbene le ferite riportate non fossero gravi, in seguito a questo incidente, abbandonò completamente l’alpinismo: non solo non pose più mano sulla roccia, ma troncò tutte le amicizie legate in qualche modo all’alpinismo.

Perché ? Il perché che racconta Salvadori nell’ultimo interessante capitolo del libro è profondo e merita un’attenta lettura. Egli parte proprio dall’inizio della sua passione per le crode: «le attività intellettuali mi hanno fin da subito attratto più di quelle fisiche…ne era conseguito un certo squilibrio tra la mente e il corpo che specialmente a quell’età era dannoso».

«La mia improvvisa scoperta delle Dolomiti aveva ristabilito in me un sano equilibrio, oltre a dare alla mia vita una direzione essenziale».

«Avevo portato nell’alpinismo tutto il mio bagaglio culturale ma ne ero stato profondamente cambiato. La montagna mi aveva reso più forte e sprezzante del pericolo e mi aveva aperto a quei piaceri dello sforzo e della fatica che fino ad allora mi erano sconosciuti…La mia vita era piena e gioiosa fisicamente e psicologicamente».

La caduta e il conseguente abbandono dell’alpinismo spezzano quest’equilibrio e cancellano questa felicità, facendolo ripiombare in quella stessa angosciosa chiusura su se stesso dalla quale si era tirato fuori proprio grazie all’alpinismo.

   
© Vin Cen